Pensieri da Pand#1

Ultimamente il foglio bianco mi paralizza. Un attimo prima ho milioni di cose da dire urgentissimamente, e l’attimo seguente…il vuoto. È che me ne stanno capitando, eeeehhh eeeee quanteeee, come ai bei vecchi tempi, ai tempi in cui Cana filava.Vi ricordate? Come quando c’era ancora lei. E dai la cana non ha mai smesso di esserci. E poi speravo che Sole dormisse per un po’, invece oggi non ne vuole proprio sapere. I bambini prendono tutto lo spazio che c’è. Non si può pensare, non si può immaginare, bisogna essere presenti, per loro e con loro. Bisogna essere terrene, solide e leggere allo stesso tempo. Vabbè questo è un discorso complesso che approfondiremo.

Il fatto è che mi manca tutto. Mi manco. Ho nostalgia di me stessa, di quella me stessa che ci metteva tutta l’anima e tutto il corpo, che creava, che lavorava, che guadagnava; ho molta nostalgia della mia dignità, della mia identità.

Allora diciamocelo chiaramente che esiste una categoria di esseri umani che vanno abrogati, almeno in Italia. Io non lo so come funzioni negli altri paesi e, francamente, non me ne frega un piffero. Non ho voglia di lottare, di fare le barricate, di chiedere, di abbassare la testa. Sapete che mi viene in mente quando mi sento così? Solange… no, non quella che leggeva la mano e le carte. Mi riferisco alla Solange de Le serve di Genet, un personaggio meraviglioso che ho avuto la immensa fortuna di interpretare nel secolo scorso in un minuscolo teatro di Napoli. Vi consiglio di andarlo a leggere questo testo. Certo non posso consigliarvi di correre a teatro a vederlo la prima volta che sarà messo in scena, perché, parliamoci chiaro, il teatro è stato abrogato da un pezzo, come tutt*qull*che lo abitavano, lo animavano, lo rendevano possibile.  Ma torniamo a noi. Solange, la serva, che ha dovuto, suo malgrado, servire ed essere remissiva per tutta la vita, tenere la schiena curva e compiacere la padrona, nel monologo finale della piece si riprende la posizione eretta.  “Io ho servito compiendo i gesti che occorrono per servire. Ho sorriso a madame, mi sono chinata per rifare i letti, chinata per pulire i pavimenti, chinata per sbucciare le verdure e per origliare alle porte con l’occhio attaccato al buco della serratura. Ma ora resto dritta in piedi…”, e andava avanti ancora per un pezzo visto che erano più o meno 3 pagine dattiloscritte di monologo, che io recitavo arrampicandomi su una griglia di metallo costruita apposta per lo spettacolo e compiendo uno sforzo fisico non indifferente. Sono molto orgogliosa di quel lavoro e queste poche righe di monologo le ho sempre pronunciate con una soddisfazione inenarrabile. Mi riempivano la bocca e me la riempiono ancora. Io adesso resto dritta, in piedi: sono la signora!

Ed è come mi sentivo allora che mi sono sentita oggi, uscendo dal patronato, piena di rabbia e priva di forze. Oggi, però, viaggiando verso il fondo di questo ennesimo travaglio, trovo una nuova granitica consapevolezza e la chiamo granitica non a caso perché il sistema in cui, nostro malgrado, siamo costrett* a muoverci, ci induce inconsapevolmente a dubitare dell’ovvio e rende necessarie le convinzioni granitiche che non scendono ad alcun compromesso. Io, in questo esatto momento, resto dritta in piedi e mi riprendo la mia dignità.

Mentre parlavo con l’addetta del Patronato mia figlia Sole, seduta nel suo passeggino vintage (realmente d’epoca perché ereditato dalla cugina diciassettenne), ripeteva la parola mamma e la situazione era così pesante, scura, nebbiosa, stressante e malinconica da farmi, per un attimo, dimenticare la gioia che ho impiegato decenni a conquistare e la conquista ancora più grande: la sillaba ‘ma’ ripetuta ossessivamente da mia figlia fin dal 16 marzo scorso. Allora siamo tornate a casa sotto la pioggia e faceva contemporaneamente un gran caldo e avevamo tanta fame e ho deciso che avremmo comprato la pizza anche oggi perché non bisogna essere mai troppo rigide con se stesse e questo a lei voglio insegnarlo. E quando siamo arrivate ci siamo fiondate in una vaschetta di humus di lenticchie e nel sugo di una pizza rossa e abbiamo riso, tantissimo. Lei mi ha presa in giro come fa di solito quando la rimprovero perché sta lanciando cibo e posate ovunque e sarò costretta a ripulire la cucina da cima a fondo e sono stanca aaaahhhh se sono stanca. Ma lei mi imita, imita il tono di voce che prendo quando la rimprovero e mi fa ridere. Eh sì, abbiamo riso un sacco. Non le permetterò di rinunciare a niente, di impiegare del tempo in qualcosa che non le dia gioia e non lo permetterò a me stessa.

Perché eravamo al patronato e di pessimo umore? Stay tuned. La storia continua e…andrà tutto bene…che pest l colg tutt quant. Chi ha talento per il fallimento non soccombe mai!!!

Per Claudio

E chi se lo aspettava tutto questo? E’ stato davvero come prendere un pugno in faccia dal nulla, senza alcun preavviso. Dovevo assolutamente parlarti, trovare il tempo di farlo, perché ho un mare di cose da dirti. Perché non è che il tempo e la distanza e le strade che si biforcano e si separano, no, non è che possano cancellare o attenuare il bene che ci si è voluti, le risate, le arrabbiature, i ricordi, i tentativi, la vita oddioquanta vita c’è stata in quel tratto di strada percorso assieme. Ci penso e rabbrividisco. E sono davvero stanca, ma stanotte devo assolutamente parlare con te, prima che ti allontani troppo da questa terra martoriata, mentre ancora aleggi fra di noi, spaesati, inermi. Non bisogna perdere tempo!!! Io adesso mi preparo latte e cioccolato, di quello veg si. Sole dorme. E mi prendo il tempo di parlarti, perché ho l’anima in subbuglio e ho bisogno di stare un pò con te. E con la scusa che siamo tra noi, chiamo anche la cana ad accoccolarsi sui miei piedi…ekke diamine, avrò diritto anche io di piangermi ste mazzate!!!

