Il nuovo corso

Vorrei entrare nel negozio di giocattoli e fare quattro chiacchiere con la giovane E., da poco diventata vegana. Vorrei sentire il suono fresco della sua voce. Vorrei sentirla dire allegramente: “Sole, come stai?”. Vorrei rimanere una ventina di minuti a chiacchierare di un giochino che possa placare la curiosità e il movimento perpetuo di mia figlia. Vorrei curiosare, chiacchierare, ficcare il naso come un topolino nello scaffale del formaggio, dico, ficcare il naso nella vita, nella vita della gente, nei loro cuori e vedere, oddio, come vorrei vedere i loro sorrisi. Vorrei uscire dal negozio con un oggettino di poco conto e di grande valore, con un oggettino che catalizzerà l’attenzione della piccola Sole per giorni. “Ciao, buona giornata!”, direbbe E. e non si scorderebbe certamente di indirizzare un saluto personale alla mia bimba. “Ciao, Sole. Fai la brava!”. Ovviamente con tono ironico.

Vorrei dormire, dormire davvero, serena, senza paura di non sapere cosa ne sarà di noi domani. Vorrei sognare, sognare sogni belli, ad occhi chiusi, ma anche ad occhi aperti. Vorrei poter sognare e vorrei sorridere al mio dirimpettaio sul treno della metropolitana. Vorrei sentirmi al sicuro. Quando sto bene e anche quando sto male. Vorrei portare mia figlia al nido e avere il sorriso stampato e non dover ingoiare sgarbi e dispetti e non dover dubitare di averla lasciata nel posto giusto. Vorrei tornare a chiacchierare con la pediatra e sentirmi dire: “Stia tranquilla, signora, le mamme sanno sempre tutto”. Vorrei che mi dicesse che certo, si, la bimba si visita se sta male, perché c’è scritto sul giuramento di Ippocrate. E vorrei, oddio come e quanto vorrei, non dare più lo sgarbo, la scortesia, il bullismo e l’aggressione come scontati. E vorrei non stupirmi della gentilezza.

Vorrei essere rapita da una musica e ballare alla fermata del 766 all’ora di punta. Vorrei andare in vacanza e sentire che si, me la son proprio meritata. Vorrei non stringere più i denti. Vorrei buttare via l’armatura e smettere di combattere, adesso, subito. Vorrei che tornassero la fiducia e la speranza, la gioia e la leggerezza. Vorrei innamorarmi ad ogni passo. Vorrei ricominciare a pensare che si, tutto è possibile, TUTTO. E vorrei tanto poter sentire ancora amici quelli che no, non erano amici o, forse, si son solo persi, ma il risultato non cambia. Vorrei immergermi in un pensiero e saltare la mia fermata e finire al capolinea e sorridere di me e delle mie distrazioni. Vorrei lavorare, tutti i giorni, come fanno i contadini, con dedizione, con totale presenza, con amore per tutto ciò che fanno. Vorrei cogliere i frutti.

E son rimasta qui, come una cretina, senza poter prendere un treno, un bus, senza cinema, teatro, senza lavoro, senza soldi, senza la forza quasi sovrumana che mi ha condotta fino a questo punto. Con le risate e i pianti di mia figlia. Con il vuoto. Il vuoto. Il vuoto dell’incredulità, dello sbigottimento. Con il vuoto della prigioniera che non aveva avuto la lungimiranza di intravedere le sbarre che si avvicinavano. Non lo credevo possibile. E’ imperdonabile. Il mondo vi ricorderà per come meritate. E io auguro a tutti noi, prigionieri e stanchi, di trovare una strada per ricominciare a fiorire e a gioire, per credere.

RESPIRO

E’ stata una dura battaglia con questo virus. Non è stata una passeggiata, ma una scoperta. Ho avuto molta paura. Da quando bambina, non potevo uscire di casa senza avere il mio inalatore a causa dell’asma, ho sempre avuto il terrore di non poter respirare. Il respiro è il centro dell’esistenza. Incontrare qualcosa che ti toglie il respiro è enorme. Ma mi sono accorta che il cuore del mio terrore non era nella malattia in se, ma nella possibilità di essere curata in modo giusto. Sola, con la bimba, immaginavo la terribile eventualità di finire in ospedale. E’ stato orribile pensarmi in un mondo così ostile. Qualunque siano le motivazioni, anche le migliori, le più giuste, questo non è un buon posto per l’umanità.

Mi sveglio sempre molto presto. Quando ancora tutto è avvolto dal silenzio. Benché non vi sia mai un silenzio assoluto. In un palazzo con tanti appartamenti i ritmi si moltiplicano e si sovrappongono. Da dodici giorni siamo rinchiuse e stamattina usciremo per andare a sottoporci all’ennesimo tampone. Ancora dolori al petto e alle spalle, ma il peggio sembra passato. Tornare fuori, però, mi fa davvero paura. Ieri Sole è uscita sul balcone e ballava, faceva gira gira, urlava ‘soooooooleeeeeeeeee’, perché lei lo sente il potere del sole, la sua necessità. E’ davvero una creatura speciale e sono infinitamente grata che abbia scelto me per arrivare su questa terra. Non ho dubbi sulla bellezza di questa scelta. Ma sono molto stanca perché ogni piccolo gesto quotidiano è diventato complesso e irrazionale. Perché da troppo tempo stringo i denti di fronte alla totale negazioni dei miei diritti e la gestione della pandemia ha solo ratificato un modo di non curarsi dei bisogni del paese, ma solo di quelli del potere e di un’economia oscena e indifferente ai valori umani. Mi sento travolta da questa cecità dilagante.

