HO I MOSTRI NEL CASSETTO

Io con la paura ci ho molta confidenza, con tutte le sue forme: ipocondria, germofobia, paura di morire, paura di vivere, paura di essere abbandonata, paura di essere investita sulle strisce pedonali, paura di amare e anche di non amare mai più, paura del fallimento oi oi oi oi…E quando c’era la povera cana avevo il terrore che le accadesse qualcosa di grave, per esempio morire, prima o poi. Accadimento che ho la quasi certezza era inevitabile, anche se mi ero convinta che lei fosse un caso speciale. La cana stessa asseriva, infatti, di essere appartenuta a Superman e, per questo motivo, di avere dei superpoteri, tra i quali annoverava l’immortalità. Ho anche il terrore del buio pesto perché è una condizione nella quale non puoi accorgerti se sei improvvisamente diventata cieca.

Con una voglia di Sole sui capelli

Su queste fondamenta traballanti, a dimostrazione del fatto che sono veramente una pazza da legare, ho deciso di diventare mamma. Sono stata talmente determinata e forte da riuscire nell’impresa. Direi che è stato un fatto quasi supereroico. E subito dopo toglierei il quasi e mi vestirei da wonder woman. Le mamme e anche i papà lo sanno che essere genitori da accesso facilitato ai regni della paura. ‘E se le accadesse qualcosa?’, ‘E se non fossi all’altezza?’, ‘E se facessi degli errori irreparabili?’, ‘E se incontrasse il lupo cattivo?’, ‘E se…???’. La lista è infinita e io mi sono messa in trappola da sola.

Poi è arrivata la Pandemia, una bestia metà stronza e metà pure, che, in combutta con il mio karma, ha deciso di darmi un altro schiaffone. Un virus ha invaso il mondo intero, attentando alle nostre vite, mentre la cana stava morendo (grandissima paura realizzata) e io mi trovavo rinchiusa con una bimba di tre mesi e mezzo, sola, senza lavoro, senza soldi, e, soprattutto, senza la mia grandissima arma segreta: la fuga! Non potevo più pensare che, male che vada, faccio le valigie e vado via.

Io, però, non ho paura di volare.

Chiudo gli occhi, in qualunque situazione, e volo. Cambio storia, cambio casa, cambio vita. Sorvolo il mondo così come è e lo cambio. Volo piano, velocissimo, alto, basso, sulle montagne, a pelo d’acqua…e così creo mondi che, per il solo fatto di essere pensati, sono veri. Dopo ogni volo prendo appunti, per non dimenticare di cosa son capace. Uno di quei voli è diventato la cana Flora, un altro è Sole. I miei voli son diventati viaggi, spettacoli, racconti, o son rimasti ricordi che hanno dipinto di ottimismo i miei momenti bui. Quindi, alla fine dei conti, il mio karma ha ragione di insistere a fare lo stronzo perché così mi costringe a volare.

I giorni passati son stati davvero bui. Sole stava molto male e non si rintracciava la pediatra. E poi bisognava farle il tampone, altrimenti non l’avrebbero visitata. E lei stava sempre peggio, la febbre alta. Il momento dopo è diventato impossibile prenotare un tampone perché i sistemi informatici erano andati in tilt. Stava avvenendo qualcosa che non credevo possibile. Tenevo tra le braccia mia figlia bollente di febbre e urlante di un misterioso dolore e nessuno mi aiutava. Che grande paura si era materializzata! Dovevo ritornare lucida. Dovevo essere creativa. Guardare alla meta e non distrarmi con le difficoltà. Con la collaborazione della mitica nonna Graziella, che se non la cito potrebbe offendersi, sono andata in una farmacia e ho chiesto di farle un tampone. Ho incontrato donne di una umanità incredibile. Subito dopo Sole è stata finalmente visitata dalla pediatra. Ha una brutta faringite e un orecchio infiammato e anche un raffreddore di rara potenza. Con la giusta terapia migliora. E si riprende fiato. Ma io ho pensato tanto a tutte quelle madri che son costrette a tenere tra le braccia figli senza speranza e che trovano solo porte chiuse. Con i bambini stiamo sbagliando tutto e, prima o poi, ci presenteranno il conto.

E si; è proprio vero che l’unico modo di avere una buona relazione con la paura è prenderla a braccetto e farci una chiacchierata. Poi, la si mette a sedere da qualche parte e si avviano i motori per il decollo. Lei non se ne va. E’ paziente. E’ sottile. Non è affatto permalosa. Rimane li e ti aspetta. Ma le scappa un sorriso. Poi, quando scendi dall’apparecchio, la guardi ed è diventata così mingherlina. Sta li, indomita, ma non è più insuperabile. Ci puoi stare. Ci puoi fare quattro chiacchiere. Lei è fatta così. A qualcosa serve, dicono. Io sono arrivata addirittura a volerle bene perché mi ha insegnato il gusto della conquista. L’ho resa anche pieghevole e messa in un cassetto per farmi una notte di sonno, ogni tanto.

Sole dorme. I miei mostri sono ordinatamente riposti nel cassetto della biancheria. Buonanotte, cari e care. Che la notte sia di volo.

Il titolo si farà da se

Sono passati parecchi mesi, mesi nei quali mi son spogliata di tutto, ho abbandonato ogni certezza residua. Mi son sentita persa, sola, alla deriva. Mi son goduta questa meravigliosa creatura che a buon diritto posso chiamare figlia. Ho pensato, ripensato, sentito alla bocca dello stomaco il senso di una vita che finisce, di un vecchio abito che deve andare via. Per sempre. Son trascorsi mesi in emergenza cercando di mantenere la rotta. Ricordati, figlia mia, che nella tempesta non devi mai distogliere lo sguardo dalla meta. Arriveranno onde altissime, ma tu non ti turbare: sfidale, quelle onde. Le han fatte perché imparassi a surfarle. So che sei una tosta, peggio di me. Che sei più forte e meglio armata. Non temo che tu ti perda. Io sono una roccia e saprai sempre tornare a casa. Io sono la tua casa e il mondo è il tuo parco giochi. Saprai tutto ciò che a me è mancato. E già sai che io non mi muovo. Io sto dove DEVO stare.