Ho ritrovato queste immagini della Medea di Roma. Chissà che mi dicevi. Io avevo una gamba fuori uso e ci stavamo preparando per il grande sogno di New York. Che grinta, ragazzi. Senza mai perdere un colpo! Invece, della foto in cui ti metti la mano sulla gola, so esattamente cosa stavi per dire. “Ho la bocca asciutta. Devo bere. Portatemi acqua!’. Avevi sempre urgenze per le quali accorrere e ordini da dare, e buonumore, tanto. Rivedo queste immagini e, improvvisamente, mi sembra ieri. Mi sembra ieri attraversare Central Park, mi sembra ieri perdersi nel gelo della notte newyorkese, mi sembra ieri che i costumi bianchi diventano rosa per via di una lavanderia a gettoni, mi sembra ieri vederti tuffato con la faccia dentro a una pizza ai mille formaggi e ridere ridere ridere come si rideva da bambini. Tu non puoi morire. Non riesco a pensare a una vita più vitale della tua. Ma che maledetto incubo è questo?

Non lo so. Forse l’Universo mi parla anche a colpi di tragedie. A un certo punto mi son sentita stanca, talmente stanca da chiudere a doppia mandata una delle parti migliori di me e non sentirla più, non volerla. I poeti, lo sai, non son solo quelli che scrivono poesie: son quelle povere anime che vibrano troppo e una prosa scarna non le può contenere. Hanno bisogno di placare il vento per non volare via, a volte. Poi Sole mi ha riportata sulla terra e ho dovuto ancorarmi. Improvvisamente, la notizia della tua perdita, appresa per caso, da un social, mi ha presa a schiaffi e mi ha schiantata indietro nel tempo e lì, in quel tempo prezioso, ho rivisto quella parte di me della quale ho nostalgia e che si sta facendo strada per tornare a casa. Ti sarebbe piaciuta Sole e tu a lei. Avreste riso a crepapelle e mangiato fino a scoppiare: tu con mille formaggi e lei tutto veg, ma di sostanza.

Ho vissuto il teatro come mezzo per la libertà di essere quello che siamo, come luogo dell’anima nel quale non esiste giusto e sbagliato, ma si esiste e basta. 

Quando son venuta a insegnare nella tua classe di teatro, tu mi hai guardata con sospetto e mi hai detto: “Chi sei tu? Al posto di chi vieni?”. Non sapevo se ridere o se piangere. Ho pensato che fossi un osso duro e che il tuo giudizio avesse un gran peso tra i tuo compagni. Avevo ragione. Ma non ci è voluto molto perché voi tutti vi fidaste di me. C’è stata magia. ‘A matti…andiamo, su, bisbigliavo dietro le quinte e tu che ridevi e ti si sentiva dalla scena. ‘E dai, Roberta, smettila’…però ti veniva da ridere e io che mi sentivo benedetta da tutte le divinità perché stavo facendo teatro con trenta matti. Poi mi son lasciata travolgere, dalla delusione, dai colpi bassi, dalla stanchezza, dalla fame, dal freddo. Ho perso la ragazza che andava dritta come un fuso verso il suo obiettivo, ho perso la fede e la determinazione. Però lo sapevo che sarebbe, prima o poi, saltata dentro casa dalla finestra. Ora mi ricordo tutto e te più di ogni altro e non voglio credere che quella risata contagiosa, quell’appiccicume mortale per un porcospino come me, quella simpatia immensa…tutto quel fiume in piena di vita…non potrò più incontrarlo, neanche per caso, se non nei miei ricordi più belli, in quel volo Roma New York sul quale A. ha pronunciato il mio nome per la prima volta.

Diversamente abili…mah…attori immensi, drammaturghi stupendi, persone vibranti e sensibili, amici, fratelli, umani fin troppo umani…vere bestie da palcoscenico ed esplosioni di colori e risate e bocche piene di cibo che vuol dire fame di vita…fame d’amore…che vuol dire quel prezioso carrozzone delle meraviglie sul quale c’è posto per tutti perché a teatro, si sa, niente è per finta e niente è per davvero, ma tutto è.

Mancherai, Claudio. Immensamente. E ora vai, che Gigi ti aspetta.

La fine dei 7 re

Smettiamola di dire che questo è stato un anno funesto, che si è portato via i migliori. La morte esiste. Gigi aveva 80 anni. Lo avremmo voluto con noi il più a lungo possibile, ma la vita di tutti termina. Ed è questo il fatto importante che sembriamo aver rimosso chirurgicamente dalle nostre coscienze. Non deve piacerci. Anzi, è probabile che alla maggior parte di noi l’idea non piaccia affatto. E non dobbiamo neanche pensarci tutto il tempo. Possiamo fare gli scongiuri. Teniamola però a mente questa cosa, perché è una maestra.

Gigi è morto dopo una vita piena, consegnando alla terra il meglio di sé. Il vuoto che le persone si lasciano dietro è sempre proporzionale al pieno che hanno saputo costruire. E quindi prendiamola dal verso giusto la perdita. Facciamo che sia quella pacca sul sedere che ci spinge ad alzare il deretano e a non perdere neanche un attimo, nemmeno un fiato.

E che dovremmo fare? Vivere, e che altro? Non semplicemente infilare un respiro dietro l’altro, ma vivere davvero. Fare delle nostre vite un inno alla gioia. Fare ciò che amiamo anche quando il mondo intero sembra remarci contro. Ma ci pensate che grande perdita sarebbe stata se Gigi avesse accontentato la mamma e si fosse trovato un bel posto sicuro nel quale trascorrere l’esistenza al riparo da ogni rischio. Ci pensate? Omioddiocheorrore!!!

Non voglio dire che dovremmo diventare tutti famosi o che siamo tutti obbligati a essere geniali, ma che ce la dobbiamo spassare con le onde della vita, che dovremmo dare il meglio. Quanti di noi passano gran parte del loro tempo a fare cose che detestano, quanti, con scuse di vario genere, non si sono mai concessi un passo falso, o un sonoro fallimento, che è sintomo gravissimo di vita vissuta?