Mi sentirò esule se andrò via, ma sarò esule anche se rimarrò per ritrovare in qualche modo un posto dove fiorire. Fino ad oggi la paura di soffrire e di sentirmi ancora diversa, in minoranza, scacciata, mi ha frenata. Ho evitato di mettermi in sterili polemiche e di sottopormi al rischio di commenti feroci. Sbagliato! Non è corretto tenere un basso profilo quando in ballo c’è davvero tanto. Stand up for your rights…cantava qualcuno. OK. Mi va benissimo essere aggredita, abbandonata, schernita o peggio ancora. Qualunque cosa accada, io ho da prendermi cura di due anime preziose, la mia e quella della piccola Sole. A volte staremo scomode. Ma lei saprà sempre che la mamma sta dove deve stare e che la mamma non si arrende e che la mamma ha sempre combattuto per la giustizia e che la giustizia non ci deve convenire: si difende e basta.

I miei nonni erano medici. Erano ottimi medici. Si prendevano cura delle persone, come fa un medico. Erano ottime persone. Forse avrebbero abbracciato questa idea di cura, non so. Può essere. Ma non riesco proprio a immaginarli feroci, ingiusti, aggressivi. Se chiudo gli occhi vedo la loro totale dedizione, l’amore per questo lavoro che è stato calpestato. Non esiste un solo motivo giusto per trattare la cura delle persone in questo modo indecente. E un giorno potrebbe toccare a voi. Potrebbe esserci un’altra emergenza, un’altra richiesta alla quale non vi sentite di rispondere. Potrebbe. La vita è circolare. Prima o poi le nostre azioni ci riprendono e anche le nostre omissioni. Si chiama karma ed è una bella cosa. Si chiamerebbe compassione. Ed è una facoltà dell’animo umano che andrebbe coltivata fin da piccoli. E’ garanzia di cura e di sopravvivenza per tutti perché esce dalla sfera dell’Io, perché è noi.

E poi c’è stata la mia dottoressa, che non è stata in vigile attesa. La mia dottoressa che dice che il medico visita e il medico cura. Strana, eh? Ci sono state le mail con febbre e saturazione e le telefonate nelle quali mi ha tranquillizzata e le cure tempestive ed efficaci e gli yuppiiiiiiii scritti via mail quando si vedevano dei miglioramenti…pian piano ho capito che non tutto il mondo era caduto nella trappola, che qualcuno aveva mantenuto la sua direzione. Ho avuto tanta paura ed è stato orribile. Ho pensato a tutti quelli che si son trovati a soffrire e morire da soli. Non che stessi morendo, ma quando ti manca il respiro non hai casa a cui tornare. Il respiro è la casa. Perciò oggi, con immensa gratitudine, torno al respiro anche se fa ancora male. Me lo riprenderò pian piano, ci farò pace.

E pian piano ricostruirò una vita che son stata costretta a smantellare. Una vita che mi piaceva. Considererò un’occasione preziosa questa di fare scelte ancora più radicali, di rimanere con l’essenziale. Avrò occasione di valutare cosa è realmente essenziale. MAI ESIBIRO’ UNA TESSERA PER ESERCITARE I MIEI DIRITTI! Non ho più paura di essere esclusa. Voglio essere esclusa da questo gioco. Io gioco fuori con altri complici, e ce ne sono. A volte è bello incontrarsi. A volte può essere deludente, perché siamo tutti in un turbine nel quale la causa rischia di essere più importante della relazione. Ma ci siamo. Imperfetti, sotto pressione, spaventati, determinati. Io ci sono. Sole c’è. Sono pronta per il resto della mia vita. Io non ho paura di avere paura. Giochiamo!

Dove sei?

Ti cercavo tra la folla, accanto a me o dietro di me. Sapevo che non avresti dato un soldo alla mia causa, ma non importava. Ciò che davvero mi premeva era sapere che i nostri abbracci, le chiacchierate, i caffè, le tisane, le nottate, le chat, gli sguardi, la nostra relazione, con tutto ciò di sacro e di vitale che contiene, fosse lì. Contava sapere che il tempo e la passione scambiati, regalati, amati, desiderati…che fossero lì, nel cestino delle cose importanti, anzi di quelle fondamentali. Dove sei? Ho allungato ancor di più il collo. Mi sono estesa, alla mia destra, alla sinistra; ho guardato dietro di me. Niente. Non volevo guardare in faccia la folla che tirava le pietre. Fino all’ultimo istante ho pregato, non so chi, ma ho pregato forte, che tu non fossi seduto tra i sacerdoti del Sinedrio, seppur silenzioso, che tu non fossi tra la gente che lanciava sassi ai peccatori, seppur senza l’ombra di una pietra in mano. Ho chiuso gli occhi mentre arrivavano le pietre. Non sapevo neppure se mi avrebbero colpita o se avrebbero colpito qualcuno di quelli costretti a stare accanto a me. Io non avevo scelta. Quello era il mio posto. Tu, si, che potevi scegliere. Avresti potuto sussurrarmi all’orecchio le tue ragioni, con amore, senza dare neppure un soldo alla mia causa, ma saresti rimasto accanto a me e, forse, saresti stato colpito da qualcuno di quei sassi e ti saresti ferito: non per la mia causa, ma per amor mio, per amore della mia e della tua libertà.

Eppure ti ho avuto accanto, ci siamo scambiati sguardi e consigli, abbiamo vissuto ore e mondi. Era importante. Desideravo che ti indignassi per il trattamento da me subito, mentre mi sussurravi all’orecchio che la mia causa era la più grande ottusità della storia e che mi sarebbe costata la vita e che non volevi perdermi, che volevi avermi ancora accanto per secoli, a qualunque costo. Volevo il tuo fiato sul collo, magari che mi braccassi come un lupo affamato o come un licantropo, ma al mio fianco, seppur disprezzando la mia causa. Era cosa urgente, era cosa importante per rimanere umani, per rimanere nell’amore, per non cadere in quel gorgo che risucchia l’umanità degli umani per far sopravvivere esclusivamente un finto agio, agio che solo un’ élite può pagare.