Non ho più certezze, ma un apprezzabile vuoto, buono solo per chi ha il coraggio di guardarci dentro. Questa pandemia si è portata via tante persone amate e non mi riferisco a chi è morto. Il virus ha scoperto le carte e mostrato la natura degli umani, quella che si svela appieno solo nelle grandi crisi. In guerra, quando le bombe cadono e il pericolo di perdere la vita è dietro l’angolo, si vede chi è chi. In questo caso il faro che si è acceso era potentissimo e la verità è arrivata a valanga. E io, pian piano, ho lasciato scivolare via dal mio cuore esseri che credevo di amare. Non ho voglia di vederli, ne di ascoltare le loro ragioni che sempre hanno forma di urla e di insulti. La mia parola preferita, ultimamente, è rispetto.

Io ho scelto la pace. Ho scelto il rispetto. Ho scelto la cura di valori che non possono dipendere da condizioni esterne. Mai e dico mai mi sarei permessa di screditare, sbeffeggiare, insultare e mettere all’angolo nessuno. Nessuno. Ritengo aberranti certe cose che stanno accadendo in questo Paese. Ne sono offesa e molto spaventata. Ma le ragioni politiche dei politici le capisco e arrivo persino ad accettarle, tanto il loro orrore è necessario all’equilibrio dell’Universo. Del giornalismo neanche parlo: è morto tanto tempo fa. Quello che non accetterò mai è l’arroganza di chi liquida il pensiero divergente a suon di ”siete dei coglioni!”. Non vi voglio mai più intorno. Ritengo una perdita di tempo l’amarvi o, peggio, il tentare un dialogo. Ma quanto mi piacerebbe che un giorno, per caso, vi trovaste in qualche nicchia nella quale non siete abbastanza numerosi per far ruggire le tastiere tutti assieme o per fare battute di bassa lega in coro. Vorrei vedervi all’angolo per un quarto d’ora. Non credo resistereste di più.

Vorrei vedervi rischiare tutto in nome della libertà, avere il fegato di uscire dalle trincee e prendervi in petto i colpi di qualcun altro. Ma ho tutto questo disgusto che scivola via come olio tiepido e non ho tempo ne voglia di coltivare il male. Mi piace essere sola, oppure in pochi e scelti compagni. Adoro stare all’angolo e non lasciare niente al caso; tessere la mia tela da snob. Non mi rimpicciolisco più di fronte a un ‘sei pazza!’. Io sono pazza. E ho il diritto di esserlo. Sono divergente e molto intelligente.

Mamma, domenica scorsa, mi ha fatto un sacco di complimenti perché avevo un viso disteso e pacifico. Sei bella!, continuava a ripetere. Bontà sua, dico io. Ovviamente non mi capita spesso di essere così pacificamente bella. Le ho spiegato che la pace è stata una scelta fatta a tavolino. Tenuto conto del fatto che sono oppressa da pensieri non miei, orientamenti non miei, violenze di ogni genere e da un virus che ha stravolto anche la mia vita, decido di navigare la realtà esattamente così come è. Sarò in compagnia di pochissimi e sceltissimi compagni di viaggio. Non distoglierò mai lo sguardo dall’isola verso la quale navigo. Trascorrerò il tempo all’aperto, più tempo possibile. Reciterò perché io sono il recitare. Scriverò perché io sono lo scrivere. Sognerò e progetterò perché io sono sogni e progetti. Continuerò a godermi questa meravigliosa avventura che porta il nome di maternità e della quale, nonostante tutto, riesco sempre a cogliere il lato migliore (prima o poi).

Vorrei potervi dire che non c’è niente di personale, ma non posso. Mi allontano. E già mi sento meglio, molto meglio.

Vi prego, astenetevi da qualunque forma di commento, che si tratti di intubazione o robe di appestamenti…beh, lasciate perdere. Certi pensieri maligni vi fanno tanto bruttin* bruttin* bruttin*

I colori di Sole

Pensieri da Pand#1

Ultimamente il foglio bianco mi paralizza. Un attimo prima ho milioni di cose da dire urgentissimamente, e l’attimo seguente…il vuoto. È che me ne stanno capitando, eeeehhh eeeee quanteeee, come ai bei vecchi tempi, ai tempi in cui Cana filava.Vi ricordate? Come quando c’era ancora lei. E dai la cana non ha mai smesso di esserci. E poi speravo che Sole dormisse per un po’, invece oggi non ne vuole proprio sapere. I bambini prendono tutto lo spazio che c’è. Non si può pensare, non si può immaginare, bisogna essere presenti, per loro e con loro. Bisogna essere terrene, solide e leggere allo stesso tempo. Vabbè questo è un discorso complesso che approfondiremo.

Il fatto è che mi manca tutto. Mi manco. Ho nostalgia di me stessa, di quella me stessa che ci metteva tutta l’anima e tutto il corpo, che creava, che lavorava, che guadagnava; ho molta nostalgia della mia dignità, della mia identità.

Allora diciamocelo chiaramente che esiste una categoria di esseri umani che vanno abrogati, almeno in Italia. Io non lo so come funzioni negli altri paesi e, francamente, non me ne frega un piffero. Non ho voglia di lottare, di fare le barricate, di chiedere, di abbassare la testa. Sapete che mi viene in mente quando mi sento così? Solange… no, non quella che leggeva la mano e le carte. Mi riferisco alla Solange de Le serve di Genet, un personaggio meraviglioso che ho avuto la immensa fortuna di interpretare nel secolo scorso in un minuscolo teatro di Napoli. Vi consiglio di andarlo a leggere questo testo. Certo non posso consigliarvi di correre a teatro a vederlo la prima volta che sarà messo in scena, perché, parliamoci chiaro, il teatro è stato abrogato da un pezzo, come tutt*qull*che lo abitavano, lo animavano, lo rendevano possibile.  Ma torniamo a noi. Solange, la serva, che ha dovuto, suo malgrado, servire ed essere remissiva per tutta la vita, tenere la schiena curva e compiacere la padrona, nel monologo finale della piece si riprende la posizione eretta.  “Io ho servito compiendo i gesti che occorrono per servire. Ho sorriso a madame, mi sono chinata per rifare i letti, chinata per pulire i pavimenti, chinata per sbucciare le verdure e per origliare alle porte con l’occhio attaccato al buco della serratura. Ma ora resto dritta in piedi…”, e andava avanti ancora per un pezzo visto che erano più o meno 3 pagine dattiloscritte di monologo, che io recitavo arrampicandomi su una griglia di metallo costruita apposta per lo spettacolo e compiendo uno sforzo fisico non indifferente. Sono molto orgogliosa di quel lavoro e queste poche righe di monologo le ho sempre pronunciate con una soddisfazione inenarrabile. Mi riempivano la bocca e me la riempiono ancora. Io adesso resto dritta, in piedi: sono la signora!