Ebbene, io ci penso spesso, quasi ossessivamente, a questa storia che la vita è un’occasione unica. Mi domando se ho dato abbastanza, se ho evitato i compromessi, se ho scommesso abbastanza, se sto veramente facendo fiorire la mia essenza. Io questa urgenza di vivere me la ricordo fin da bambina e mi ricordo l’enorme tristezza di voler vivere al massimo, ma di combattere con la depressione che ti atterra e tu non sei nessuno. Poi ho capito che quella, la tristezza maxima, ti acchiappa solo se non stai vivendo nella verità, se ti sforzi di accontentare qualcun altro piuttosto che star lì ad annaffiare il tuo daimon.

E allora si – diceva il grande Pino – che vale a pena e vivere e suffrì (Allora si, Pino Daniele). Stanotte voglio onorare questa enorme perdita con un altro pacco di buoni propositi per il futuro e con queste parole che non ho rimandato di scrivere perché domani non esiste. Oggi è tutto ciò che ho. E i buoni propositi, dunque? Quelli sono il miglior carburante per alzarsi la mattina e mettersi in marcia verso se stessi.

Gigi, tu ci hai fatti divertire sul serio. Sei stato un professionista di rara bravura, un talento invidiabile. Tu hai onorato questo mestiere. Tu sei la testimonianza di quanto grande e sacro e necessario all’essere umano sia quel magico rituale detto teatro. Hai fatto bene a non trovarti un lavoro sicuro.

Il giorno 2 novembre 2020 ci lasciava, proprio nel giorno del suo compleanno, il grande Gigi Proietti. A lui è dedicata questa breve riflessione.

Presente e volente

I miei pensieri si sono fatti vorticosi e sembra che il tempo non mi basti mai. Scrivere, vorrei, molto più di quanto non riesca a fare e creare, sempre: non mi basta mai. Ma vorrei anche trascorrere con Sole più tempo possibile e tacere e osservarla e bere ogni suo gesto. E ridere assieme, come facciamo, ancora più spesso. Di più. Vorrei poter scalare dal mio conto tutte quelle maledette malinconie e i giorni grigi e gli abbandoni, aaahhh, maledetti anche loro, e mai adeguatamente motivati. La presenza, oddioseesisti, la presenza è il dono più prezioso. Vorrei, oddiocomevorrei, poter bonificare tutta quella solitudine, stipata e presente a bizzeffe nella mia vita. Quanta, troppa solitudine. Vorrei dilagare, sgorgare, eruttare parole e rimproveri e discorsi e parole di ogni genere, di quelle che lasciano il segno e anche, se è il caso, fanno tanto male ma di quel male buono che poi partorisci e il parto ti conduce da un te migliore, più consapevole e…presente, kazzo, presente. La presenza è l’unico dono che posso farti!

camerino o casa

Vorrei parlare per mesi per anni, di tutte quelle parole ingoiate e rifare i discorsi smussati per compiacere, architettati nel vano tentativo di essere amata e so che devo sbrigarmi e correre…veloce veloce dai e non ci sta più tempo neppure per la punteggiatura perché tua figlia si sta svegliando e ti vuole e la vuoi. Presente! Vorrei rifare ma poi neanche è vero che voglio rifare. Piuttosto vorrei dire finalmente IO SONO QUI!!! Non più corretta, smussata, arrotondata, diplomatica, no, no, no, io sono quiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii, questa qui, povera e pazza, ma pazza d’amore, sempre, e ferma e rotolante, contemporaneamente. Io sono qui. Io sono un atto poetico e una partita di pallone. Io voglio!

Improvvisamente si sciolgono i nodi, i macigni sul petto, le giuste ribellioni ricacciate indietro a pugni, le rivendicazioni, le ingiustizie, improvvisamente. Se lo si sapesse a quindici o a vent’anni che un giorno tutto sarà così chiaro allora si stikazzi dei giudizi e delle solitudini. Nessuna più si ammalerebbe. Niente più disturbi border line, anoressie, bulimie, autolesionismi, agorafobie, ansie…noooooo nienteeeee piùùùù. Ma non ci si può mettere in contatto con i se stessi del futuro per farsi tranquillizzare. O forse si? Soggetto per un breve racconto (vedi ‘Il gabbiano’ – Cechov). In tal caso voglio essere io a brevettare il metodo e farne dono gratuitamente a chi ne avesse bisogno.

Più Arte ci vuole, altroché, signori miei. Ce ne vuole a vagonate. Non di solo pane è fatto l’Uomo. Di pane, in verità, ne basta poco. Ed eccola che si sveglia, ma io troverò il modo di rotolare a fine discorso. E di questo faticoso e insano giustificarsi dei poeti, degli artisti, dei funamboli della fantasia, ne vogliamo parlare? Lei, Sole, gioca con una scatola bianca a pallini azzurri. Mette oggetti e toglie oggetti. Secondo un ordine tutto suo, che io non capisco. Perché dovrei? Sta nel suo mondo, beata, a fare scoperte che io forse non farò mai e mi da il tempo di rotolare ancora un po.

Vorrei poter vomitare in un bolo solo tutto il dolore dell’essere estranea, ovunque, sempre, e tutta la gioia della scoperta di un’appartenenza nuova. Non deve succedere più. Nessuno mai più sia messo all’angolo perché pensa e vive e sogna fuori dalle righe di un mondo che non ha scritto e che, francamente, parliamoci chiaro, detesta. Si. Detesto il consumo, l’assenza, la fretta, la solitudine che è isolamento, l’obbligo di essere altri da se, i sistemi di valutazione delle scuole, molta pedagogia, la religione imposta, essere moglie, il costume di uccidere e cibarsi di esseri senzienti, la necessità di essere magri…non è finita e non ho tempo. Ma perché mi domando perché? E poi amo amo da morire…

Amo il suono di certe carte che si scartano e i sorrisi che si aprono naturalmente come le porte delle chiese per i pellegrini e il sapore di tutto e certi incontri che non c’è proprio nessun prezzo da pagare e gli occhi rapiti dei bimbi e le loro voci e il pubblico e quell’attimo di silenzio tra il sipario e l’inizio dello spettacolo e il tempo trascorso a scrivere e giocare a palla sapendo di non essere in grado di farlo, solo per giocare, si, amo giocare e pedalare sul lungomare senza meta e camminare per il mondo senza passaporto e dare dei soldi a qualcuno senza chiedermi se li userà bene o male, per pura generosità, si amo la generosità, quella data e quella ricevuta, e amo amare e non essere diffidente per paura di un altro dolore, perché vorrei saperlo mettere in conto e fregarmene. Ecco, questo più di tutto, vorrei: avere un pezzetto di pelle per correre ancora qualche rischio. La farò crescere.