Siamo arrivati nudi quaggiù, tutti. Ce ne andremo nudi, tutti. Arriviamo e partiamo nella stessa, identica condizione. Nel mezzo lasciamo tracce e quelle tracce sono semi. Io ci tenevo a lasciare il seme del nostro amore, ma adesso temo che si sia bruciato per l’incuria, per la mancanza di acqua e di sorrisi, per la negazione dello sguardo amorevole che tutto nutre. Certo, siamo sopravvissuti, entrambi, fino ad oggi e, fino ad oggi, nessuno potrà dire con certezza chi avesse torto e chi ragione. Probabilmente entrambi abbiamo torto ed entrambi abbiamo ragione. Non ci è servito. Non ha salvato il nostro amore. Perché di amore si trattava. Perché tu sei me e io sono te. Perché il torto che patisci tu è il mio torto. Ogni ingiustizia deve ferirci entrambi.

E poi ti ho visto. Ho visto te e visto lei e poi gli altri. Eravate in tanti e, certo, nello sguardo c’era l’amarezza profonda di chi si è amato e assiste impotente alla sofferenza altrui, ma non c’era neanche l’ombra di un’azione in mio favore, seppur disprezzando, tutti voi, la mia causa. Era giusto che io perissi con la causa. Così, mentre i sacerdoti del Sinedrio spiegavano le ragioni che io non comprendevo e il popolo lanciava pietre alla cieca, ho aperto gli occhi e ho provato disperatamente a continuare ad amarvi perché so come vi sentite, perché non sono la mia causa, perché sono me, ma sono te; perché da tutta la vita alleno la mia anima ad essere noi.

Ma non mi arrendo. Non è la mia causa che deve vincere, ma l’umanità che illuminerà la via di fuga da questo antro buio nel quale siamo finiti. Io sogno ancora di potervi amare nuovamente, un giorno, seppur disprezzando la vostra causa. Per adesso riposo, perché l’anima è stanca e la battaglia ancora lunga.

Volere e volare

Ballavamo ieri sera, io e la piccola Sole e la bambola Camilla, su una spettacolare terrazza in un bellissimo quartiere di questa mostruomeravigliosa città. “Babu, mamma, Babu”, ripeteva Sole. Che vuol dire “Mano, mamma, mano”. E così ci siamo prese per mano io, Camilla e Sole. Bello: ho sempre desiderato di avere due figlie femmine. Certo, non immaginavo due biondine, ma mi è andata di lusso, ragazzi. Sono stupende. Camilla, poi, da davvero pochissimi problemi e, di tanto in tanto, finisce in lavatrice senza fare un fiato. Li dove finiscono periodicamente il papero Quaquack e la pecora Dedè.

stra-ordinariamnte felici cucinando tatata e cici

Mentre saltellavamo su e giù, connesse in questo trenino dell’amore, noi tre, pensavo a tante cose, ma non ci pensavo con la testa, come si fa di solito, ingolfando i neuroni ed esaurendo le energie, no, ci pensavo con il corpo e con il cuore e con il respiro finalmente libero di fluire e anche con le ginocchia rotte, perché no. Pensavo a quanta lotta mi si richiede ogni giorno, ogni momento; anche ieri arrivare all’appuntamento con la danza è stata un’avventure piena di ostacoli. E mi son chiesta il perché di tanto costante arrampicare. E lì, mi si è spalancato un balcone di ariosa risposta, con tanti vasi di rigogliosi geranei rossi. Io ho sempre scelto cosa fare della mia anima, dove farla vivere, quali scelte compiere, che aria respirare, quali compromessi evitare. Io ho sempre scelto. Era inevitabile e lo è ancora, che io pagassi il prezzo giusto. E va bene così.

Va proprio bene così, mi son detta, mentre io, Camilla e Sole danzavamo sulla terrazza magica e mi scappavano urla di gioia, di libertà, di immensa gratitudine. Non ho lasciato niente al caso e, di certo, per questo mondo sono abbastanza una fallita e non me ne importa un piffero… e già. Perché vuol dire che non mi sono arresa, che sono ancora la ragazzina attaccabrighe che non sopporta le ingiustizie, che mi so assumere il peso della libertà e della scelta, ad ogni costo.

Questo non è un fatto da niente. E’ un miracolo. E’ una meraviglia. E’, in se stesso, Dio.

Abbiamo volteggiato ieri sera, io e Sole e Camilla e abbiamo mangiato ‘tatata e cici (pasta e ceci)’ e abbiamo riso un sacco e abbiamo cercato gatti neri che fanno la ‘nanna ninni’…perché qui c’è magia, sempre, in mezzo a qualunque battaglia. Qui la magia non muore mai. Ecco perché, a volte, la notte, quando Sole dorme e la casa è finalmente silenziosa, mi sembra di sentire il rumore di certe zampette che si avvicinano da lontani arcobaleni. Eccome se ci manchi, Cana mia, ma stiamo facendo risplendere la tua eredità di facce buffe, robusto appetito e scodinzoli mondiali.

Tra volere e volare, noi scegliamo la magia!

HO I MOSTRI NEL CASSETTO

Io con la paura ci ho molta confidenza, con tutte le sue forme: ipocondria, germofobia, paura di morire, paura di vivere, paura di essere abbandonata, paura di essere investita sulle strisce pedonali, paura di amare e anche di non amare mai più, paura del fallimento oi oi oi oi…E quando c’era la povera cana avevo il terrore che le accadesse qualcosa di grave, per esempio morire, prima o poi. Accadimento che ho la quasi certezza era inevitabile, anche se mi ero convinta che lei fosse un caso speciale. La cana stessa asseriva, infatti, di essere appartenuta a Superman e, per questo motivo, di avere dei superpoteri, tra i quali annoverava l’immortalità. Ho anche il terrore del buio pesto perché è una condizione nella quale non puoi accorgerti se sei improvvisamente diventata cieca.