Ed è come mi sentivo allora che mi sono sentita oggi, uscendo dal patronato, piena di rabbia e priva di forze. Oggi, però, viaggiando verso il fondo di questo ennesimo travaglio, trovo una nuova granitica consapevolezza e la chiamo granitica non a caso perché il sistema in cui, nostro malgrado, siamo costrett* a muoverci, ci induce inconsapevolmente a dubitare dell’ovvio e rende necessarie le convinzioni granitiche che non scendono ad alcun compromesso. Io, in questo esatto momento, resto dritta in piedi e mi riprendo la mia dignità.

Mentre parlavo con l’addetta del Patronato mia figlia Sole, seduta nel suo passeggino vintage (realmente d’epoca perché ereditato dalla cugina diciassettenne), ripeteva la parola mamma e la situazione era così pesante, scura, nebbiosa, stressante e malinconica da farmi, per un attimo, dimenticare la gioia che ho impiegato decenni a conquistare e la conquista ancora più grande: la sillaba ‘ma’ ripetuta ossessivamente da mia figlia fin dal 16 marzo scorso. Allora siamo tornate a casa sotto la pioggia e faceva contemporaneamente un gran caldo e avevamo tanta fame e ho deciso che avremmo comprato la pizza anche oggi perché non bisogna essere mai troppo rigide con se stesse e questo a lei voglio insegnarlo. E quando siamo arrivate ci siamo fiondate in una vaschetta di humus di lenticchie e nel sugo di una pizza rossa e abbiamo riso, tantissimo. Lei mi ha presa in giro come fa di solito quando la rimprovero perché sta lanciando cibo e posate ovunque e sarò costretta a ripulire la cucina da cima a fondo e sono stanca aaaahhhh se sono stanca. Ma lei mi imita, imita il tono di voce che prendo quando la rimprovero e mi fa ridere. Eh sì, abbiamo riso un sacco. Non le permetterò di rinunciare a niente, di impiegare del tempo in qualcosa che non le dia gioia e non lo permetterò a me stessa.

Perché eravamo al patronato e di pessimo umore? Stay tuned. La storia continua e…andrà tutto bene…che pest l colg tutt quant. Chi ha talento per il fallimento non soccombe mai!!!

Per Claudio

E chi se lo aspettava tutto questo? E’ stato davvero come prendere un pugno in faccia dal nulla, senza alcun preavviso. Dovevo assolutamente parlarti, trovare il tempo di farlo, perché ho un mare di cose da dirti. Perché non è che il tempo e la distanza e le strade che si biforcano e si separano, no, non è che possano cancellare o attenuare il bene che ci si è voluti, le risate, le arrabbiature, i ricordi, i tentativi, la vita oddioquanta vita c’è stata in quel tratto di strada percorso assieme. Ci penso e rabbrividisco. E sono davvero stanca, ma stanotte devo assolutamente parlare con te, prima che ti allontani troppo da questa terra martoriata, mentre ancora aleggi fra di noi, spaesati, inermi. Non bisogna perdere tempo!!! Io adesso mi preparo latte e cioccolato, di quello veg si. Sole dorme. E mi prendo il tempo di parlarti, perché ho l’anima in subbuglio e ho bisogno di stare un pò con te. E con la scusa che siamo tra noi, chiamo anche la cana ad accoccolarsi sui miei piedi…ekke diamine, avrò diritto anche io di piangermi ste mazzate!!!

Ho ritrovato queste immagini della Medea di Roma. Chissà che mi dicevi. Io avevo una gamba fuori uso e ci stavamo preparando per il grande sogno di New York. Che grinta, ragazzi. Senza mai perdere un colpo! Invece, della foto in cui ti metti la mano sulla gola, so esattamente cosa stavi per dire. “Ho la bocca asciutta. Devo bere. Portatemi acqua!’. Avevi sempre urgenze per le quali accorrere e ordini da dare, e buonumore, tanto. Rivedo queste immagini e, improvvisamente, mi sembra ieri. Mi sembra ieri attraversare Central Park, mi sembra ieri perdersi nel gelo della notte newyorkese, mi sembra ieri che i costumi bianchi diventano rosa per via di una lavanderia a gettoni, mi sembra ieri vederti tuffato con la faccia dentro a una pizza ai mille formaggi e ridere ridere ridere come si rideva da bambini. Tu non puoi morire. Non riesco a pensare a una vita più vitale della tua. Ma che maledetto incubo è questo?

Non lo so. Forse l’Universo mi parla anche a colpi di tragedie. A un certo punto mi son sentita stanca, talmente stanca da chiudere a doppia mandata una delle parti migliori di me e non sentirla più, non volerla. I poeti, lo sai, non son solo quelli che scrivono poesie: son quelle povere anime che vibrano troppo e una prosa scarna non le può contenere. Hanno bisogno di placare il vento per non volare via, a volte. Poi Sole mi ha riportata sulla terra e ho dovuto ancorarmi. Improvvisamente, la notizia della tua perdita, appresa per caso, da un social, mi ha presa a schiaffi e mi ha schiantata indietro nel tempo e lì, in quel tempo prezioso, ho rivisto quella parte di me della quale ho nostalgia e che si sta facendo strada per tornare a casa. Ti sarebbe piaciuta Sole e tu a lei. Avreste riso a crepapelle e mangiato fino a scoppiare: tu con mille formaggi e lei tutto veg, ma di sostanza.

Ho vissuto il teatro come mezzo per la libertà di essere quello che siamo, come luogo dell’anima nel quale non esiste giusto e sbagliato, ma si esiste e basta. 