Ringrazio mia figlia Sole per avermi concesso di arrivare alla fine di questo monologo, lei che sta osservando la finestra abbracciata a una grande palla da pilates. Ah, si, certo, amo immensamente il pilates anche se da un po non posso praticarlo. E mica si smette di amare a causa della separazione, no?

Eduardo mio, e che brutta fine abbiamo fatto

Mi sembrava di sentire finanche l’odore delle assi di legno del palcoscenico. Conoscevo le battute a memoria; ogni espressione del volto di ogni attore di ogni commedia. Niente mi è mai sembrato così miracoloso come quella cosa magica che sapevano fare quei cosi magici che stavano rinchiusi dentro quel cubo, in bianco e nero. L’ ho visto prima in TV, il teatro. Certo, non era la stessa cosa che esserci dal vivo, ma ai miei tempi le magie funzionavano meglio, bastava meno, dovevamo immaginare moltissimo. Poi, sono arrivate le recite scolastiche, le prove costume, i pomeriggi di studio persi, e l’ Accademia, quella dei veri attori e ancora pomeriggi di studio persi e nottate per rimettersi in pari. Intanto il teatro, quello vivo, era giunto in paese e, finalmente, l’odore dei camerini mi aveva dato la conferma: si trattava del luogo più bello del mondo, era la magia più potente dell’Universo. O teatro, Eduardo, capisci…chiuso. Come uno sfratto di massa. Siamo senza casa. Esuli. Orfani.

Marie Louise – La signorina Papillon

Io, bambina, gli studiavo le linee del viso, ogni espressione, increspatura, piega della pelle. ‘E come si fa? – pensavo – Chissà se davvero questa cosa si può imparare o devi nascerci per saperla fare’. E’ la magia delle magie, che, all’improvviso, si sospendono tutti i guai e si diventa tutti uno solo, un’unica anima collettiva, non importa che sia maschio o femmina, ma un’anima sola che partecipa, rapita, a questo meraviglioso incantesimo. E’ la panacea per tutti i mali, il tappeto volante, il genio della lampada, l’astronave, il razzo missile…anche solo scriverne, essermi concessa di aprire il faldone antico che contiene i documenti TEATRO, mi solleva, mi fa tornare a respirare, mi sento ancora viva.

A me il teatro ha salvato la vita, mi ha dato una casa, una famiglia, un’appartenenza. Non solo il teatro fatto da me, ma anche quello nel quale ero spettatrice semplice. Se penso a quel tempo mi si allarga il cuore. Era tempo di sogni, di grandi progetti, ma anche di concretezza, di ore e ore passate a provare, di settimane di attesa per il prossimo spettacolo e poi la platea, le luci si spengono e l’astronave riparte. E questi qui che stanno spaccando bottiglie di birra sul muretto sotto casa e schiamazzano e danno tanta noia, questi…il teatro non avrebbe potuto raddrizzarli?

Aaaaahhhhh, Edoardo mio, che tempi incerti e tristi. Tu che vivevi dentro quella scatola, in bianco e nero, eppure così pieno di colori e sfumature, tu che ne pensi. C’avimma fa? Tu, con la tua tazzulella di caffè, la piega del labbro diretta verso l’ironia, lo sguardo immenso di chi ha in tasca un segreto inenarrabile…tu che dici? C’avimma fa? “E’ o vero, Robertì?” “E’ o vero, Eduà”. E allora, ho pensato, senti questa, ho pensato che potrei immaginare ancora più forte, come quando ho immaginato Sole e guarda come mi è venuta bene. Perché a pazzi e creature Dio li aiuta e a casa mia ci siamo entrambi. Ho pensato che mi metto a immaginare forte forte e una soluzione la trovo. Come quando ti dimentichi la battuta in scena e, volere o volare, un modo per uscire dall’impaccio si deve trovare. Ho pensato che a noi, gente di teatro, non ci possono fregare, perché noi sappiamo il freddo, sappiamo la fame, sappiamo l’incertezza del domani, sappiamo ‘apparare’ quando ci dimentichiamo la battuta. Solo a stare vicini vicini ancora non abbiamo imparato bene ma, hai visto mai che questa non sia la volta buona.

Eduà, sai che ti dico? Io ne approfitto per riprendere le fila di un discorso interrotto. Ci ripenso. Lo risento. Ritorno a quella scatola in bianco e nero, all’odore del camerino, alle origini, al desiderio, alla necessità, a…, a…, come si dice? Certo! Io ritorno all’urgenza. Esatto. Eduà, senti questa che è bella assai. Io mo mi vado a riprendere quella bambina cicciottella che entra nel camerino di un attore antico e si fa fare la dedica sul programma di sala di un Pirandello. Me la porto a casa e mi ricordo cosa è urgente. Ah. Già mi sento meglio. Vedrai che passerà anche questa nottata, ma non voglio essere colta di sorpresa. Voglio farmi trovare migliore. E poi…sai che c’è? Il teatro non è un posto. Vedrai che verrà fuori pure dai tombini, tra un po, vedrai.

Un modo, il mio

Quella volta che trovammo il nove di coppe prima di una performance. Siamo a cavallo! Sole era già con me…in gran segreto!

Non è stato il modo migliore, quello ideale. Non è stato il modo in cui dovrebbe accadere, quello naturale. Non è stato il modo giusto, quello in cui tutti si aspettano vadano le cose della vita. Non è stato il modo sbagliato. Non è stato un modo conforme a una regola, a un orientamento, a una religione, a una ideologia. Non è stato un modo facile e neppure uno difficile. Non è il modo che consiglierei a qualcuno e neppure quello che sconsiglierei. E’ stato il mio modo. Mi piacerebbe tanto che esistesse un’entità suprema che, alla fine del viaggio, mi domandasse se ho usato tutte le carte che avevo per compiere il mio diritto alla felicità; se, a prescindere dai risultati, mi son giocata la partita per intero, rigori compresi. Siiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii, io mi son giocata anche le carte delle caramelle, entità cara! Da quando sentirsi appagati è diventato un errore di sistema, o fare ciò che ci piace un atto di presunzione? Quelli che son soddisfatti delle proprie vite vengono guardati con sospetto. Da quando? Da sempre? E perché?