Con una voglia di Sole sui capelli

Su queste fondamenta traballanti, a dimostrazione del fatto che sono veramente una pazza da legare, ho deciso di diventare mamma. Sono stata talmente determinata e forte da riuscire nell’impresa. Direi che è stato un fatto quasi supereroico. E subito dopo toglierei il quasi e mi vestirei da wonder woman. Le mamme e anche i papà lo sanno che essere genitori da accesso facilitato ai regni della paura. ‘E se le accadesse qualcosa?’, ‘E se non fossi all’altezza?’, ‘E se facessi degli errori irreparabili?’, ‘E se incontrasse il lupo cattivo?’, ‘E se…???’. La lista è infinita e io mi sono messa in trappola da sola.

Poi è arrivata la Pandemia, una bestia metà stronza e metà pure, che, in combutta con il mio karma, ha deciso di darmi un altro schiaffone. Un virus ha invaso il mondo intero, attentando alle nostre vite, mentre la cana stava morendo (grandissima paura realizzata) e io mi trovavo rinchiusa con una bimba di tre mesi e mezzo, sola, senza lavoro, senza soldi, e, soprattutto, senza la mia grandissima arma segreta: la fuga! Non potevo più pensare che, male che vada, faccio le valigie e vado via.

Io, però, non ho paura di volare.

Chiudo gli occhi, in qualunque situazione, e volo. Cambio storia, cambio casa, cambio vita. Sorvolo il mondo così come è e lo cambio. Volo piano, velocissimo, alto, basso, sulle montagne, a pelo d’acqua…e così creo mondi che, per il solo fatto di essere pensati, sono veri. Dopo ogni volo prendo appunti, per non dimenticare di cosa son capace. Uno di quei voli è diventato la cana Flora, un altro è Sole. I miei voli son diventati viaggi, spettacoli, racconti, o son rimasti ricordi che hanno dipinto di ottimismo i miei momenti bui. Quindi, alla fine dei conti, il mio karma ha ragione di insistere a fare lo stronzo perché così mi costringe a volare.

I giorni passati son stati davvero bui. Sole stava molto male e non si rintracciava la pediatra. E poi bisognava farle il tampone, altrimenti non l’avrebbero visitata. E lei stava sempre peggio, la febbre alta. Il momento dopo è diventato impossibile prenotare un tampone perché i sistemi informatici erano andati in tilt. Stava avvenendo qualcosa che non credevo possibile. Tenevo tra le braccia mia figlia bollente di febbre e urlante di un misterioso dolore e nessuno mi aiutava. Che grande paura si era materializzata! Dovevo ritornare lucida. Dovevo essere creativa. Guardare alla meta e non distrarmi con le difficoltà. Con la collaborazione della mitica nonna Graziella, che se non la cito potrebbe offendersi, sono andata in una farmacia e ho chiesto di farle un tampone. Ho incontrato donne di una umanità incredibile. Subito dopo Sole è stata finalmente visitata dalla pediatra. Ha una brutta faringite e un orecchio infiammato e anche un raffreddore di rara potenza. Con la giusta terapia migliora. E si riprende fiato. Ma io ho pensato tanto a tutte quelle madri che son costrette a tenere tra le braccia figli senza speranza e che trovano solo porte chiuse. Con i bambini stiamo sbagliando tutto e, prima o poi, ci presenteranno il conto.

E si; è proprio vero che l’unico modo di avere una buona relazione con la paura è prenderla a braccetto e farci una chiacchierata. Poi, la si mette a sedere da qualche parte e si avviano i motori per il decollo. Lei non se ne va. E’ paziente. E’ sottile. Non è affatto permalosa. Rimane li e ti aspetta. Ma le scappa un sorriso. Poi, quando scendi dall’apparecchio, la guardi ed è diventata così mingherlina. Sta li, indomita, ma non è più insuperabile. Ci puoi stare. Ci puoi fare quattro chiacchiere. Lei è fatta così. A qualcosa serve, dicono. Io sono arrivata addirittura a volerle bene perché mi ha insegnato il gusto della conquista. L’ho resa anche pieghevole e messa in un cassetto per farmi una notte di sonno, ogni tanto.

Sole dorme. I miei mostri sono ordinatamente riposti nel cassetto della biancheria. Buonanotte, cari e care. Che la notte sia di volo.

Il titolo si farà da se

Sono passati parecchi mesi, mesi nei quali mi son spogliata di tutto, ho abbandonato ogni certezza residua. Mi son sentita persa, sola, alla deriva. Mi son goduta questa meravigliosa creatura che a buon diritto posso chiamare figlia. Ho pensato, ripensato, sentito alla bocca dello stomaco il senso di una vita che finisce, di un vecchio abito che deve andare via. Per sempre. Son trascorsi mesi in emergenza cercando di mantenere la rotta. Ricordati, figlia mia, che nella tempesta non devi mai distogliere lo sguardo dalla meta. Arriveranno onde altissime, ma tu non ti turbare: sfidale, quelle onde. Le han fatte perché imparassi a surfarle. So che sei una tosta, peggio di me. Che sei più forte e meglio armata. Non temo che tu ti perda. Io sono una roccia e saprai sempre tornare a casa. Io sono la tua casa e il mondo è il tuo parco giochi. Saprai tutto ciò che a me è mancato. E già sai che io non mi muovo. Io sto dove DEVO stare.

