Barcelonando (che si legge barseloneando)

Le città sono persone: hanno caratteri, colori, misure, stili, punti deboli e capelli differenti. Barcellona è una ragazza con l’ombelico scoperto, le scarpe da ginnastica, il bikini sotto agli short di jeans. Barcellona è un ragazzo con la barba lunga, le occhiaie e il piercing sulla lingua, lo skateboard sotto l’ascella e una bottiglia di birra in mano. Barcellona è una signora di origini asiatiche che parla un improbabile spagnolo, misto a catalano e ad accenti della sua lingua madre, che ti apre la porta di una camera d’albergo e finge di capire quello che le stai chiedendo.

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Mi ero persa nella calura della città e l’ho trovata lì, dietro l’angolo, ad aspettarmi: la cattedrale.

Barcellona è un signore dallo stomaco grande che fuma, ride e beve birra con gli amici, facendo proclami sul mondo e sulla vita in lingua catalana. Barcellona è di tutti e non è di nessuno. Alla fine della giornata ti lascia addosso un odore,un odore terribile eppure, in qualche modo, attraente. E’ odore di smog e mare, di promesse che non è riuscita a mantenere, di cucine internazionali e di scarpe da ginnastica. Orgogliosa del mio minuscolo bagaglio a mano, ci casco sempre: non bastano tre magliette per quarantotto ore a Barcellona. Quell’odore rimane attaccato ai tessuti in modo irreversibile. Ne servono sei di magliette.

Camminando per la città mi accorgo che sono costantemente in pericolo.  Sembra di stare nel remake di Blade Runner dove i replicanti del nuovo millennio non hanno più i piedi, ma si muovono solo su ruote.

Sento il rumore che si avvicina, ma non riesco a indovinare la provenienza e la traiettoria esatta. Sono pattini, monopattini, biciclette, skateboard, risciò. Sono ovunque, ti prendono alle spalle, non avvisano, non suonano, non rallentano, Arrivano a tutta velocità e devi stare attenta, sempre molto attenta. Tra il rumore dell’avvicinamento e il piombarti addosso l’intervallo è molto breve. Se non ti sposti in tempo è finita. E se non riesci a morire sotto le ruote di un replicante, puoi sempre provare a sederti a una fermata della metro, una qualunque e aspettare che la temperatura inumana ti finisca. Neanche un filo d’aria e la gente sembra assolutamente a proprio agio. Perché non circola un filo d’aria nella metro di Barcellona? Eppure la città si fa amare.

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Ah, quante promesse non mantenute, ragazza mia. Eppure non son riuscita a odiarti.

Perché le città son persone. Qualunque difetto abbiano, c’è qualcuno disposto ad amarle e questo è il bello. Ah, quante promesse avevi fatto, ragazza mia, ma non riesco a dimenticarti: non posso odiarti.  Basta il mare al tramonto, in un tramonto tardo che fa sguazzare i bagnanti alle nove di sera. E’ bastato mettere i piedi nelle acque di una spiaggia a Barceloneta, in mezzo a un vociare di gente differente, di ragazzi con e senza canna in bocca, con e senza jambè, con e senza radio a tutto volume, con e senza ciabatte; è bastato vedere la decadenza e la speranza fare il bagno assieme nelle stesse acque, per amare quella gioventù reale o immaginaria, quella speranza di futuro.

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Spiaggia di Barceloneta al tramonto e sto.

Una giovane famiglia si avvicina all’acqua: lui, lei, un tappeto di tatuaggi sulla pelle di entrambi, un bambino biondino con un taglio di capelli da moicano e un cane lupo che morde il freno per fare il bagno, un carrello pieno di roba da mare.  Voglio mangiare vegano. Ho fame e son sicura che troverò il ristorante che cerco senza l’ausilio del web, del navigatore, della connessione. Sono sconnessa, volontariamente persa,  non ho punti d’appoggio. Mi tuffo con il solo ausilio della mia mappa vintage, quella di quando scelsi la Spagna per scappare da una storia orribile, non una delle tante, ma la più brutta. Allora Barcellona mantenne la promessa. Mi rimandò indietro con un’altro cuore.

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La mappa vintage è diventata la mia guida per la Barcellona vegana.

Ho evidenziato tutti i posti nei quali voglio provare a mangiare. Ho percorso chilometri a piedi cercando certi ristoranti che poi non ho trovato e altri che non mi hanno delusa. né a pranzo, né a cena. Al Bar Celoneta ho mangiato il miglior tiramisù, row and vegan, della storia. Questa tappa aveva il vantaggio di trovarsi in riva al mare. La cosa buffa è stata domandare la strada ai gestori indiani dei negozietti di alimentari che stanno ovunque in quella zona e sentirsi dire che proprio non lo sapevano. E il posto era li, a pochi metri da loro. Alla fine ho trovato quello con senso dell’orientamento e consapevolezza della propria posizione nello spazio.

Ho mangiato un meraviglioso ed enorme cous cous con verdure e insalata di quinoa da Humus con il menù del pranzo a soli undici euro, compreso dolce o caffè.

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Menu a prezzo fisso di Humus. Grazie di aver cucinato piatti senza aglio: sono allergica!

Per caso mi sono imbattuta in un bioristorante con angolo veg, cenando con pizza  e dolce di cioccolato e mandorle superstrepitoso. Una soddisfazione unica, girare per questa assurda città e potersi strafare di cibo in versione vegetale. La prossima volta devo assolutamente assaggiare la paella e la tortilla vegane. Nel frattempo me le cucino da me!