Io ho l’abitudine di prendere appunti ovunque: mi ritrovo pizzini in ogni luogo della casa. Sembra quasi che io lasci messaggi a me stessa. Accade perché non ho mai tempo di scrivere quanto vorrei. A volte mi sorprendono le cose che scrivo. Mi rallegra il non averle lasciate andare, aver trovato il tempo di appuntarle. Altre volte non ho la più pallida idea di cosa volessi dire. E me ne dispiaccio, sinceramente, perché son certa che fosse urgente dirlo. E penso che mi piacerebbe un giorno scoprire il senso di tutte quelle frasi appuntate su improbabili bigliettini, perciò li conservo in scatole di cartone colorato e li distruggo solo dopo averli decifrati e utilizzati. Purtroppo ce ne sono alcuni che non credo capirò mai. Quello di oggi, invece, mi sembra molto bello. “L’Universo premia la buona volontà”. Io ho un sacco di difetti, ma sono letteralmente una donna di buona volontà. Non arretro mai. Di fronte alle difficoltà, al massimo, faccio delle brevi soste, ma non perdo le posizioni conquistate. Mai. Mai più.

Sapevo che io e Sole ci saremmo incontrate, che eravamo scritte l’una per l’altra nel libro dell’Universo, allo stesso modo in cui mi sembra evidente il fatto che io e cana Flora siamo anime gemelle. E così, mentre l’Universo girava per fatti suoi, io mi sono armata della mia buona volontà e, con la determinazione di un ariete e la pazienza di Giobbe, ho tracciato il cammino che mi portava a mia figlia. Chi sarebbe stato mio figlio? Un maschio o una femmina? Dove e come ci saremmo incontrati? Sapevo che le cose più importanti della vita vanno trattate con leggerezza. Non si può avere il passo pesante quando si affronta un passo di danza particolarmente difficile. Ho buttato la zavorra. Tutta. E mi son messa in cammino. Tra difficoltà grandi, grandissime e abnormi. Ho tenuto la rotta. A volte ho perso la direzione, ma ho subito ripreso il controllo del mezzo.

Ed eccoci quà, madre e figlia, travolte dalla pandemia, dalla perdita della amatissima cana. Eccoci quà, tra teatro e danza, tra assenze e poesia, tra scrittura e pannolini, tra bagnetti e storie della buonanotte. Eccoci quà. Lei dorme tra stelline luminose proiettate sul soffitto e lucine soffuse appese alle pareti. Dorme in una scenografia creata apposta per lei, perché faccia sempre bei sogni. Dorme con il suo pigiamino verde, le mani paffutelle e le guance rosse, nella identica posizione nella quale dorme sempre mio padre. Son cose che la Scienza non spiega, e meno male. Dorme dopo aver pianto per reclamare dell’altro latte, il mio latte. Mia figlia dorme nel lettone perché io ho avuto il coraggio di immaginarla e di raccontarla. Mia figlia è mia figlia perché io mi son data il permesso di desiderarla a tal punto da farla diventare vera.

Floppartista è il mio alter ego, un personaggio tragicomico nato per dare un’altra luce all’idea del fallimento. Non è a caso che racconto la mia storia. Vorrei lasciare questa traccia nel mondo, il segno di chi ha capito a carissimo prezzo, quanto ogni essere vivente abbia diritto alla libertà e a dispiegare il proprio essere in ogni direzione possibile. Troppe sofferenze inutili nascono dall’ossessione di controllare le vite degli altri, di sottoporre a giudizio ambiti delle altrui esistenze che appartengono solo a chi le sta vivendo. Il giudizio non è un diritto di nessuno.

A modo mio apparecchio la tavola con piatti di colore e forme differenti, leggo camminando, studio cantando, ometto la punteggiatura oppure esagero con punti e virgole, condisco l’insalata e abbino i colori, canto in una chiave sbagliata, strimpello strumenti musicali, invento danze, creo improbabili dipinti, traccio strade mai battute prima. Perché ho diritto al mio modo. Tutti ne abbiamo diritto. Ed è per te che ti senti perso/a nel mare dei giudizi altrui, che scrivo questa storia.

Colpa mia

Photo by Jarod Lovekamp

Dagli anni 80, si, è colpa mia fin dagli anni 80. La fame nel mondo? Colpa mia. Milioni di bambini con lo stomaco gonfio di nulla e gli occhioni vuoti che mi fissano e, lo so, vogliono dire: “E’ tutta colpa tua!”. Più mia che di qualunque altra bambina, perché, se le altre lasciavano qualcosa nel piatto e si sentivano dire “E ai bambini del Terzo Mondo non ci pensi?”, io, al contrario, mangiavo pure il piatto. Avidamente! Stavo togliendo il cibo di bocca ai bambini africani. Lo so, è colpa mia! Avrei dovuto essere più morigerata, fingermi inappetente, non fare la scarpetta, lasciare qualcosa nel piatto, benedetta bambina, in fondo sei una femminuccia. Una delle cose più belle di mia figlia Sole (che è tutta una meraviglia) è il suo robusto appetito. La soddisfazione che provo guardandola mentre si riempie la bocca di piacere sotto forma di cibi vegetali è immensa. Vi svelo un segreto: l’appetito non è maschio ed è buon segno, anche nelle femmine.

Mi farai morire di infarto. L’ eventuale morte di uno o entrambi i genitori è colpa mia. “Vedrai che quando se ne accorge tuo padre…” Tutti sti padri coi cuori fragili li abbiamo ammazzati noi, facciamocene una ragione, ex bambine e bambini. L’unico orientamento concesso in molte circostanze delle nostre turbolente adolescenze era il pensiero ricorrente: “Questo mio comportamento mi farà mettere a repentaglio la vita di uno o di entrambi i miei genitori?”. Si. Smetto. No. Proseguo.

“E dai, smettila di fare così, la mamma si stanca”. E già. E’ colpa mia se la mamma si stanca. Non è mica perché si sveglia alle 5 del mattino, prepara la colazione, fa vestire tutti i figli, li accompagna in scuole differenti, va a lavorare, fa la spesa a pausa pranzo, porta la nonna a fisioterapia, fa volontariato con l’Avis, rammenda e rattoppa calzoni e calzini perché i soldi non bastano mai, è fissata col minestrone di verdure fresche, ama dipingere di notte e fare la maglia alle tre del mattino, che, si sa, ha l’oro in bocca. “Buongiorno, mammina!”. “Lasciami stare che son stanca, eh!”.