Non ho più certezze, ma un apprezzabile vuoto, buono solo per chi ha il coraggio di guardarci dentro. Questa pandemia si è portata via tante persone amate e non mi riferisco a chi è morto. Il virus ha scoperto le carte e mostrato la natura degli umani, quella che si svela appieno solo nelle grandi crisi. In guerra, quando le bombe cadono e il pericolo di perdere la vita è dietro l’angolo, si vede chi è chi. In questo caso il faro che si è acceso era potentissimo e la verità è arrivata a valanga. E io, pian piano, ho lasciato scivolare via dal mio cuore esseri che credevo di amare. Non ho voglia di vederli, ne di ascoltare le loro ragioni che sempre hanno forma di urla e di insulti. La mia parola preferita, ultimamente, è rispetto.

Io ho scelto la pace. Ho scelto il rispetto. Ho scelto la cura di valori che non possono dipendere da condizioni esterne. Mai e dico mai mi sarei permessa di screditare, sbeffeggiare, insultare e mettere all’angolo nessuno. Nessuno. Ritengo aberranti certe cose che stanno accadendo in questo Paese. Ne sono offesa e molto spaventata. Ma le ragioni politiche dei politici le capisco e arrivo persino ad accettarle, tanto il loro orrore è necessario all’equilibrio dell’Universo. Del giornalismo neanche parlo: è morto tanto tempo fa. Quello che non accetterò mai è l’arroganza di chi liquida il pensiero divergente a suon di ”siete dei coglioni!”. Non vi voglio mai più intorno. Ritengo una perdita di tempo l’amarvi o, peggio, il tentare un dialogo. Ma quanto mi piacerebbe che un giorno, per caso, vi trovaste in qualche nicchia nella quale non siete abbastanza numerosi per far ruggire le tastiere tutti assieme o per fare battute di bassa lega in coro. Vorrei vedervi all’angolo per un quarto d’ora. Non credo resistereste di più.

Vorrei vedervi rischiare tutto in nome della libertà, avere il fegato di uscire dalle trincee e prendervi in petto i colpi di qualcun altro. Ma ho tutto questo disgusto che scivola via come olio tiepido e non ho tempo ne voglia di coltivare il male. Mi piace essere sola, oppure in pochi e scelti compagni. Adoro stare all’angolo e non lasciare niente al caso; tessere la mia tela da snob. Non mi rimpicciolisco più di fronte a un ‘sei pazza!’. Io sono pazza. E ho il diritto di esserlo. Sono divergente e molto intelligente.

Mamma, domenica scorsa, mi ha fatto un sacco di complimenti perché avevo un viso disteso e pacifico. Sei bella!, continuava a ripetere. Bontà sua, dico io. Ovviamente non mi capita spesso di essere così pacificamente bella. Le ho spiegato che la pace è stata una scelta fatta a tavolino. Tenuto conto del fatto che sono oppressa da pensieri non miei, orientamenti non miei, violenze di ogni genere e da un virus che ha stravolto anche la mia vita, decido di navigare la realtà esattamente così come è. Sarò in compagnia di pochissimi e sceltissimi compagni di viaggio. Non distoglierò mai lo sguardo dall’isola verso la quale navigo. Trascorrerò il tempo all’aperto, più tempo possibile. Reciterò perché io sono il recitare. Scriverò perché io sono lo scrivere. Sognerò e progetterò perché io sono sogni e progetti. Continuerò a godermi questa meravigliosa avventura che porta il nome di maternità e della quale, nonostante tutto, riesco sempre a cogliere il lato migliore (prima o poi).

Vorrei potervi dire che non c’è niente di personale, ma non posso. Mi allontano. E già mi sento meglio, molto meglio.

Vi prego, astenetevi da qualunque forma di commento, che si tratti di intubazione o robe di appestamenti…beh, lasciate perdere. Certi pensieri maligni vi fanno tanto bruttin* bruttin* bruttin*

I colori di Sole

Pensieri da Pand#1

Ultimamente il foglio bianco mi paralizza. Un attimo prima ho milioni di cose da dire urgentissimamente, e l’attimo seguente…il vuoto. È che me ne stanno capitando, eeeehhh eeeee quanteeee, come ai bei vecchi tempi, ai tempi in cui Cana filava.Vi ricordate? Come quando c’era ancora lei. E dai la cana non ha mai smesso di esserci. E poi speravo che Sole dormisse per un po’, invece oggi non ne vuole proprio sapere. I bambini prendono tutto lo spazio che c’è. Non si può pensare, non si può immaginare, bisogna essere presenti, per loro e con loro. Bisogna essere terrene, solide e leggere allo stesso tempo. Vabbè questo è un discorso complesso che approfondiremo.

Il fatto è che mi manca tutto. Mi manco. Ho nostalgia di me stessa, di quella me stessa che ci metteva tutta l’anima e tutto il corpo, che creava, che lavorava, che guadagnava; ho molta nostalgia della mia dignità, della mia identità.

Allora diciamocelo chiaramente che esiste una categoria di esseri umani che vanno abrogati, almeno in Italia. Io non lo so come funzioni negli altri paesi e, francamente, non me ne frega un piffero. Non ho voglia di lottare, di fare le barricate, di chiedere, di abbassare la testa. Sapete che mi viene in mente quando mi sento così? Solange… no, non quella che leggeva la mano e le carte. Mi riferisco alla Solange de Le serve di Genet, un personaggio meraviglioso che ho avuto la immensa fortuna di interpretare nel secolo scorso in un minuscolo teatro di Napoli. Vi consiglio di andarlo a leggere questo testo. Certo non posso consigliarvi di correre a teatro a vederlo la prima volta che sarà messo in scena, perché, parliamoci chiaro, il teatro è stato abrogato da un pezzo, come tutt*qull*che lo abitavano, lo animavano, lo rendevano possibile.  Ma torniamo a noi. Solange, la serva, che ha dovuto, suo malgrado, servire ed essere remissiva per tutta la vita, tenere la schiena curva e compiacere la padrona, nel monologo finale della piece si riprende la posizione eretta.  “Io ho servito compiendo i gesti che occorrono per servire. Ho sorriso a madame, mi sono chinata per rifare i letti, chinata per pulire i pavimenti, chinata per sbucciare le verdure e per origliare alle porte con l’occhio attaccato al buco della serratura. Ma ora resto dritta in piedi…”, e andava avanti ancora per un pezzo visto che erano più o meno 3 pagine dattiloscritte di monologo, che io recitavo arrampicandomi su una griglia di metallo costruita apposta per lo spettacolo e compiendo uno sforzo fisico non indifferente. Sono molto orgogliosa di quel lavoro e queste poche righe di monologo le ho sempre pronunciate con una soddisfazione inenarrabile. Mi riempivano la bocca e me la riempiono ancora. Io adesso resto dritta, in piedi: sono la signora!