Se le città son persone, Barcellona è una di quelle care amiche che vedi ogni tot di anni e ti vien da dire “Sei sempre uguale”, ma, nel frattempo lei, ferita e offesa, si è attrezzata con un nuovo taglio di capelli, un nuovo stile più appropriato ai tempi, una prospettiva di un’accoglienza ancora più grande.

Ma quella testa dura, incrostata di sale marino e di smog, quella chiusura, quella presunzione, le ha mantenute: fanno parte del suo fascino.

 

 

Dear moms and dads

Carissime mamme e carissimi papà di una creatura che soffre di Disturbo Borderline di Personalità (DBP), vi scrivo per raccontarvi una storia che potrebbe aiutarvi a navigare questo mare in tempesta. Non è facile parlarvi a cuore aperto: aprire questo argomento comporta il rischio di giudizi sommari, di incomprensioni e di frustrazione reiterata, ma non farlo sarebbe un’occasione sprecata. Mettermi nei vostri panni equivale a spogliarmi dei miei, anche solo per un breve periodo di tempo; è  una sorta di triplo salto mortale con un retrogusto di tradimento della categoria.

So che molti (o, speriamo, solo alcuni) di voi penseranno che non sono genitore, che non ne so niente della vostra condizione (quante volte ho sentito ripetere questo genere di frasi?), che è facile parlare quando non ci sei passata.

Bene. Avete torto. Per comprendere una condizione umana, se la si vuole comprendere con tutto il cuore, non serve averla vissuta: serve la volontà di sentire sulla propria pelle ciò che è accaduto sulla pelle dell’altro e chi meglio di una persona che ha sofferto di un disturbo come questo, sa mettersi nei panni di chiunque? Il tempo e la lotta quotidiana ti fanno da maestri e, se sei fortunata come lo sono stata io, invece di farti avvizzire, ti allargano il cuore al punto che, anche se fa male, esso riesce a comprendere persino i nemici.

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Diciannove anni e la ferma convinzione di essere un mostro. Quasi trent’anni dopo, parlo con quella ragazzina e la vedo in tutta la sua bellezza.

Oramai son diventata grande: userò anche queste sensazioni per farne qualcosa di costruttivo, come quel signore che riuscì a fare un’ottima torta usando le bucce di patate visto che si era in guerra e quello era l’unico ingrediente disponibile.

Io non avevo ancora compiuto diciotto anni quando mi son svegliata una mattina e il mondo era finito, il senso era finito, non avevo più futuro, possibilità, desideri, gioia. La cosa agghiacciante era proprio questa mancanza di gioia. Niente e nessuno riusciva ad accendere una fiammella nel mio cuore. Era tutto dolore, grigio, vuoto. Oggi, in mezzo a qualunque tempesta, pur essendo sfinita dal maneggiare una realtà complessa come quella del mondo in cui viviamo, non mi manca mai una scintilla di gioia. Come diceva la famosa nonna Gioia, appunto, tienine sempre un po’ di riposto; fatelo anche voi: ci sarà sempre il momento giusto per tirarla fuori.

Dicono che certi disturbi mentali (la definizione mi fa orrore, ma la uso per facilitare la comprensione), siano frutto della predisposizione genetica, sulla quale l’ambiente lascia un’impronta indelebile. In parole povere, noi tutti nasciamo con determinate inclinazioni che vengono favorite o bloccate dall’ambiente nel quale cresciamo. Fino a qualche anno fa mi battevo con tutte le mie forze contro questa visione che dava tanta importanza alla genetica, perché ci vedevo una condanna; la interpretavo come un’etichetta incollata sulla mia vita: sei nata malata. Oggi, che ho capito il vero senso di questa interpretazione, posso dire che è proprio il contrario.

Sei nata meravigliosa, unica e bellissima: ti servivano il terreno e le cure giuste per fiorire e dare frutto.

Anche voi, mamme e papà, una mattina vi svegliate e vi trovate di fronte a un’estranea che non sapete maneggiare, a un nodo di sofferenza che rifiuta ogni contatto e vi fa sentire impotenti. Lo capisco. Il senso di impotenza vi accomuna. Voi non sapete cosa fare per questi figli e loro non sanno che fare per se stessi. E si vergognano: sono malati, sbagliati, storti, deludenti, brutti. Credetemi: vorrebbero potersi sentire amati da se stessi e dagli altri, ma non possono. Non sentono il bene, non sentono i mali: sentono un dolore informe e costante. Tutto quà. Immaginate cosa voglia dire svegliarsi tutti i giorni nel dolore e andare a dormire nello stesso grigio, pregando che passi, che l’indomani ci si possa svegliare come prima, con la gioia di un nuovo giorno che sta per cominciare. Se odiassi qualcuno, potrei augurargli questo inferno.

C’è, però, una differenza fondamentale tra voi e i vostri figli: voi siete il giardiniere e loro il giardino. Le piante danno segnali più o meno chiari per orientarvi sui loro bisogni, ma non possono innaffiarsi, potarsi, curarsi da sole.Non possono prendersi responsabilità che sono vostre.

orchidee e querce
Ci sono le orchidee e ci son le querce: l’ una non può essere l’altra,ma sono entrambe belle nella loro specifica forma.