Quando son venuta a insegnare nella tua classe di teatro, tu mi hai guardata con sospetto e mi hai detto: “Chi sei tu? Al posto di chi vieni?”. Non sapevo se ridere o se piangere. Ho pensato che fossi un osso duro e che il tuo giudizio avesse un gran peso tra i tuo compagni. Avevo ragione. Ma non ci è voluto molto perché voi tutti vi fidaste di me. C’è stata magia. ‘A matti…andiamo, su, bisbigliavo dietro le quinte e tu che ridevi e ti si sentiva dalla scena. ‘E dai, Roberta, smettila’…però ti veniva da ridere e io che mi sentivo benedetta da tutte le divinità perché stavo facendo teatro con trenta matti. Poi mi son lasciata travolgere, dalla delusione, dai colpi bassi, dalla stanchezza, dalla fame, dal freddo. Ho perso la ragazza che andava dritta come un fuso verso il suo obiettivo, ho perso la fede e la determinazione. Però lo sapevo che sarebbe, prima o poi, saltata dentro casa dalla finestra. Ora mi ricordo tutto e te più di ogni altro e non voglio credere che quella risata contagiosa, quell’appiccicume mortale per un porcospino come me, quella simpatia immensa…tutto quel fiume in piena di vita…non potrò più incontrarlo, neanche per caso, se non nei miei ricordi più belli, in quel volo Roma New York sul quale A. ha pronunciato il mio nome per la prima volta.

Diversamente abili…mah…attori immensi, drammaturghi stupendi, persone vibranti e sensibili, amici, fratelli, umani fin troppo umani…vere bestie da palcoscenico ed esplosioni di colori e risate e bocche piene di cibo che vuol dire fame di vita…fame d’amore…che vuol dire quel prezioso carrozzone delle meraviglie sul quale c’è posto per tutti perché a teatro, si sa, niente è per finta e niente è per davvero, ma tutto è.

Mancherai, Claudio. Immensamente. E ora vai, che Gigi ti aspetta.

La fine dei 7 re

Smettiamola di dire che questo è stato un anno funesto, che si è portato via i migliori. La morte esiste. Gigi aveva 80 anni. Lo avremmo voluto con noi il più a lungo possibile, ma la vita di tutti termina. Ed è questo il fatto importante che sembriamo aver rimosso chirurgicamente dalle nostre coscienze. Non deve piacerci. Anzi, è probabile che alla maggior parte di noi l’idea non piaccia affatto. E non dobbiamo neanche pensarci tutto il tempo. Possiamo fare gli scongiuri. Teniamola però a mente questa cosa, perché è una maestra.

Gigi è morto dopo una vita piena, consegnando alla terra il meglio di sé. Il vuoto che le persone si lasciano dietro è sempre proporzionale al pieno che hanno saputo costruire. E quindi prendiamola dal verso giusto la perdita. Facciamo che sia quella pacca sul sedere che ci spinge ad alzare il deretano e a non perdere neanche un attimo, nemmeno un fiato.

E che dovremmo fare? Vivere, e che altro? Non semplicemente infilare un respiro dietro l’altro, ma vivere davvero. Fare delle nostre vite un inno alla gioia. Fare ciò che amiamo anche quando il mondo intero sembra remarci contro. Ma ci pensate che grande perdita sarebbe stata se Gigi avesse accontentato la mamma e si fosse trovato un bel posto sicuro nel quale trascorrere l’esistenza al riparo da ogni rischio. Ci pensate? Omioddiocheorrore!!!

Non voglio dire che dovremmo diventare tutti famosi o che siamo tutti obbligati a essere geniali, ma che ce la dobbiamo spassare con le onde della vita, che dovremmo dare il meglio. Quanti di noi passano gran parte del loro tempo a fare cose che detestano, quanti, con scuse di vario genere, non si sono mai concessi un passo falso, o un sonoro fallimento, che è sintomo gravissimo di vita vissuta?

Ebbene, io ci penso spesso, quasi ossessivamente, a questa storia che la vita è un’occasione unica. Mi domando se ho dato abbastanza, se ho evitato i compromessi, se ho scommesso abbastanza, se sto veramente facendo fiorire la mia essenza. Io questa urgenza di vivere me la ricordo fin da bambina e mi ricordo l’enorme tristezza di voler vivere al massimo, ma di combattere con la depressione che ti atterra e tu non sei nessuno. Poi ho capito che quella, la tristezza maxima, ti acchiappa solo se non stai vivendo nella verità, se ti sforzi di accontentare qualcun altro piuttosto che star lì ad annaffiare il tuo daimon.

E allora si – diceva il grande Pino – che vale a pena e vivere e suffrì (Allora si, Pino Daniele). Stanotte voglio onorare questa enorme perdita con un altro pacco di buoni propositi per il futuro e con queste parole che non ho rimandato di scrivere perché domani non esiste. Oggi è tutto ciò che ho. E i buoni propositi, dunque? Quelli sono il miglior carburante per alzarsi la mattina e mettersi in marcia verso se stessi.

Gigi, tu ci hai fatti divertire sul serio. Sei stato un professionista di rara bravura, un talento invidiabile. Tu hai onorato questo mestiere. Tu sei la testimonianza di quanto grande e sacro e necessario all’essere umano sia quel magico rituale detto teatro. Hai fatto bene a non trovarti un lavoro sicuro.

Il giorno 2 novembre 2020 ci lasciava, proprio nel giorno del suo compleanno, il grande Gigi Proietti. A lui è dedicata questa breve riflessione.