Ed è come mi sentivo allora che mi sono sentita oggi, uscendo dal patronato, piena di rabbia e priva di forze. Oggi, però, viaggiando verso il fondo di questo ennesimo travaglio, trovo una nuova granitica consapevolezza e la chiamo granitica non a caso perché il sistema in cui, nostro malgrado, siamo costrett* a muoverci, ci induce inconsapevolmente a dubitare dell’ovvio e rende necessarie le convinzioni granitiche che non scendono ad alcun compromesso. Io, in questo esatto momento, resto dritta in piedi e mi riprendo la mia dignità.

Mentre parlavo con l’addetta del Patronato mia figlia Sole, seduta nel suo passeggino vintage (realmente d’epoca perché ereditato dalla cugina diciassettenne), ripeteva la parola mamma e la situazione era così pesante, scura, nebbiosa, stressante e malinconica da farmi, per un attimo, dimenticare la gioia che ho impiegato decenni a conquistare e la conquista ancora più grande: la sillaba ‘ma’ ripetuta ossessivamente da mia figlia fin dal 16 marzo scorso. Allora siamo tornate a casa sotto la pioggia e faceva contemporaneamente un gran caldo e avevamo tanta fame e ho deciso che avremmo comprato la pizza anche oggi perché non bisogna essere mai troppo rigide con se stesse e questo a lei voglio insegnarlo. E quando siamo arrivate ci siamo fiondate in una vaschetta di humus di lenticchie e nel sugo di una pizza rossa e abbiamo riso, tantissimo. Lei mi ha presa in giro come fa di solito quando la rimprovero perché sta lanciando cibo e posate ovunque e sarò costretta a ripulire la cucina da cima a fondo e sono stanca aaaahhhh se sono stanca. Ma lei mi imita, imita il tono di voce che prendo quando la rimprovero e mi fa ridere. Eh sì, abbiamo riso un sacco. Non le permetterò di rinunciare a niente, di impiegare del tempo in qualcosa che non le dia gioia e non lo permetterò a me stessa.

Perché eravamo al patronato e di pessimo umore? Stay tuned. La storia continua e…andrà tutto bene…che pest l colg tutt quant. Chi ha talento per il fallimento non soccombe mai!!!

Per Claudio

E chi se lo aspettava tutto questo? E’ stato davvero come prendere un pugno in faccia dal nulla, senza alcun preavviso. Dovevo assolutamente parlarti, trovare il tempo di farlo, perché ho un mare di cose da dirti. Perché non è che il tempo e la distanza e le strade che si biforcano e si separano, no, non è che possano cancellare o attenuare il bene che ci si è voluti, le risate, le arrabbiature, i ricordi, i tentativi, la vita oddioquanta vita c’è stata in quel tratto di strada percorso assieme. Ci penso e rabbrividisco. E sono davvero stanca, ma stanotte devo assolutamente parlare con te, prima che ti allontani troppo da questa terra martoriata, mentre ancora aleggi fra di noi, spaesati, inermi. Non bisogna perdere tempo!!! Io adesso mi preparo latte e cioccolato, di quello veg si. Sole dorme. E mi prendo il tempo di parlarti, perché ho l’anima in subbuglio e ho bisogno di stare un pò con te. E con la scusa che siamo tra noi, chiamo anche la cana ad accoccolarsi sui miei piedi…ekke diamine, avrò diritto anche io di piangermi ste mazzate!!!

Ho ritrovato queste immagini della Medea di Roma. Chissà che mi dicevi. Io avevo una gamba fuori uso e ci stavamo preparando per il grande sogno di New York. Che grinta, ragazzi. Senza mai perdere un colpo! Invece, della foto in cui ti metti la mano sulla gola, so esattamente cosa stavi per dire. “Ho la bocca asciutta. Devo bere. Portatemi acqua!’. Avevi sempre urgenze per le quali accorrere e ordini da dare, e buonumore, tanto. Rivedo queste immagini e, improvvisamente, mi sembra ieri. Mi sembra ieri attraversare Central Park, mi sembra ieri perdersi nel gelo della notte newyorkese, mi sembra ieri che i costumi bianchi diventano rosa per via di una lavanderia a gettoni, mi sembra ieri vederti tuffato con la faccia dentro a una pizza ai mille formaggi e ridere ridere ridere come si rideva da bambini. Tu non puoi morire. Non riesco a pensare a una vita più vitale della tua. Ma che maledetto incubo è questo?

Non lo so. Forse l’Universo mi parla anche a colpi di tragedie. A un certo punto mi son sentita stanca, talmente stanca da chiudere a doppia mandata una delle parti migliori di me e non sentirla più, non volerla. I poeti, lo sai, non son solo quelli che scrivono poesie: son quelle povere anime che vibrano troppo e una prosa scarna non le può contenere. Hanno bisogno di placare il vento per non volare via, a volte. Poi Sole mi ha riportata sulla terra e ho dovuto ancorarmi. Improvvisamente, la notizia della tua perdita, appresa per caso, da un social, mi ha presa a schiaffi e mi ha schiantata indietro nel tempo e lì, in quel tempo prezioso, ho rivisto quella parte di me della quale ho nostalgia e che si sta facendo strada per tornare a casa. Ti sarebbe piaciuta Sole e tu a lei. Avreste riso a crepapelle e mangiato fino a scoppiare: tu con mille formaggi e lei tutto veg, ma di sostanza.