Ci ho pensato a lungo, per anni, mentre combattevo la mia battaglia e i miei giardinieri si lasciavano sopraffare senza ascoltare i bisogni della loro pianta più fragile. Diventare genitori (E si, lo so, ma che ne capisco io: l’avete già detto!) vuol dire accogliere ciò che arriva, farsi veicolo, navicella spaziale, per un’altra vita che farà il suo corso, prima o poi, indipendentemente dal punto di partenza. Vuol dire accettare che qualcuno dipenderà totalmente da te per alcuni anni e non puoi chiedere che sia di una marca o di un modello particolare. Sarà quel che sarà. Così ci saranno figli quercia e figli orchidea, piantine fragili dai fiori stupendi e alberi enormi e solidi dall’aspetto meraviglioso. I figli quercia avranno bisogno di molto poco, non vi faranno troppa fatica. Vi daranno grandi soddisfazioni. I figli orchidea vi metteranno alla prova ogni momento e potrete prenderli come una condanna o come una ricchezza: sta a voi. La fatica, la difficoltà, gli ostacoli non sono una punizione: sono il mezzo attraverso cui la vita insegna la strada verso se stessi e le piantine fragili danno frutti e fiori meravigliosi, ma a caro prezzo.

Ascoltare è la prima cosa. Imparare a sentire i bisogni nascosti dalle grida, dalle proteste, dai silenzi, dalle chiusure. Amare quello che c’è, così come è e stare a guardare senza manomettere niente, cambiare niente, forzare niente. Non pretendere che un figlio sia uguale all’altro: nessun essere umano si somiglia e, solitamente, i più complessi e difficili sono anche i più ricchi. Imparare dai figli senza l’arroganza, che è certamente desiderio di proteggerli, di indicare loro una strada unica e buona per tutti.I figli vi mostrano mondi che senza di loro non avreste mai visto e queste preziose visioni non sono gratis. O studi o lavori, questa è casa mia si fa come dico io, mi devi rispettare…no, non va. Rispettiamoci tutti, reciprocamente. Un giovane con un disturbo di personalità ha una disperata voglia di guarire, ma ha la testa talmente piena e talmente vuota allo stesso tempo, che non potete dargli degli aut aut. Niente dipende dalla sua volontà.

Ditegli col cuore: “Voglio solo che tu stia bene e, ti prometto, che assieme, prima o poi, troveremo una strada, un posto di questo giardino dove potrai fiorire come è giusto che sia. Sono qua per te così come sei e non mi sposterò fino a che servirà. Sarai tu a prendere il volo quando i tempi saranno maturi”.

Secondo voi non ne so niente dell’essere mamma, ma io credo di saperne moltissimo e anche dell’essere papà, compagna, infermiera, confessore, medico, terapeuta, migliore amica di me stessa. La bambina cicciottella, l’adolescente addolorata, la giovane confusa, la donna in tempesta, per tutte le me stessa possibili mi sono fatta famiglia sana e presente che se ne prende cura e che fa sì che io, così come sono e non migliore o peggiore di così, possa fiorire, compiere il mio viaggio, dispiegare il mio talento, amare ed essere amata.

cicciottella
Cara Loretta Goggi, non ti saprò mai dire quanto grata ti sono per avermi segnato l’infanzia con…’Cicciottella è una bambinaaaa, fatta a forma di bignéééééé…C’era davvero bisogno???

“Quando la sofferenza diventa un seme di speranza: allora non è stata inutile e puoi dirla benvenuta”.

 

 

 

 

Il cassetto delle cose di riposto

Nonna Gioia era pronta a tutto. Forse perché aveva attraversato la guerra con la forza di un orso che protegge i suoi cuccioli. La nonna sapeva sempre dove, sapeva come, sapeva cosa. La cucina della casa di nonna era la sala macchine di un’astronave verso il paradiso. La cucina della nonna bolliva, friggeva, impastava sogni. Vi ho mai raccontato di quella volta che voleva telefonare a Maurizio Costanzo per intimargli di farmi lavorare perché io ne avevo diritto più di ogni altro e lui aveva il dovere di fare giustizia? No? Beh, per fortuna sono riuscita a fermarla, ma non è stato facile. Nonna Gioia era così: la versione umana della cana. Niente e nessuno poteva farle cambiare idea. Credo che la canide ospiti tutto o parte dello spirito di mia nonna.

nonna papera
Nonna Gioia non le somigliava affatto, ma cucinava bene quanto lei. Forse meglio, ma chi mai potrà dimostrarlo?

Ogni stanza della casa aveva un odore differente e tutte, dico tutte le stanze, avevano scomparti e ripostigli segreti dai quali tirava fuori ogni bendidìo. Scatole di latta, scatole di legno, barattoli, contenitori di tutte le fogge al cui interno aveva ‘nascosto’ la soluzione a ogni problema. Si, credo proprio sia stato per via della guerra che la nonna non volesse farsi prendere mai alla sprovvista, mai. E’ lo stesso motivo per il quale domandava di continuo “Cosa ti faccio da mangiare?”. Il sacro compito delle nonne di tenerti in carne e al sicuro dal perire di fame e stenti, era brillantemente assolto dalla mia, che, però, badate bene, non era la Nonna Papera: era una signora elegante e bellissima che in cucina diventava la supereroina dei fornelli, in salone era la regina del te delle cinque, in paese era La Signora moglie deIl Dottore (nei paesi i personaggi hanno titoli che diventano nomi propri) e quando entrava in chiesa neanche Dio poteva resisterle, perché non pregava, ordinava. Che spasso di donna.

Nonno Mimì era tutto l’opposto. Voleva stare tranquillo. Pure lui era bello come il sole.

gialli
Nonno leggeva questa roba, roba buona, e ne aveva lo studio pieno. Queste copertine le ho sempre adorate.