“Non sudare che ti viene la febbre”, “Te lo avevo detto io che ti prendeva l’asma con l’umido che c’era ieri sera e senza canottiera. Senza canottiera, ti rendi conto?” Io ci ho provato a non sudare, con molta intensità, ma temo sia impossibile. Do quasi per certo, diciamo al 98,9%, che un essere umano vivo non può volontariamente smettere di traspirare. Potrebbe, al limite, rimanere immobile il più a lungo possibile, in una sorta di fermo immagine, nel disperato tentativo di sudare il minimo indispensabile e non causarsi, per colpa, alterazioni della temperatura corporea. Stesso sistema sia adottato per evitare lividi, abrasioni e contusioni.

“E tu il motorino dove lo avevi parcheggiato?” Rispondo che l’ho parcheggiato in garage. Eeeeehhhh??? Nooooo!!! La risposta è sbagliata, almeno parzialmente. Il motorino va legato a doppia catena, in garage. Il semplice stazionamento del veicolo all’interno del luogo deputato a custodirlo non è sufficiente, che pensavi? Distratta, tu, sempre! L’hanno rubato mica perché sono …onzi… e delinquenti, ma perché io non lo ho assicurato a una colonna del garage. E così si dica dei dolori alla cervicale, che, si sa, son causati da quella pessima abitudine di non asciugarsi i capelli con il phon nei torridi pomeriggi di agosto. Di quasi tutti i malanni si potrebbe fare a meno rinunciando alla colpa e anche delle storie d’amore finite e di molti addii non voluti.

E che possiamo dire del fatto che cadi sempre perché non guardi MAI dove metti i piediiiiii!!!

E poi arriva Covid 19, eroe dalle mille facce, che condensa in se tutte le colpe passate, le presenti, le future e anche le immaginate o immaginarie. “Sarà indossata correttamente la mascherina?”, “Avrò lavato le mani abbastanza a lungo?”, “E se avessi, inavvertitamente, toccato qualcosa o qualcuno di contaminato?”, ?, ?, ??? Per colpa mia si contageranno chissà quante persone…La verità è che non c’è via d’uscita: la vita ha molti effetti collaterali, come la malattia e la morte, per esempio. Conviene che ci sbarazziamo per sempre di questa inutile colpa, ci attrezziamo di una dose adeguata di responsabilità e impariamo a essere umili di fronte a chiunque, anche ai più piccoli, come i virus, ad esempio, che son grandi maestri di vita.

Io che scrivo di notte da sola…

woman with red umbrella standing at riverbank
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C’era una canzone che faceva […]io cammino di notte da sola[…],

ve la ricordate? Quando ci ripenso me la canto in testa CONVINTA che voi possiate sentirla, un po come a mia nonna sembrava giusto firmarsi nei messaggi registrati sulle segreterie telefoniche, CONVINTA che, altrimenti, noi nipoti non l’avremmo riconosciuta. “Robertuzza, ti ho chiamata per sapere come stai, ma non mi rispondi. Forse sei uscita…eccetera eccetera eccetera. La nonna”. Alla fine noi tutti saremo ricordati e amati più per le nostre stranezze che per le cose fatte a modino, come dicono a Firenze e dintorni. Converrebbe amarle, anche da noi stessi e il più possibile, le nostre ‘divergenze’. Mi è capitato di canticchiarla, la suddetta canzone, in moltissime occasioni. Perché io sono una che di notte da sola… Sono quel personaggio della storia che funziona se fa la cana sciolta, eccentrica e un po misteriosa, positiva con un tocco di noir e così via.

Sono quella che di notte da sola. La sceneggiatrice non mi farebbe mai finire in un interno borghese con una vita liscia e in buona compagnia. In un interno borghese forse si.

Rischio di scivolare più verso lo stile gattara, dipende da quanto vuol calcare la mano l’autrice. Sono un po Michelle Pfeiffer in Paura d’amare, film molto gradevole che pochissimi sanno essere tratto da un meraviglioso testo teatrale che io acquistai in lingua originale in un bookshop newyorkese dopo aver pianto lacrime di gioia di fronte alla sezione teatro. Già il fatto che esistesse una vera sezione teatro mi aveva fatto toccare il cielo con un dito. Ero abituata a sezioni spettacolo nelle quali perdersi tra Pirandello e Shakespeare, Shakespeare e Pirandello e alcuni rari dintorni. Sono un po Liv Ullmann in ‘Sussurri e grida’ di Bergman e un po Mary Beth Hurt in ‘Interiors’ di Woody Allen. Sono Gena Rowlands (che ogni divinità la benedica!). E si, citazioni vintage da Matusalemme, ma è la verità. Mi ha scritta qualcuno che mi voleva di notte da sola a ruminare pensieri, ma…

…la mattina seguente, tutto cambia.

Gli uccellini cinguettano come nella Biancaneve di Disney e io, sorridendo, vado a prendere l’acqua al pozzo con una leggiadria inusitata (tenendo conto del fatto che un secchio pieno d’acqua pesa, per-il-kaiser-sose…, lo so perché faccio avanti e indietro dalla doccia alla vaschetta per il bagnetto di Sole tutte le sere). Gorgheggio e danzo leggiadra. Divento Benedetta Parodi che prepara un piatto veloce veloce per il pranzo, Spank di Hello Spank quando fa gli occhi a cuore, Anne Sullivan in Anna dei miracoli (senza risultati miracolosi, però), Antonella Clerici nella famosa ‘Prova del cuoco’ o Corrado Mantoni in ‘Il pranzo è servito’, Lydia Grant in ‘Fame’…ok, mi fermo, altrimenti mi capiscono solo gli over ‘anta’ e più. Però, documentarsi non è poi così male. Quindi se siete ancora troppo giovani per capire un tubo delle mie citazioni…beh, vale la pena di approfondire. Vi assicuro che non ve ne pentirete.

Poi la mia piccola Sole si sveglia per una poppata notturna, l’allergia mi fa starnutire, il pane che ho infornato è ben cotto e gonfio, la lavatrice ha finito il suo ciclo di lavaggio e ci son le lenzuola da stendere,

apro il balcone per fare entrare l’aria della notte, quell’aria che profuma di inizio estate, di corse al mare con i motorini scassati, di ragazzi con le teste impomatate di gel, di menta e basilico, di limonate e chinotti, di schizzi di spuma sulle barche a vela, di quel futuro immaginato e mai realizzato, di quell’altro futuro immaginato e realizzato, di un passato che cerca di scivolare via dai miei pugni ancora stretti, di un futuro che bussa alle pareti per invadere la casa, di quei mondiali dell’ottantadue quando tutta l’Italia esultò per il goal di Altobelli (che momenti indimenticabili, oddioooooooooo), di un ardente desiderio di pace, di un ardente desiderio di amore.