Presente e volente

I miei pensieri si sono fatti vorticosi e sembra che il tempo non mi basti mai. Scrivere, vorrei, molto più di quanto non riesca a fare e creare, sempre: non mi basta mai. Ma vorrei anche trascorrere con Sole più tempo possibile e tacere e osservarla e bere ogni suo gesto. E ridere assieme, come facciamo, ancora più spesso. Di più. Vorrei poter scalare dal mio conto tutte quelle maledette malinconie e i giorni grigi e gli abbandoni, aaahhh, maledetti anche loro, e mai adeguatamente motivati. La presenza, oddioseesisti, la presenza è il dono più prezioso. Vorrei, oddiocomevorrei, poter bonificare tutta quella solitudine, stipata e presente a bizzeffe nella mia vita. Quanta, troppa solitudine. Vorrei dilagare, sgorgare, eruttare parole e rimproveri e discorsi e parole di ogni genere, di quelle che lasciano il segno e anche, se è il caso, fanno tanto male ma di quel male buono che poi partorisci e il parto ti conduce da un te migliore, più consapevole e…presente, kazzo, presente. La presenza è l’unico dono che posso farti!

camerino o casa

Vorrei parlare per mesi per anni, di tutte quelle parole ingoiate e rifare i discorsi smussati per compiacere, architettati nel vano tentativo di essere amata e so che devo sbrigarmi e correre…veloce veloce dai e non ci sta più tempo neppure per la punteggiatura perché tua figlia si sta svegliando e ti vuole e la vuoi. Presente! Vorrei rifare ma poi neanche è vero che voglio rifare. Piuttosto vorrei dire finalmente IO SONO QUI!!! Non più corretta, smussata, arrotondata, diplomatica, no, no, no, io sono quiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii, questa qui, povera e pazza, ma pazza d’amore, sempre, e ferma e rotolante, contemporaneamente. Io sono qui. Io sono un atto poetico e una partita di pallone. Io voglio!

Improvvisamente si sciolgono i nodi, i macigni sul petto, le giuste ribellioni ricacciate indietro a pugni, le rivendicazioni, le ingiustizie, improvvisamente. Se lo si sapesse a quindici o a vent’anni che un giorno tutto sarà così chiaro allora si stikazzi dei giudizi e delle solitudini. Nessuna più si ammalerebbe. Niente più disturbi border line, anoressie, bulimie, autolesionismi, agorafobie, ansie…noooooo nienteeeee piùùùù. Ma non ci si può mettere in contatto con i se stessi del futuro per farsi tranquillizzare. O forse si? Soggetto per un breve racconto (vedi ‘Il gabbiano’ – Cechov). In tal caso voglio essere io a brevettare il metodo e farne dono gratuitamente a chi ne avesse bisogno.

Più Arte ci vuole, altroché, signori miei. Ce ne vuole a vagonate. Non di solo pane è fatto l’Uomo. Di pane, in verità, ne basta poco. Ed eccola che si sveglia, ma io troverò il modo di rotolare a fine discorso. E di questo faticoso e insano giustificarsi dei poeti, degli artisti, dei funamboli della fantasia, ne vogliamo parlare? Lei, Sole, gioca con una scatola bianca a pallini azzurri. Mette oggetti e toglie oggetti. Secondo un ordine tutto suo, che io non capisco. Perché dovrei? Sta nel suo mondo, beata, a fare scoperte che io forse non farò mai e mi da il tempo di rotolare ancora un po.

Vorrei poter vomitare in un bolo solo tutto il dolore dell’essere estranea, ovunque, sempre, e tutta la gioia della scoperta di un’appartenenza nuova. Non deve succedere più. Nessuno mai più sia messo all’angolo perché pensa e vive e sogna fuori dalle righe di un mondo che non ha scritto e che, francamente, parliamoci chiaro, detesta. Si. Detesto il consumo, l’assenza, la fretta, la solitudine che è isolamento, l’obbligo di essere altri da se, i sistemi di valutazione delle scuole, molta pedagogia, la religione imposta, essere moglie, il costume di uccidere e cibarsi di esseri senzienti, la necessità di essere magri…non è finita e non ho tempo. Ma perché mi domando perché? E poi amo amo da morire…

Amo il suono di certe carte che si scartano e i sorrisi che si aprono naturalmente come le porte delle chiese per i pellegrini e il sapore di tutto e certi incontri che non c’è proprio nessun prezzo da pagare e gli occhi rapiti dei bimbi e le loro voci e il pubblico e quell’attimo di silenzio tra il sipario e l’inizio dello spettacolo e il tempo trascorso a scrivere e giocare a palla sapendo di non essere in grado di farlo, solo per giocare, si, amo giocare e pedalare sul lungomare senza meta e camminare per il mondo senza passaporto e dare dei soldi a qualcuno senza chiedermi se li userà bene o male, per pura generosità, si amo la generosità, quella data e quella ricevuta, e amo amare e non essere diffidente per paura di un altro dolore, perché vorrei saperlo mettere in conto e fregarmene. Ecco, questo più di tutto, vorrei: avere un pezzetto di pelle per correre ancora qualche rischio. La farò crescere.

Ringrazio mia figlia Sole per avermi concesso di arrivare alla fine di questo monologo, lei che sta osservando la finestra abbracciata a una grande palla da pilates. Ah, si, certo, amo immensamente il pilates anche se da un po non posso praticarlo. E mica si smette di amare a causa della separazione, no?

Eduardo mio, e che brutta fine abbiamo fatto

Mi sembrava di sentire finanche l’odore delle assi di legno del palcoscenico. Conoscevo le battute a memoria; ogni espressione del volto di ogni attore di ogni commedia. Niente mi è mai sembrato così miracoloso come quella cosa magica che sapevano fare quei cosi magici che stavano rinchiusi dentro quel cubo, in bianco e nero. L’ ho visto prima in TV, il teatro. Certo, non era la stessa cosa che esserci dal vivo, ma ai miei tempi le magie funzionavano meglio, bastava meno, dovevamo immaginare moltissimo. Poi, sono arrivate le recite scolastiche, le prove costume, i pomeriggi di studio persi, e l’ Accademia, quella dei veri attori e ancora pomeriggi di studio persi e nottate per rimettersi in pari. Intanto il teatro, quello vivo, era giunto in paese e, finalmente, l’odore dei camerini mi aveva dato la conferma: si trattava del luogo più bello del mondo, era la magia più potente dell’Universo. O teatro, Eduardo, capisci…chiuso. Come uno sfratto di massa. Siamo senza casa. Esuli. Orfani.

Marie Louise – La signorina Papillon

Io, bambina, gli studiavo le linee del viso, ogni espressione, increspatura, piega della pelle. ‘E come si fa? – pensavo – Chissà se davvero questa cosa si può imparare o devi nascerci per saperla fare’. E’ la magia delle magie, che, all’improvviso, si sospendono tutti i guai e si diventa tutti uno solo, un’unica anima collettiva, non importa che sia maschio o femmina, ma un’anima sola che partecipa, rapita, a questo meraviglioso incantesimo. E’ la panacea per tutti i mali, il tappeto volante, il genio della lampada, l’astronave, il razzo missile…anche solo scriverne, essermi concessa di aprire il faldone antico che contiene i documenti TEATRO, mi solleva, mi fa tornare a respirare, mi sento ancora viva.