Aveva i suoi rituali, le sue abitudini, faceva le stesse cose allo stesso orario, si divertiva a zappare l’orto della casa al mare, a piantare le rose, a interrare bulbi, a fare la settimana enigmistica da cima a fondo, a leggere i gialli (quelli tutti gialli davvero) di Mondadori.  Aveva la sua poltrona, la sua tazzina, il suo bicchiere. Insomma, era un po’ abitudinario. Lui, però, di risorse ne aveva altrettante, perché era un dottore e salvava la vita della gente. Era stato il medico della nonna…galeotta fu la medicina! Quando arrivava, biondo, occhi azzurro verde, macchina cabrio (così raccontava la nonna) a fare la visita, beh,la nonna si è innamorata del dottore ed eccomi quà: pensa che giro ha fatto l’Universo per arrivare a Floppartista.

Ma il cassetto delle cose di riposto era una diarchìa (forma di governo nella quale due persone esercitano lo stesso potere con pari dignità). Se la cucina era un’ astronave, quel cassetto rappresentava la porta verso ultramondi infiniti. A me piaceva moltissimo sentire pronunciare la parola ‘riposto’ dalla nonna. Era una parola strana, antica, con un accento dialettale. Si trovava nello ‘stipo’ (altra parola meravigliosa della nonna) di legno scuro con gli intarsi legno su legno che pagherei non so che per rivedere anche solo un’altra volta. Era un cassettino, non molto grande, di plastica scura, montato su guide di metallo. Roba di altri tempi perché scorreva benissimo, non si inceppava se non quando ci rimanevano incastrati gli oggetti che erano diventati troppi. C’era di tutto,roba da maschio e roba da femmina mescolate in un minestrone colorato e disordinato nel quale affondavo la faccia e le mani per trovare La soluzione.

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Le cose belle e inaspettate ci piacciono. Io, ad esempio, ho il letto con sorpresa.

Un martello la cui testa si staccava sempre, un aggeggio per bucare la cinture, nastrini colorati, chiodi, viti, carta da regalo, puntine da disegno e un sacco di oggetti apparentemente inutili, dalle strane fogge, che alla fine riuscivano a risolvere qualunque problema. Non c’era niente che avesse neanche un minimo valore. Erano tutti oggetti che non valevano nulla, spesso vecchi o vecchissimi, buttati li a caso. Erano tesori di valore inestimabile. Dove sarebbe potuta andare a finire la mia fantasia patologicamente prolifica se non si fosse immersa nel caos primordiale del cassetto delle cose di riposto. E quanti problemi sarebbero rimasti irrisolti senza questo fidato amico.

Nonna mi diceva: “Tienine sempre una di riposto”. “Una di cosa, nonna?”. “Una di tutto, così non ti trovi mai senza!”. Se sapesse (o forse sa) nonna Gioia quante volte l’ho ringraziata di avermi trasmesso la mania di comprare due di tutto così…non rimango mai sprovvista.

 

 

Al tempo delle cartoline

Quando era bambina mia sorella aveva una cartella rossa con i cuoricini rosa e il manico di plastica rosa. Già: cuoricini rosa, che romanticheria. Non mi è mai piaciuto il rosa perché era il colore delle femminucce. Ma quei cuoricini mi facevano allegria. Oggi, improvvisamente e non so per quale motivo, mi è venuta in mente la cartella di mia sorella, proprio quella. E dire che ne ha avute tante, perché proprio quella? Mia sorella è arrivata dieci anni dopo me e mio fratello, non ha visto i tempi in cui le cartelle non si ricompravano se non erano sfondate.  Giustamente: lo spreco non era nelle nostre corde. Non ha neanche annusato i giorni in cui i libri si legavano con una cinghia e si camminava verso scuola fischiettando, con la schiena storta e tutti i buoni consigli dell’ortopedico andati a farsi friggere.

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Sono nata qui ed è su queste rocce che ho dato forma ai miei sogni!

Ci penso e ci ripenso e ancora non so perché mi sia venuta in mente quella cartella delle elementari, rossa con i cuoricini e il manico di plastica rosa. Forse perché vorrei averne una adesso. Forse perché vorrei avere quegli occhi, quelle speranze, quella grinta. Forse perché non ho mai voluto cuori rosa. Chissà! I desideri e i sogni dei bambini! Sono il futuro. Non dovremmo prenderli con tanta leggerezza. Non dovremmo permettere neanche a noi stessi di dimenticarli, di manometterli, di abdicare! Se il mio mondo di oggi somigliasse ai miei sogni di bambina, abiterei in Paradiso!

La cartella a cuori di mia sorella mi è venuta in mente mentre pensavo ai tempi in cui si mandavano le cartoline. Molti di voi non se le ricordano, le cartoline. Io ne ho una collezione stupenda. Le cartoline erano una finestra su un mondo reale reso un po’ finto dalla carta patinata e dal desiderio di cancellare ogni difetto. Esclamazioni come “Sembra una cartolina!” sono nate proprio dall’effetto che queste speciali foto riuscivano a fare sull’occhio umano: il luogo rappresentato era perfetto! Per la proprietà transitiva della perfezione: i sogni dei bambini sono perfetti. Io sognavo di fare esattamente quello che faccio adesso, ma i protagonisti erano tutti bellissimi (non belli come nelle riviste di moda: belli dentro che quando li guardavi splendevano!), la gente si voleva bene, le bollette non erano costrette a scadere, le vacanze si trascorrevano in giro per il mondo e tutti tutti tutti mi rispettavano. I mostri si sconfiggevano assieme. C’era una squadra forte: il mio team era numeroso e invincibile.  Siamo due, invincibili boh numerose mah.