Ho vissuto il teatro come mezzo per la libertà di essere quello che siamo, come luogo dell’anima nel quale non esiste giusto e sbagliato, ma si esiste e basta. 

Quando son venuta a insegnare nella tua classe di teatro, tu mi hai guardata con sospetto e mi hai detto: “Chi sei tu? Al posto di chi vieni?”. Non sapevo se ridere o se piangere. Ho pensato che fossi un osso duro e che il tuo giudizio avesse un gran peso tra i tuo compagni. Avevo ragione. Ma non ci è voluto molto perché voi tutti vi fidaste di me. C’è stata magia. ‘A matti…andiamo, su, bisbigliavo dietro le quinte e tu che ridevi e ti si sentiva dalla scena. ‘E dai, Roberta, smettila’…però ti veniva da ridere e io che mi sentivo benedetta da tutte le divinità perché stavo facendo teatro con trenta matti. Poi mi son lasciata travolgere, dalla delusione, dai colpi bassi, dalla stanchezza, dalla fame, dal freddo. Ho perso la ragazza che andava dritta come un fuso verso il suo obiettivo, ho perso la fede e la determinazione. Però lo sapevo che sarebbe, prima o poi, saltata dentro casa dalla finestra. Ora mi ricordo tutto e te più di ogni altro e non voglio credere che quella risata contagiosa, quell’appiccicume mortale per un porcospino come me, quella simpatia immensa…tutto quel fiume in piena di vita…non potrò più incontrarlo, neanche per caso, se non nei miei ricordi più belli, in quel volo Roma New York sul quale A. ha pronunciato il mio nome per la prima volta.

Diversamente abili…mah…attori immensi, drammaturghi stupendi, persone vibranti e sensibili, amici, fratelli, umani fin troppo umani…vere bestie da palcoscenico ed esplosioni di colori e risate e bocche piene di cibo che vuol dire fame di vita…fame d’amore…che vuol dire quel prezioso carrozzone delle meraviglie sul quale c’è posto per tutti perché a teatro, si sa, niente è per finta e niente è per davvero, ma tutto è.

Mancherai, Claudio. Immensamente. E ora vai, che Gigi ti aspetta.

La fine dei 7 re

Smettiamola di dire che questo è stato un anno funesto, che si è portato via i migliori. La morte esiste. Gigi aveva 80 anni. Lo avremmo voluto con noi il più a lungo possibile, ma la vita di tutti termina. Ed è questo il fatto importante che sembriamo aver rimosso chirurgicamente dalle nostre coscienze. Non deve piacerci. Anzi, è probabile che alla maggior parte di noi l’idea non piaccia affatto. E non dobbiamo neanche pensarci tutto il tempo. Possiamo fare gli scongiuri. Teniamola però a mente questa cosa, perché è una maestra.

Gigi è morto dopo una vita piena, consegnando alla terra il meglio di sé. Il vuoto che le persone si lasciano dietro è sempre proporzionale al pieno che hanno saputo costruire. E quindi prendiamola dal verso giusto la perdita. Facciamo che sia quella pacca sul sedere che ci spinge ad alzare il deretano e a non perdere neanche un attimo, nemmeno un fiato.

E che dovremmo fare? Vivere, e che altro? Non semplicemente infilare un respiro dietro l’altro, ma vivere davvero. Fare delle nostre vite un inno alla gioia. Fare ciò che amiamo anche quando il mondo intero sembra remarci contro. Ma ci pensate che grande perdita sarebbe stata se Gigi avesse accontentato la mamma e si fosse trovato un bel posto sicuro nel quale trascorrere l’esistenza al riparo da ogni rischio. Ci pensate? Omioddiocheorrore!!!

Non voglio dire che dovremmo diventare tutti famosi o che siamo tutti obbligati a essere geniali, ma che ce la dobbiamo spassare con le onde della vita, che dovremmo dare il meglio. Quanti di noi passano gran parte del loro tempo a fare cose che detestano, quanti, con scuse di vario genere, non si sono mai concessi un passo falso, o un sonoro fallimento, che è sintomo gravissimo di vita vissuta?

Ebbene, io ci penso spesso, quasi ossessivamente, a questa storia che la vita è un’occasione unica. Mi domando se ho dato abbastanza, se ho evitato i compromessi, se ho scommesso abbastanza, se sto veramente facendo fiorire la mia essenza. Io questa urgenza di vivere me la ricordo fin da bambina e mi ricordo l’enorme tristezza di voler vivere al massimo, ma di combattere con la depressione che ti atterra e tu non sei nessuno. Poi ho capito che quella, la tristezza maxima, ti acchiappa solo se non stai vivendo nella verità, se ti sforzi di accontentare qualcun altro piuttosto che star lì ad annaffiare il tuo daimon.

E allora si – diceva il grande Pino – che vale a pena e vivere e suffrì (Allora si, Pino Daniele). Stanotte voglio onorare questa enorme perdita con un altro pacco di buoni propositi per il futuro e con queste parole che non ho rimandato di scrivere perché domani non esiste. Oggi è tutto ciò che ho. E i buoni propositi, dunque? Quelli sono il miglior carburante per alzarsi la mattina e mettersi in marcia verso se stessi.