A me il teatro ha salvato la vita, mi ha dato una casa, una famiglia, un’appartenenza. Non solo il teatro fatto da me, ma anche quello nel quale ero spettatrice semplice. Se penso a quel tempo mi si allarga il cuore. Era tempo di sogni, di grandi progetti, ma anche di concretezza, di ore e ore passate a provare, di settimane di attesa per il prossimo spettacolo e poi la platea, le luci si spengono e l’astronave riparte. E questi qui che stanno spaccando bottiglie di birra sul muretto sotto casa e schiamazzano e danno tanta noia, questi…il teatro non avrebbe potuto raddrizzarli?

Aaaaahhhhh, Edoardo mio, che tempi incerti e tristi. Tu che vivevi dentro quella scatola, in bianco e nero, eppure così pieno di colori e sfumature, tu che ne pensi. C’avimma fa? Tu, con la tua tazzulella di caffè, la piega del labbro diretta verso l’ironia, lo sguardo immenso di chi ha in tasca un segreto inenarrabile…tu che dici? C’avimma fa? “E’ o vero, Robertì?” “E’ o vero, Eduà”. E allora, ho pensato, senti questa, ho pensato che potrei immaginare ancora più forte, come quando ho immaginato Sole e guarda come mi è venuta bene. Perché a pazzi e creature Dio li aiuta e a casa mia ci siamo entrambi. Ho pensato che mi metto a immaginare forte forte e una soluzione la trovo. Come quando ti dimentichi la battuta in scena e, volere o volare, un modo per uscire dall’impaccio si deve trovare. Ho pensato che a noi, gente di teatro, non ci possono fregare, perché noi sappiamo il freddo, sappiamo la fame, sappiamo l’incertezza del domani, sappiamo ‘apparare’ quando ci dimentichiamo la battuta. Solo a stare vicini vicini ancora non abbiamo imparato bene ma, hai visto mai che questa non sia la volta buona.

Eduà, sai che ti dico? Io ne approfitto per riprendere le fila di un discorso interrotto. Ci ripenso. Lo risento. Ritorno a quella scatola in bianco e nero, all’odore del camerino, alle origini, al desiderio, alla necessità, a…, a…, come si dice? Certo! Io ritorno all’urgenza. Esatto. Eduà, senti questa che è bella assai. Io mo mi vado a riprendere quella bambina cicciottella che entra nel camerino di un attore antico e si fa fare la dedica sul programma di sala di un Pirandello. Me la porto a casa e mi ricordo cosa è urgente. Ah. Già mi sento meglio. Vedrai che passerà anche questa nottata, ma non voglio essere colta di sorpresa. Voglio farmi trovare migliore. E poi…sai che c’è? Il teatro non è un posto. Vedrai che verrà fuori pure dai tombini, tra un po, vedrai.

Un modo, il mio

Quella volta che trovammo il nove di coppe prima di una performance. Siamo a cavallo! Sole era già con me…in gran segreto!

Non è stato il modo migliore, quello ideale. Non è stato il modo in cui dovrebbe accadere, quello naturale. Non è stato il modo giusto, quello in cui tutti si aspettano vadano le cose della vita. Non è stato il modo sbagliato. Non è stato un modo conforme a una regola, a un orientamento, a una religione, a una ideologia. Non è stato un modo facile e neppure uno difficile. Non è il modo che consiglierei a qualcuno e neppure quello che sconsiglierei. E’ stato il mio modo. Mi piacerebbe tanto che esistesse un’entità suprema che, alla fine del viaggio, mi domandasse se ho usato tutte le carte che avevo per compiere il mio diritto alla felicità; se, a prescindere dai risultati, mi son giocata la partita per intero, rigori compresi. Siiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii, io mi son giocata anche le carte delle caramelle, entità cara! Da quando sentirsi appagati è diventato un errore di sistema, o fare ciò che ci piace un atto di presunzione? Quelli che son soddisfatti delle proprie vite vengono guardati con sospetto. Da quando? Da sempre? E perché?

Io ho l’abitudine di prendere appunti ovunque: mi ritrovo pizzini in ogni luogo della casa. Sembra quasi che io lasci messaggi a me stessa. Accade perché non ho mai tempo di scrivere quanto vorrei. A volte mi sorprendono le cose che scrivo. Mi rallegra il non averle lasciate andare, aver trovato il tempo di appuntarle. Altre volte non ho la più pallida idea di cosa volessi dire. E me ne dispiaccio, sinceramente, perché son certa che fosse urgente dirlo. E penso che mi piacerebbe un giorno scoprire il senso di tutte quelle frasi appuntate su improbabili bigliettini, perciò li conservo in scatole di cartone colorato e li distruggo solo dopo averli decifrati e utilizzati. Purtroppo ce ne sono alcuni che non credo capirò mai. Quello di oggi, invece, mi sembra molto bello. “L’Universo premia la buona volontà”. Io ho un sacco di difetti, ma sono letteralmente una donna di buona volontà. Non arretro mai. Di fronte alle difficoltà, al massimo, faccio delle brevi soste, ma non perdo le posizioni conquistate. Mai. Mai più.

Sapevo che io e Sole ci saremmo incontrate, che eravamo scritte l’una per l’altra nel libro dell’Universo, allo stesso modo in cui mi sembra evidente il fatto che io e cana Flora siamo anime gemelle. E così, mentre l’Universo girava per fatti suoi, io mi sono armata della mia buona volontà e, con la determinazione di un ariete e la pazienza di Giobbe, ho tracciato il cammino che mi portava a mia figlia. Chi sarebbe stato mio figlio? Un maschio o una femmina? Dove e come ci saremmo incontrati? Sapevo che le cose più importanti della vita vanno trattate con leggerezza. Non si può avere il passo pesante quando si affronta un passo di danza particolarmente difficile. Ho buttato la zavorra. Tutta. E mi son messa in cammino. Tra difficoltà grandi, grandissime e abnormi. Ho tenuto la rotta. A volte ho perso la direzione, ma ho subito ripreso il controllo del mezzo.