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Quando la bellezza diventa cartoon, la cana risponde e Floppartista accompagna!

Se ci mettiamo dentro tutte le nostre personalità, pero’, ci esce una partitella di pallone.  Insomma, io immaginavo una sorta di ‘Tutti insieme appassionatamente’, ma con una botta di rock e una pennellata di manga o di cartoon europeo o sudamericano: l’ importante era metterci disegni, vignette o didascalie. Ovviamente, gli animali erano presenti in misura maggiore degli esseri umani. La giustizia era sovrana. Poi cresci e ti mandano dallo psicanalista perché ti insegni ad accettare che il mondo fa schifo, la gente fa schifo, che è meglio attrezzarsi a stare nel letame piuttosto che aspirare a costruire un angolo di mondo pulito dove vivere con i tuoi cari e mangiare vegetali perché non hai voglia di uccidere nessuno: fosse per te non faresti fuori neanche le zanzare. Eh, no eh no così non va. Sei matta?!

Era bello, però, il tempo delle cartoline. Io disegnavo fumetti (orrendi, a dire il vero, ma con tanta creatività) sui fogli a quadretti piccolini delle elementari, quelli dei quaderni che bisognava risparmiare, ma a me di fronte a un foglio di carta vengono i raptus praticamente da quando sono nata. E mandavo tante cartoline. Quando c’erano le gite, per esempio, era un’orgia di cartoline: ai nonni, che meraviglia,e agli zii, amici, cugini, parenti e a mamma e papà per far vedere che avevano fatto bene a permetterti di visitare quei luoghi meravigliosi. ‘Saluti da San Marino. Qui è tutto bellissimo, nonna. Ti piacerebbe. Un giorno ti ci porto. Ti voglio tanto bene. Tua nipote (la preferita, lo so) Roberta. A una così, così ingenua, così matta, così intelligente, così piena di buona volontà, così ostinata; a una così,si può davvero chiedere di girarsi dall’altro lato, di fare buon viso a cattivo gioco, di non lottare per la giustizia? La risposta è NO. Non lo fate.

Io posso scrivere quattromila parole al giorno in lingua inglese e su ogni tipo di argomento. Immagina quante ne posso scrivere se stanno nella mia testa e non devo fare altro che farle uscire. Posso invadere il mondo con le mie parole. Posso fare ciò che mi pare, capisci? E lo faccio. Le parole guariscono, perché raccontano storie. Le parole uccidono, offendono, distorcono, perché raccontano storie. La differenza è nel tipo di storia e nella volontà dell’autore. Adesso son qui a scrivere le mie cartoline d’amore per correggere la bruttezza delle cartoline che ho ricevuto. So che non volete vederle, ma ci sono le storie brutte e devo assolutamente farle uscire, perché così arrivano i buoni e vinciamo. Non mi arrendo, ragazzi. Per oggi e solo per oggi, ho ancora più di tremila parole e ho passato agosto all’inferno quindi…

Questa è una delle cartoline di Millerrauth29, che io vorrei vedere in faccia. Ex datore di lavoro, che mi ha rubato circa novemila parole, mie e non come dice lui copiate!!! Gliele regalo,povera anima del Purgatorio, ma il resto no, su quello VOGLIO GIUSTIZIA.

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Non deve più succedere. A nessuno! Millerrauth29, datore di lavoro su Freelancer

 

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La citazione che leggerete più avanti è del mio ex datore di lavoro. Arriva dal Canada e spero che facciate a tempo a leggerla prima che venga segnalata perché è evidentemente indecorosa. Ho trovato questo ingaggio (chiamiamolo così) su una piattaforma di intermediazione per freelance. Io so fare tante cose, non tutte bene o benissimo, ma sono una che se la cava. Sto invecchiando senza nessuna garanzia per il mio futuro a colpi di precarietà e rospi ingoiati. Ma che posso fare? Mi arrangio, mi attrezzo, mi invento, mi reinvento. No, non va affatto bene. Il talento? Una condanna! L’intelligenza? Un supplizio! 

Questo, chiamiamolo così, datore di lavoro mi ha assunta per scrivere (in inglese ovviamente) 3000 parole in 22 ore e 4000 in 28 ore. Se ci metti dentro mangiare (non entra), dormire (non entra), passeggiare la cana (deve entrarci per forza) e fare i bisogni corporali e magari una doccia, beh, il tempo non basta. E’ un massacro, ma io mi merito forse di lavorare con soddisfazione, il giusto tempo e giustamente retribuita? Chi di noi lo merita? Avevo bisogno di soldi: l’estate è lunga e quasi per niente retribuita. Ho accettato per 1 dollaro ogni 100 parole dal quale va anche detratta la commissione degli intermediari. Una vergogna. Mia nonna diceva “Amaru cu avi bisognu!”(Povero colui è in stato di bisogno).

Ho scritto 19 articoli su argomenti dei quali non sapevo nulla per un totale di circa 9.000 parole, in due giorni. L’inferno. Però mi dava soddisfazione vedere che ci riuscivo. Son stata brava, almeno questo concedetemelo! Adesso, caro Papa Francesco e Presidente della Repubblica e concomitanti e affini, io vorrei sapere cosa ne pensano Dio e il mio Paese di questa situazione? Vorrei sapere cosa devo fare, dove devo andare e a chi posso vendere il mio talento e le mie competenze per avere una vita dignitosa. Quando parlo di vendere, intendo sbarazzarmene per sempre e, finalmente, dormire sonni tranquilli, avere le ferie e la malattia pagate, la tredicesima, i contributi acciderbolina anche quelli. E pensare che mi avevano detto che se imparavo l’inglese potevo andare dappertutto. Forse intendevano questo? Il suo nickname è Millerauth29 e mi ha mandata dappertutto.