Io che scrivo di notte da sola,

spezzerei volentieri questa lunghissima solitudine, magari a fine pandemia, quando sarà normale darsi un abbraccione che fa male, prendersi a pacche sulle spalle senza infilarsi i guanti o passarsi l’ amuchina prima e dopo. Sorseggerei volentieri un bel mohito gelato in riva al mare chiacchierando di cose leggeeeeereeeee mentre mi perdo negli occhi di qualcuno che poi si scoprirà essere davvero niente di speciale ma kissene. Mi farei spalmare olio di cocco sulla schiena parlando della mega grigliata che faremo in giardino (solo verdure perché al veganesimo e a Dio non ci rinuncio). Viaggerei in prima classe, di tanto in tanto, facendomi fare l’occhiolino da steward e hostess e leggendo tutti i quotidiani del carrellino.

Io che scrivo di notte da sola, a volte sogno di uscire dalla trincea, con la bandiera bianca, abbassare le armi, e consegnarmi al presunto nemico per vedere se poi è tanto difficile morire…tu chiamale, se vuoi, emozioni, ma, prima o poi, toccherà dargliela vinta!

Esprimo la mia più profonda e sincera gratitudine all’Universo che mi ha voluta così complessa e difficile. Amo ogni sfaccettatura della mia complessità, ma, a volte…

 

Mi ero già inventata da un pezzo

Reinventarsi? A volte ho l’impressione di essere l’unica al mondo ad andare in pezzi, ad avere delle battute d’arresto. Forse lo crediamo tutti. Ma suvvia ragazzi c’è una pandemia in corso e io sono la sola a non aver voglia di reinventarmi, imparare un nuovo mestiere, una nuova lingua, sfornare tutto il giorno, riordinare, pulire gli angoli, dare una mano di vernice. E non è solo perché la maggior parte del mio tempo la trascorro, ovviamente, a prendermi cura di mia figlia. Io mi sento come il gatto dei cartoni animati quando gli cade sulla testa la cassaforte dal decimo piano. Stirata. Improvvisamente tutti sorridono e stanno facendo tutte quelle attività che rimandavano da una vita e ahhh finalmente cambieranno lavoro e faranno un lavoro fichissimo su zoom meetings o altre piattaforme e il mondo diventerà un posto soooo cooollll. Cinquantesimo giorno a casa con Sole. Cinquanta giorni della morte di Cana. Cinquanta giorni senza lavoro. Parecchi anni che son convinta che nella vita tutto ciò che accade sia un’occasione.

Il fatto è che io il mondo nuovo lo desideravo da un pezzo.

Già mi occupavo della cucina, ridipingevo le pareti, odiavo dover correre da un posto all’altro per mettere assieme il pranzo con la cena, amavo fare lunghe camminate e mi piaceva portare il cane a passeggio prima che potesse diventare una scusa per mettere il naso fuori da casa. Magari quella potenziale scusa fosse ancora con noi! Già lo sapevo che ci serve del tempo per vivere, per guardarci negli occhi, per stare con i nostri figli. Da un pezzo ormai combattevo per questa idea di vita. Mi piace dare il tempo a ciò che conta. E combattendo per vivere come desidero vivere ero già stanca da prima che il mondo impazzisse. Lavorare senza certezze, fatiche mai commisurate alle entrate, corse, denti sempre stretti…ma io mi ero inventata ed ero esattamente come ho sempre voluto essere. A dispetto di tutti i colpi che ho preso, ho mantenuto la rotta. E ne ho presi di colpi, anche bassi e bassissimi. Sbandavo e rientravo. Ma deve essere per sempre? Oltre all’entusiasmo delle nuove frontiere quando potremo permetterci di annaffiare con cura le nostre piante, antiche, sudate, desiderate? Non possiamo sempre spazzare via il vecchio. Qualcosa dovrà pur rimanere.

E così tutti si reinventano tranne me.

Io mi sento un po stupida e un po vecchia, per la prima volta in vita mia. Ci dovrà pur essere una, anche breve, fase di lutto, legittima, necessaria. Son sempre fuori luogo, inopportuna, disadattata. Ed è proprio così che voglio essere. E’ la mia specifica forma di adattamento. Il movimento virtuale che serpeggia sui social, le iniziative, i gruppi, i film, gli spettacoli, le conferenze e le webinar e via dicendo, tutto questo mi fa mancare il respiro. Mi sento sopraffatta e son solo io, mi domando? Non cerco neanche una vera risposta. Non mi importa. Anche fossi l’unica al mondo avrei il diritto di sentirmi così. Io vado letteralmente in pezzi e non ho nessun altro modo di rappresentarmi. Ed è un andare in frantumi di una donna matura, solida, che ha fatto tanta strada, che ha combattuto le sue battaglie e adesso avrebbe diritto a fermarsi e a godersi un po di frutto.

Io danzo

e basta. Non mi dedico ad altre attività di gruppo. A parte lo yoga di famiglia con mia sorella, ma quella è ben altra storia. Non voglio imparare niente. Danzo perché mi mancherebbe il mio corpo, il timone, la direzione. Danzo perché mi ancoro alla terra e mi estendo verso il cielo, perché così trascendo le pareti di questa prigionia, perché mi ricordo chi sono, perché mi è necessario, ne ho urgenza. Ho imparato a fare solo ciò che è urgente e necessario. Danzo perché mi riconosco in questa comunità di danzatori che cerca nel corpo il centro della propria anima. Danzo perché mi rimane questo per non perdermi. Danzo perché non ho nessuna altra voglia, perché potrei rimanere ferma a contemplare il mio vuoto per ore se non fosse per mia figlia che risveglia in me la meraviglia e la fiducia.