Gigi, tu ci hai fatti divertire sul serio. Sei stato un professionista di rara bravura, un talento invidiabile. Tu hai onorato questo mestiere. Tu sei la testimonianza di quanto grande e sacro e necessario all’essere umano sia quel magico rituale detto teatro. Hai fatto bene a non trovarti un lavoro sicuro.

Il giorno 2 novembre 2020 ci lasciava, proprio nel giorno del suo compleanno, il grande Gigi Proietti. A lui è dedicata questa breve riflessione.

Presente e volente

I miei pensieri si sono fatti vorticosi e sembra che il tempo non mi basti mai. Scrivere, vorrei, molto più di quanto non riesca a fare e creare, sempre: non mi basta mai. Ma vorrei anche trascorrere con Sole più tempo possibile e tacere e osservarla e bere ogni suo gesto. E ridere assieme, come facciamo, ancora più spesso. Di più. Vorrei poter scalare dal mio conto tutte quelle maledette malinconie e i giorni grigi e gli abbandoni, aaahhh, maledetti anche loro, e mai adeguatamente motivati. La presenza, oddioseesisti, la presenza è il dono più prezioso. Vorrei, oddiocomevorrei, poter bonificare tutta quella solitudine, stipata e presente a bizzeffe nella mia vita. Quanta, troppa solitudine. Vorrei dilagare, sgorgare, eruttare parole e rimproveri e discorsi e parole di ogni genere, di quelle che lasciano il segno e anche, se è il caso, fanno tanto male ma di quel male buono che poi partorisci e il parto ti conduce da un te migliore, più consapevole e…presente, kazzo, presente. La presenza è l’unico dono che posso farti!

camerino o casa

Vorrei parlare per mesi per anni, di tutte quelle parole ingoiate e rifare i discorsi smussati per compiacere, architettati nel vano tentativo di essere amata e so che devo sbrigarmi e correre…veloce veloce dai e non ci sta più tempo neppure per la punteggiatura perché tua figlia si sta svegliando e ti vuole e la vuoi. Presente! Vorrei rifare ma poi neanche è vero che voglio rifare. Piuttosto vorrei dire finalmente IO SONO QUI!!! Non più corretta, smussata, arrotondata, diplomatica, no, no, no, io sono quiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii, questa qui, povera e pazza, ma pazza d’amore, sempre, e ferma e rotolante, contemporaneamente. Io sono qui. Io sono un atto poetico e una partita di pallone. Io voglio!

Improvvisamente si sciolgono i nodi, i macigni sul petto, le giuste ribellioni ricacciate indietro a pugni, le rivendicazioni, le ingiustizie, improvvisamente. Se lo si sapesse a quindici o a vent’anni che un giorno tutto sarà così chiaro allora si stikazzi dei giudizi e delle solitudini. Nessuna più si ammalerebbe. Niente più disturbi border line, anoressie, bulimie, autolesionismi, agorafobie, ansie…noooooo nienteeeee piùùùù. Ma non ci si può mettere in contatto con i se stessi del futuro per farsi tranquillizzare. O forse si? Soggetto per un breve racconto (vedi ‘Il gabbiano’ – Cechov). In tal caso voglio essere io a brevettare il metodo e farne dono gratuitamente a chi ne avesse bisogno.

Più Arte ci vuole, altroché, signori miei. Ce ne vuole a vagonate. Non di solo pane è fatto l’Uomo. Di pane, in verità, ne basta poco. Ed eccola che si sveglia, ma io troverò il modo di rotolare a fine discorso. E di questo faticoso e insano giustificarsi dei poeti, degli artisti, dei funamboli della fantasia, ne vogliamo parlare? Lei, Sole, gioca con una scatola bianca a pallini azzurri. Mette oggetti e toglie oggetti. Secondo un ordine tutto suo, che io non capisco. Perché dovrei? Sta nel suo mondo, beata, a fare scoperte che io forse non farò mai e mi da il tempo di rotolare ancora un po.

Vorrei poter vomitare in un bolo solo tutto il dolore dell’essere estranea, ovunque, sempre, e tutta la gioia della scoperta di un’appartenenza nuova. Non deve succedere più. Nessuno mai più sia messo all’angolo perché pensa e vive e sogna fuori dalle righe di un mondo che non ha scritto e che, francamente, parliamoci chiaro, detesta. Si. Detesto il consumo, l’assenza, la fretta, la solitudine che è isolamento, l’obbligo di essere altri da se, i sistemi di valutazione delle scuole, molta pedagogia, la religione imposta, essere moglie, il costume di uccidere e cibarsi di esseri senzienti, la necessità di essere magri…non è finita e non ho tempo. Ma perché mi domando perché? E poi amo amo da morire…

Amo il suono di certe carte che si scartano e i sorrisi che si aprono naturalmente come le porte delle chiese per i pellegrini e il sapore di tutto e certi incontri che non c’è proprio nessun prezzo da pagare e gli occhi rapiti dei bimbi e le loro voci e il pubblico e quell’attimo di silenzio tra il sipario e l’inizio dello spettacolo e il tempo trascorso a scrivere e giocare a palla sapendo di non essere in grado di farlo, solo per giocare, si, amo giocare e pedalare sul lungomare senza meta e camminare per il mondo senza passaporto e dare dei soldi a qualcuno senza chiedermi se li userà bene o male, per pura generosità, si amo la generosità, quella data e quella ricevuta, e amo amare e non essere diffidente per paura di un altro dolore, perché vorrei saperlo mettere in conto e fregarmene. Ecco, questo più di tutto, vorrei: avere un pezzetto di pelle per correre ancora qualche rischio. La farò crescere.

Ringrazio mia figlia Sole per avermi concesso di arrivare alla fine di questo monologo, lei che sta osservando la finestra abbracciata a una grande palla da pilates. Ah, si, certo, amo immensamente il pilates anche se da un po non posso praticarlo. E mica si smette di amare a causa della separazione, no?

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