Ed eccoci quà, madre e figlia, travolte dalla pandemia, dalla perdita della amatissima cana. Eccoci quà, tra teatro e danza, tra assenze e poesia, tra scrittura e pannolini, tra bagnetti e storie della buonanotte. Eccoci quà. Lei dorme tra stelline luminose proiettate sul soffitto e lucine soffuse appese alle pareti. Dorme in una scenografia creata apposta per lei, perché faccia sempre bei sogni. Dorme con il suo pigiamino verde, le mani paffutelle e le guance rosse, nella identica posizione nella quale dorme sempre mio padre. Son cose che la Scienza non spiega, e meno male. Dorme dopo aver pianto per reclamare dell’altro latte, il mio latte. Mia figlia dorme nel lettone perché io ho avuto il coraggio di immaginarla e di raccontarla. Mia figlia è mia figlia perché io mi son data il permesso di desiderarla a tal punto da farla diventare vera.

Floppartista è il mio alter ego, un personaggio tragicomico nato per dare un’altra luce all’idea del fallimento. Non è a caso che racconto la mia storia. Vorrei lasciare questa traccia nel mondo, il segno di chi ha capito a carissimo prezzo, quanto ogni essere vivente abbia diritto alla libertà e a dispiegare il proprio essere in ogni direzione possibile. Troppe sofferenze inutili nascono dall’ossessione di controllare le vite degli altri, di sottoporre a giudizio ambiti delle altrui esistenze che appartengono solo a chi le sta vivendo. Il giudizio non è un diritto di nessuno.

A modo mio apparecchio la tavola con piatti di colore e forme differenti, leggo camminando, studio cantando, ometto la punteggiatura oppure esagero con punti e virgole, condisco l’insalata e abbino i colori, canto in una chiave sbagliata, strimpello strumenti musicali, invento danze, creo improbabili dipinti, traccio strade mai battute prima. Perché ho diritto al mio modo. Tutti ne abbiamo diritto. Ed è per te che ti senti perso/a nel mare dei giudizi altrui, che scrivo questa storia.

Colpa mia

Photo by Jarod Lovekamp

Dagli anni 80, si, è colpa mia fin dagli anni 80. La fame nel mondo? Colpa mia. Milioni di bambini con lo stomaco gonfio di nulla e gli occhioni vuoti che mi fissano e, lo so, vogliono dire: “E’ tutta colpa tua!”. Più mia che di qualunque altra bambina, perché, se le altre lasciavano qualcosa nel piatto e si sentivano dire “E ai bambini del Terzo Mondo non ci pensi?”, io, al contrario, mangiavo pure il piatto. Avidamente! Stavo togliendo il cibo di bocca ai bambini africani. Lo so, è colpa mia! Avrei dovuto essere più morigerata, fingermi inappetente, non fare la scarpetta, lasciare qualcosa nel piatto, benedetta bambina, in fondo sei una femminuccia. Una delle cose più belle di mia figlia Sole (che è tutta una meraviglia) è il suo robusto appetito. La soddisfazione che provo guardandola mentre si riempie la bocca di piacere sotto forma di cibi vegetali è immensa. Vi svelo un segreto: l’appetito non è maschio ed è buon segno, anche nelle femmine.

Mi farai morire di infarto. L’ eventuale morte di uno o entrambi i genitori è colpa mia. “Vedrai che quando se ne accorge tuo padre…” Tutti sti padri coi cuori fragili li abbiamo ammazzati noi, facciamocene una ragione, ex bambine e bambini. L’unico orientamento concesso in molte circostanze delle nostre turbolente adolescenze era il pensiero ricorrente: “Questo mio comportamento mi farà mettere a repentaglio la vita di uno o di entrambi i miei genitori?”. Si. Smetto. No. Proseguo.

“E dai, smettila di fare così, la mamma si stanca”. E già. E’ colpa mia se la mamma si stanca. Non è mica perché si sveglia alle 5 del mattino, prepara la colazione, fa vestire tutti i figli, li accompagna in scuole differenti, va a lavorare, fa la spesa a pausa pranzo, porta la nonna a fisioterapia, fa volontariato con l’Avis, rammenda e rattoppa calzoni e calzini perché i soldi non bastano mai, è fissata col minestrone di verdure fresche, ama dipingere di notte e fare la maglia alle tre del mattino, che, si sa, ha l’oro in bocca. “Buongiorno, mammina!”. “Lasciami stare che son stanca, eh!”.

“Non sudare che ti viene la febbre”, “Te lo avevo detto io che ti prendeva l’asma con l’umido che c’era ieri sera e senza canottiera. Senza canottiera, ti rendi conto?” Io ci ho provato a non sudare, con molta intensità, ma temo sia impossibile. Do quasi per certo, diciamo al 98,9%, che un essere umano vivo non può volontariamente smettere di traspirare. Potrebbe, al limite, rimanere immobile il più a lungo possibile, in una sorta di fermo immagine, nel disperato tentativo di sudare il minimo indispensabile e non causarsi, per colpa, alterazioni della temperatura corporea. Stesso sistema sia adottato per evitare lividi, abrasioni e contusioni.

“E tu il motorino dove lo avevi parcheggiato?” Rispondo che l’ho parcheggiato in garage. Eeeeehhhh??? Nooooo!!! La risposta è sbagliata, almeno parzialmente. Il motorino va legato a doppia catena, in garage. Il semplice stazionamento del veicolo all’interno del luogo deputato a custodirlo non è sufficiente, che pensavi? Distratta, tu, sempre! L’hanno rubato mica perché sono …onzi… e delinquenti, ma perché io non lo ho assicurato a una colonna del garage. E così si dica dei dolori alla cervicale, che, si sa, son causati da quella pessima abitudine di non asciugarsi i capelli con il phon nei torridi pomeriggi di agosto. Di quasi tutti i malanni si potrebbe fare a meno rinunciando alla colpa e anche delle storie d’amore finite e di molti addii non voluti.

E che possiamo dire del fatto che cadi sempre perché non guardi MAI dove metti i piediiiiii!!!