“Go and fuck your mother. She gave birth to a motherfucker and fucking scam. May you die soon. And yeah, you are safe because you are not here. if you were here, I would have killed you myself . Is that so motherfucker? Your whore of a mother taught this? Still if you don’t understand, then go outside, spread your Stinky ass and when some one done fucking then if he is educated enough, ask him to translate things in your fucking local language. Also shove your fucking Italian in your filthy ass.”

Per errore ho inviato due file sbagliati. Capita quando hai fatto tante ore di lavoro sotto pressione e ti minacciano che anche solo per un minuto di ritardo ti toglieranno l’incarico. Ne è risultato che c’erano due articoli con dei paragrafi uguali, ma era talmente grossolana la cosa, che mai e poi mai si poteva imputare a una persona con la mia dolorosissima e acutissima intelligenza accoppiata a una totale incapacità di ingannare il prossimo. Lui si è preso la briga di caricarli su appositi programmi e mandarmi le prove dei reati di frode, copia incolla e affini. Io, nella mia strutturale buonafede, ho spiegato l’accaduto e mi sono scusata del malinteso anche se non pensavo di doverlo fare. Lui ha scritto quello che trovate copiato e incollato al piano di sopra.

Sapete qual’è la cosa buffa? E dico buffa per non ammettere neanche a me stessa la mia disperazione. Non è la prima volta che mi capita, di lavorare tanto per qualcuno che non mi paga e mi insulta anche. Ho quasi fatto l’abitudine alla totale non considerazione del mio lavoro, della mia dignità, dei miei sentimenti poi, non ne parliamo più. Me li sto smontando. Avrei altre mail da pubblicare e memorie di discorsi e di avvenimenti e nomi che non ho fatto fino ad ora per quella che mia nonna chiamava ‘carità cristiana’ e si può essere caritatevoli senza manco essere cristiani. A che servirebbe? Ci sono registi, manager di start up, agenti e ci sono…Sono stanca. Definitivamente!

Sapete come stanno le cose, amici miei carissimi? Stanno vincendo i cattivi. Contro ogni mia previsione e ostinazione, il lupo non ha sputato cappuccetto rosso e non è nemmeno passato un cacciatore (anche perché i cacciatori non possono essere buoni, almeno nelle favole!). Hanno vinto i prepotenti e c’era da aspettarselo, gli individualisti, quelli che zappano i rigogliosi giardini delle loro case, e basta. E mentre io vado a fondo, colo a picco e provo a dissolvermi pur sapendo che domani sarò di nuovo in battaglia, vi chiedo un regalo: datemi un motivo, uno solo, per crederci ancora. Io non me li ricordo più. Li ho persi per strada.

 

CAMMINARE

Che bella invenzione i piedi, soprattutto quelli montati bene all’estremità di gambe funzionanti, ben ammortizzate e dotate di ginocchia adeguatamente lubrificate e scorrevoli. Beh, anche le mie vanno bene: quello che non mi ha dato Madre Natura me lo son fatto io con il kit forza di volontà. Questa possibilità che abbiamo, di camminare, è una ricchezza immensa e troppo sottovalutata. Lo pensavo oggi mentre viaggiavo a passo spedito verso il mio ufficio all’aperto, con l’ immancabile zainetto rosso sulle spalle.

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“Poltrona” da ufficio spiaggiato. Comodità poca, poesia tantissima!

Un tronco mi fa da poltrona e non ho bisogno della scrivania. A volte mi si addormentano le (scusate la schiettezza) chiappe, ma la soluzione è muoversi un pochino e passa tutto. Tanto non so stare ferma, quindi il gioco è fatto. Cammino e mi si apre la mente, si allargano i polmoni, l’aria entra a cascata (stupendo!), le ginocchia senza cartilagine diventano perfettamente funzionanti chissà come, gli occhi si trasformano in portoni aperti dai quali entra la realtà circostante, piacevolmente, senza far confusione. Insomma: divento spaziosa. Esce lo stress ed entrano nuove possibilità.

Che belle cosa questa del camminare. Con il solo ausilio delle mie gambe potrei attraversare il mondo e, prima o poi lo farò, andare dove diavolo mi pare, e lo faccio tutti i giorni. Alzo lo sguardo e ho il mare di fronte e… beata a te che non devi stare in ufficio e che non questo e non quello… Mi pare di sentirvi, mi pare. Vi perdono. Pensate, invece, alla grandezza del godersi il viaggio senza pensare alla meta se non quel minimo indispensabile alla sopravvivenza. Voglio dire… ci vuole un sacco di umiltà ad ammettere che non possiamo raggiungere tutte le mete prefissate, ma possiamo sempre goderci la strada e fare del camminare l’unico fine. Non lo dico da perdente, ma come una che si gode vittorie reali.

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Appiedinudiaostiabeach, colore, Floppartista, 2018

Stamattina, per esempio, in tutti i chilometri che ho percorso da quando all’alba sono andata a passeggio con la cana, ho fatto scorta di incontri interessanti, ho strappato un sorriso ai ragazzi del bar che alle sette son già di turno, ho chiacchierato con gli ammiratori di Cana, ho visto il sole illuminare la basilica di San Pietro e Paolo, ho sentito odori bellissimi e orrendi, mi sono innamorata almeno tre volte. E il sole sul mare, il vento, la temperatura che sale e scende, il panorama mai uguale, il solletico sotto ai piedi…sembra di avere un moltiplicatore di vita.