Mi manca e mi piace

quando mi siedo a scrivere perché ho avuto un’idea per il prossimo spettacolo, quando leggo un nuovo copione e poi scelgo l’evidenziatore per sottolineare le mie battute, quando i visi dei ragazzi si illuminano durante una lezione, quando il pubblico sta appeso alle mie parole e alle mie azioni, quando provo e riprovo, scrivo e riscrivo, immagino un gesto e un personaggio, straccio tutto e ricomincio daccapo, il corpo del pubblico, quello dei miei allievi, la sensazione di assoluta padronanza che non mi abbandona più quando faccio queste cose che i decenni e la determinazione mi hanno insegnato a fare bene, lo studio per una lezione perfetta, la visione del futuro, montare un video, registrare un audio, inventare una scenografia, fare le voci, trovare il modo di fare andare in scena tutti ma proprio tutti (ma solo se lo desiderano), la gratitudine dei genitori, l’applauso, il sudore, la chiarezza di idee che improvvisa appare sul montaggio di una scena, e quella padronanza che arriva dopo tanta ma proprio tanta fatica e dopo tanto ma dopo tanto tempo e che per il mondo non conta più niente. Io mi ero già inventata abbastanza e adesso ho un solo desiderio.

Vorrei tornare a casa.

 

 

Ninne nanne e storie della buonanotte

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Tutto comincia, niente finisce

La ninna-compilation di ieri sera:

  • Edith Piaf-La vie en rose
  • ancora Piaf-Non,je ne regrette rien
  • Simon and Garfunkel-Bridge over troubled waters
  • ancora loro con The sound of silence
  • e, per finire, Somewhere over the raimbow

La ninna nanna di stasera:

  • Mannarino-Vivere la vita

Il venerdì mattina è il momento dello yoga di famiglia.

In diretta tv da Firenze la nostra maestra di yoga (mia sorella) ci guida in un’oretta di benedetto ritorno al mondo dei vivi, di quelli che hanno ancora un corpo. Il corpo, compagno indissolubile della mente, costretto da certi malintesi gravi, a essere trattato come un sacco vuoto, obbligato a soste e clausure, offeso da paure e sostanze tossiche; questo corpo santo che io considero il bene sommo, cerca di difendersi e resistere. Ho saputo che le forze dell’ordine bloccano l’accesso alle spiagge. Una signora impreca perché nei negozi non si trova la pancetta arrotolata. Il sole è caldissimo e Sole si addormenta nella carrozzina che oramai le va quasi stretta, mentre io provo a dribblare i passanti senza mascherina, più per abitudine che per convinzione. La lezione di yoga finisce sempre con un pò di pranayama(respirazione) e un meraviglioso rilassamento…beh, non per me. Fino alla respirazione spesso ci arrivo, ma il rilassamento corrisponde con la ginnastica di mia figlia che si diverte a contorcersi sulla mia pancia e a tentare di spogliarmi per arrivare nel suo posto preferito: il mio seno, al quale vengono concesse davvero rarissime soste, che gli dei e le dee benedicano il suo appetito. Nella classe di yoga c’è la mia mamma come ospite fissa e poi cugina o cognata. Alla fine si affaccia papà e ci si fa quattro chiacchiere mentre Sole è già riuscita a spogliarmi e fa di me quel che vuole.

Il venerdì sera si balla Azul.

Da quando è cominciata la prigionia il tempo in cui si danza è diventato il momento di massima apertura della mia anima, l’unico, perché lei, per paura di ricordarsi di talune sofferenze, si è chiusa come certi fiori che vanno a dormire al calar del sole. Mi piace usare alcune parole che conosciamo ormai in pochi e adoro giocherellare con la punteggiatura come quando, alla fine di un lauto pasto, si fanno le pallinelle con gli avanzi di mollica di pane e si scatena la guerra dei bambini. O di certi adulti fortemente connessi con l’infanzia.  (Intanto mi metto La storia siamo noi, cantata dalla Mannoia, perché sto 25 aprile va festeggiato). Sole dorme. Nell’arco di poche righe mi alzo decine di volte per controllare che respiri, per essere certa di tenerla al sicuro. E mi accorgo che senza la cana il silenzio è molto più silenzioso e solitario. Sole dorme serena. Sole che, avvolta nella fascia e appiccicata alla mia pelle, ha dormito per quasi tutto il tempo della danza e,alla fine, ha aperto i suoi occhioni e mi ha detto con il cuore: “Mamma, tirami fuori che ballo anche io”,e ha ballato eccome. Volato e riso, con quelle risate piene dei bambini che no, non può averle fatte nessun altro se non Dio. (Senza volontà mi parte ‘Felicità’ cantata da Ron e Fiorella Mannoia…aaaahhhh, che meraviglia il caso, quel caso che non è mai esistito!). Sole dorme serena. Stanotte si fa tardi perché c’è un nuovo viaggio da organizzare. Non possiamo perdere tempo. Stanotte si fanno le valigie, si butta un po di zavorra, si contempla la strada che è rimasta incollata alle suole delle scarpe vecchie. Quelle non le butto. Sono il miglior promemoria per eroiche foglie al vento dalla memoria corta. Sole è nata quando ci ho creduto. Davvero. Soggetto per un nuovo breve racconto.

Adesso mi faccio una tazza di cioccolato perché mi è venuto un po freddo e voglio scrivere ancora. Nessuna mamma verrà per spedirmi a letto.

(Dalla, La sera dei miracoli. O benedetto caso mio) La nostalgia si è aperta un varco. Mi si sono rintorcinate le budella. Sapreste dirlo meglio? Parlo di quando l’anima si apre e tutto esce e tutto entra e la verità e il mistero della vita sembrano chiarissime. Sulle ultime note e l’applauso finale, il miracolo si chiude con la stessa facilità con cui si è aperto. Sorseggio la mia cioccolata. Sole dorme serena. Pensavo, durante le danze di stasera, alla condizione terribile e sublime nella quale son finita a causa di questa ‘quarantena’. Mi sono illuminata. La verità è che ero impantanata in un ritmo vitale che odiavo, ero saldamente attaccata al male minore. Ero persa. Ed eccomi qua. Mi mancavo. Stanca, ferita, dolorante, con delle occhiaie da manuale, ma io,quella che alza l’ostacolo tutte le volte che salta, io che non ho mai rinunciato a un sogno, io che eh eh eh e chi poteva dirlo, io che ho una bimba dai capelli rossi da prendere per mano per renderla libera. Io che ballo con Sole. Finisco la mia cioccolata e poi vado a dormire accanto alla mia bimba.

I surrender to myself e…buonanotte al secchio.

 

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