E poi arriva Covid 19, eroe dalle mille facce, che condensa in se tutte le colpe passate, le presenti, le future e anche le immaginate o immaginarie. “Sarà indossata correttamente la mascherina?”, “Avrò lavato le mani abbastanza a lungo?”, “E se avessi, inavvertitamente, toccato qualcosa o qualcuno di contaminato?”, ?, ?, ??? Per colpa mia si contageranno chissà quante persone…La verità è che non c’è via d’uscita: la vita ha molti effetti collaterali, come la malattia e la morte, per esempio. Conviene che ci sbarazziamo per sempre di questa inutile colpa, ci attrezziamo di una dose adeguata di responsabilità e impariamo a essere umili di fronte a chiunque, anche ai più piccoli, come i virus, ad esempio, che son grandi maestri di vita.

Io che scrivo di notte da sola…

woman with red umbrella standing at riverbank
Photo by Josh Hild on Pexels.com

C’era una canzone che faceva […]io cammino di notte da sola[…],

ve la ricordate? Quando ci ripenso me la canto in testa CONVINTA che voi possiate sentirla, un po come a mia nonna sembrava giusto firmarsi nei messaggi registrati sulle segreterie telefoniche, CONVINTA che, altrimenti, noi nipoti non l’avremmo riconosciuta. “Robertuzza, ti ho chiamata per sapere come stai, ma non mi rispondi. Forse sei uscita…eccetera eccetera eccetera. La nonna”. Alla fine noi tutti saremo ricordati e amati più per le nostre stranezze che per le cose fatte a modino, come dicono a Firenze e dintorni. Converrebbe amarle, anche da noi stessi e il più possibile, le nostre ‘divergenze’. Mi è capitato di canticchiarla, la suddetta canzone, in moltissime occasioni. Perché io sono una che di notte da sola… Sono quel personaggio della storia che funziona se fa la cana sciolta, eccentrica e un po misteriosa, positiva con un tocco di noir e così via.

Sono quella che di notte da sola. La sceneggiatrice non mi farebbe mai finire in un interno borghese con una vita liscia e in buona compagnia. In un interno borghese forse si.

Rischio di scivolare più verso lo stile gattara, dipende da quanto vuol calcare la mano l’autrice. Sono un po Michelle Pfeiffer in Paura d’amare, film molto gradevole che pochissimi sanno essere tratto da un meraviglioso testo teatrale che io acquistai in lingua originale in un bookshop newyorkese dopo aver pianto lacrime di gioia di fronte alla sezione teatro. Già il fatto che esistesse una vera sezione teatro mi aveva fatto toccare il cielo con un dito. Ero abituata a sezioni spettacolo nelle quali perdersi tra Pirandello e Shakespeare, Shakespeare e Pirandello e alcuni rari dintorni. Sono un po Liv Ullmann in ‘Sussurri e grida’ di Bergman e un po Mary Beth Hurt in ‘Interiors’ di Woody Allen. Sono Gena Rowlands (che ogni divinità la benedica!). E si, citazioni vintage da Matusalemme, ma è la verità. Mi ha scritta qualcuno che mi voleva di notte da sola a ruminare pensieri, ma…

…la mattina seguente, tutto cambia.

Gli uccellini cinguettano come nella Biancaneve di Disney e io, sorridendo, vado a prendere l’acqua al pozzo con una leggiadria inusitata (tenendo conto del fatto che un secchio pieno d’acqua pesa, per-il-kaiser-sose…, lo so perché faccio avanti e indietro dalla doccia alla vaschetta per il bagnetto di Sole tutte le sere). Gorgheggio e danzo leggiadra. Divento Benedetta Parodi che prepara un piatto veloce veloce per il pranzo, Spank di Hello Spank quando fa gli occhi a cuore, Anne Sullivan in Anna dei miracoli (senza risultati miracolosi, però), Antonella Clerici nella famosa ‘Prova del cuoco’ o Corrado Mantoni in ‘Il pranzo è servito’, Lydia Grant in ‘Fame’…ok, mi fermo, altrimenti mi capiscono solo gli over ‘anta’ e più. Però, documentarsi non è poi così male. Quindi se siete ancora troppo giovani per capire un tubo delle mie citazioni…beh, vale la pena di approfondire. Vi assicuro che non ve ne pentirete.

Poi la mia piccola Sole si sveglia per una poppata notturna, l’allergia mi fa starnutire, il pane che ho infornato è ben cotto e gonfio, la lavatrice ha finito il suo ciclo di lavaggio e ci son le lenzuola da stendere,

apro il balcone per fare entrare l’aria della notte, quell’aria che profuma di inizio estate, di corse al mare con i motorini scassati, di ragazzi con le teste impomatate di gel, di menta e basilico, di limonate e chinotti, di schizzi di spuma sulle barche a vela, di quel futuro immaginato e mai realizzato, di quell’altro futuro immaginato e realizzato, di un passato che cerca di scivolare via dai miei pugni ancora stretti, di un futuro che bussa alle pareti per invadere la casa, di quei mondiali dell’ottantadue quando tutta l’Italia esultò per il goal di Altobelli (che momenti indimenticabili, oddioooooooooo), di un ardente desiderio di pace, di un ardente desiderio di amore.

Io che scrivo di notte da sola,

spezzerei volentieri questa lunghissima solitudine, magari a fine pandemia, quando sarà normale darsi un abbraccione che fa male, prendersi a pacche sulle spalle senza infilarsi i guanti o passarsi l’ amuchina prima e dopo. Sorseggerei volentieri un bel mohito gelato in riva al mare chiacchierando di cose leggeeeeereeeee mentre mi perdo negli occhi di qualcuno che poi si scoprirà essere davvero niente di speciale ma kissene. Mi farei spalmare olio di cocco sulla schiena parlando della mega grigliata che faremo in giardino (solo verdure perché al veganesimo e a Dio non ci rinuncio). Viaggerei in prima classe, di tanto in tanto, facendomi fare l’occhiolino da steward e hostess e leggendo tutti i quotidiani del carrellino.

Io che scrivo di notte da sola, a volte sogno di uscire dalla trincea, con la bandiera bianca, abbassare le armi, e consegnarmi al presunto nemico per vedere se poi è tanto difficile morire…tu chiamale, se vuoi, emozioni, ma, prima o poi, toccherà dargliela vinta!

Esprimo la mia più profonda e sincera gratitudine all’Universo che mi ha voluta così complessa e difficile. Amo ogni sfaccettatura della mia complessità, ma, a volte…

 

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