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Spiando altri cammini, umani e non

Quando cammini non puoi chiuderti in te stessa: sarebbe pericolosissimo per la tua salute, rischieresti di farti del male. Sei costretta a rimanere in contatto con la strada e con la gente. I sensi ti agganciano al presente. Sarà che sono nata con le ginocchia “scamuffe” e ho dovuto lottare molto e sopportate moltissimo per portare le mie gambe a prestazioni accettabili, sarà che son stata immobilizzata per troppo tempo, sarà che son fortunata ad aver abbastanza giudizio da distinguere ciò che è prezioso, sarà che appena mi si infiamma la cartilagine son fritta e camminerei sulle mani se solo ci riuscissi, sarà …sarà…qualunque sia il motivo, questa cosa non posso tenermela per me, devo dirvela. É importante, troppo preziosa: è fondamentale!

Alla mattina, appena sveglio/a, comincia col muovere le gambe per ricordarti che ci sono e che funzionano, proprio tu che puoi, tutti quelli che possono lo facciano. Fai l’amore con le tue stesse gambe, con i tuoi piedi, parlaci. Dì loro che gli sei molto grata/o perché hanno la forza e la voglia di portarti dappertutto. Cammina fino alla doccia e canta con gli alluci. Batti il tempo con le piante. Cammina verso la colazione e innalza inni con i mignolini che spessissimo si fratturano perché sono piccoli e indifesi. Proteggi i mignoli dei tuoi piedi: senza di loro camminare è difficilissimo. Non prendere l’ascensore. Fa le scale, a qualunque piano abiti: tanto è discesa. Le scarpe con i tacchi mettile in borsa. Chi cammina è il più bello/la più bella di tutti. Prova.

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a buon intenditore non va spiegata l’illustrazione

E ci sarà il giorno in cui le gambe, i piedi, tutto il sistema, non funzionerà. Ci sarà. Ma tu avrai fatto scorta di cammini. Se una mattina ti sveglierai con le ruote sgonfie, allora prenderai l’ascensore e anche un taxi, se necessario, ma i tuoi alluci staranno cantando perché si ricordano la strada fatta, il vento, il sole, gli odori, il solletico, e non possono fare a meno di “andare”. Ti rendi conto??? Andare…a piedi…alla tua velocità, che privilegio, che gioia, che miracolo!

Ora, tu puoi anche pensare che io sia pazza e hai ragione, ma prova comunque. Non era forse folle che Fleming volesse usare una muffa per combattere i batteri? Che ne sapeva l’uomo della strada di quanto le muffe, le schifosissime muffe, potessero essere preziose.E dunque perché mai non assumere qualche chilometro di camminata libera(che non è neanche schifosa) come antidoto ai mali presenti e futuri? Fate finta che sia il vostro integratore quotidiano: assumetene un paio di compresse al giorno. Provate. Vi assicuro che come e meglio della penicillina guarirà una varietà infinita di morbi, acciacchi, ammorbamenti, depressioni, rimuginamenti e altre afflizioni dell’anima e del corpo che non ho tempo di enumerare.

Camminare ha meno effetti collaterali di qualunque rimedio!!!

 

Accadde ieri, ovvero l’Almanacco del giorno prima

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Per chi se lo ricorda sappia che si trova in zona mezza età

Le nonne a mezz’acqua con quei capelli dalla messa in piega perfetta, di color violetto, sembrano fatine; gli occhiali da sole sul naso, le montature dorate, i nipotini profumati di cocco a galleggiar loro intorno, infilati in ciambelle a forma di papere o di fenicotteri, le nonne con i costumi interi anni sessanta, neri o multicolor; i venditori di cocco e quelli di pannocchie arrosto su poca troppo poca spiaggia libera. All’orizzonte un orizzonte che non accenna a finire, che si ostina ad aprirsi su quello che non c’è, sui desideri, sulle mancanze, sulle perdite. Padri di mezza età, un pò panciuti e un pò palestrati, rincorrono biondini riccioluti di tre o quattro anni schizzando acqua salata dal bagnasciuga.

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Questo è il cappello in questione. E’ in comproprietà, ma a lei sta meglio!!!

Mentre cammino sulla battigia, un signore anziano si affaccia alla tesa del mio enorme cappello di paglia bianca. “Cucù, fa, volevo vedere chi c’era lì sotto”. Mi viene da ridere, ma non abbastanza, non troppo, non come ai bei vecchi tempi. A dire il vero, ora che ci ripenso, mi fa ridere assai. E’ segno che non sono così grave. Avevo giurato e spergiurato “Mai più acqua in bottiglia di plastica” e, invece, eccomi quà, che rabbia, a bere da una bottiglina di plastica molle con il tappino rosa, un’acqua dal sapore quasi disgustoso. Avevo giurato e spergiurato che l’acqua l’avrei portata da casa nel thermos ecologico ‘no plastic’ o l’avrei acquistata in bottiglia di vetro, ma lo zaino è troppo pesante. Quando è così mi sento sconfitta. Esagerata e buffa, no? Anche io proprio io a volte non riesco a portarmi tutto proprio tutto il mondo sulle spalle. Non me ne faccio una ragione.

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Ostia: passeggiate di un’estate romana. Quell’estate che…

L’estate è così: il desiderio che sia quell’estate che…e poi rimane come una estate qualunque. Inutile provare a darle forma. Lei va dove vuole. Magari dopo, dopo che sarà passata, ti accorgerai che era quell’estate che…oppure no. Io, però, ci ho provato. Sarebbe stata l’estate in cui…invece… Sicuramente la ricorderò per sempre. E mi guardo attorno. Le signore dell’est con i cappellini colorati, le pance grandi e la pelle bianca ad arrossarsi al sole. Faccio un tuffo, il primo della stagione. A dire il vero il mare è un pò verdognolo. Non ha un aspetto rassicurante. Me lo faccio bastare, ma solo per adesso: non sono una che si accontenta,io. So maneggiare le situazioni difficili, tutto quà.

Sulle gambe bianche la mia depilazione sommaria è fin troppo evidente. Che vergogna. Secoli di avi calabresi, di radici calabrofricane e ho le gambe color latte di una turista tedesca nel pieno del mese di agosto. Proprio nel periodo in cui, solitamente, avevo un colore talmente scuro da farmi necessitare un permesso di soggiorno. Ohmygoddd!!! Sarebbe stato meglio essere bionda, ma solo per oggi, solo per poter rimediare a un epilatore passato in fretta, al buio e di malissima voglia. Scrivo a mano, con la matita, su un quadernetto color arancio che mi ha regalato la mia preziosa amica Veronica, la Vero, quella spagnola che vive a Londra da quando la crisi l’ha costretta ad emigrare per trovare lavoro, quella che,come molti di noi, ha studiato e praticato una qualche Arte, ma no con quella non ci si mangia, arrangiati, attaccati, fai tu. E lei lavora in banca, a Londra, sognando di essere altrove.

Rimetto il cappellone bianco in comproprietà con Cana e mi siedo su questo bel tronco secco, grande e storto, posizionato perfettamente di fronte al mare, forse proprio perché possa farmi da trono mentre mi do le arie scrivendo su un quadernino cool con indosso un enorme cappello e grandi occhiali da sole. Ovviamente ho la radio sempre nelle orecchie, neanche fossi un’adolescente. La radio. La radio è la mia migliore amica, mia madre, mio padre, mia moglie, mio marito, i miei figli, mia nonna, tutta la mia famiglia.

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Bei tempi!

La radio non copre il rumore del mare. Adesso mi bagno con un altro pò di acqua verdognola e torno indietro. Fa tanto caldo e devo percorrere un bel pò di chilometri con le gambe in obliquo sulla sabbia prima di arrivare alla stazione del Lido. L’amore mio, quella tutta pelosa e capricciosa, mi aspetta per la danza del benvenuto e per leccarmi le gambe incrostate di salsedine: la adora.

Sotto a un sole cocente, con un cappellone di paglia bianca sulla testa, e un paio di enormi occhiali da sole, ho un vago mal di testa, fa troppo caldo e mi rimetto in marcia, attraversando la cartolina di quell’estate che…Non ho voglia, ma va bene così. Certamente sulla strada di casa qualcosa mi riaccenderà, qualcuno mi farà ridere, un gesto mi sorprenderà. Lo so, mi conosco: non ho il fondo.

E mentre cammino, inseguita da un bellissimo giovane che, con grande presunzione, ho snobbato per via della sua età (ma quando mi ricapita…vabbè…non ho proprio voglia, dai), vedo una squadra di medici e paramedici che sta cercando di rianimare un signore dalla grande pancia, la quale, sotto ai colpi del massaggio cardiaco, va su e giù in modo imbarazzante. Sta morendo, lo si legge chiaramente nelle facce dei soccorritori che, nonostante questo, non mollano. Un manipolo di curiosi a fissare la scena come avvoltoi, bambini a correre e castelli di sabbia con conchiglie sulla sommità, urletti, schizzi d’acqua, olio di cocco. ghiaccioli al limone, coca e pannocchie arrosto…e il signore panciuto muore sotto all’ombrellone rosso, come un povero Babbo Natale fuori stagione.

Grazie Universo per questa occasione che posso ancora giocarmi. E mi fermo ad ascoltare i battiti del mio cuore: che bel suono!

 

E SE ANDASSE TUTTO BENE?

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Di solito era serio serio, ma qui aveva un mezzo sorriso. Adorabile!

Phlip Roth, che con le parole se la cavava discretamente bene, smise di scrivere molti anni prima di morire. Chiuse la sua carriera con questa dichiarazione «Alla fine della sua vita il pugile Joe Louis disse: “Ho fatto del mio meglio con i mezzi a mia disposizione”. È esattamente quello che direi oggi del mio lavoro. Ho deciso che ho chiuso con la narrativa. Non voglio leggerla, non voglio scriverla, e non voglio nemmeno parlarne». Era stanco, perché raccontare stanca. Ma è inevitabile. Raccontare, per alcuni di noi, è un’ emergenza della quale non possono occuparsi i vigili del fuoco (dio li benedica!), una causa di forza maggiore che va affrontata personalmente. Con John Steinbeck e Virginia Woolf sul comodino, il ventilatore che gira e stride sul perno che lo supporta da vent’anni, la cana lavata e tolettata (da me medesima, che lei dagli estranei non si fa toccare, la signora!) che ansima per il calore, il pc sulle gambe a brasarmi la pelle, mi piego al mio destino, entro obbediente nella mia forma naturale. Io non ho ancora fatto del mio meglio. Ho appena cominciato!

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Vorreste davvero avere questo aspetto?

Buongioooooornooooooooo, mondo! Quante storie mi frullano per la testa. A dire il vero non devo neanche inventarle. Mi accadono. Perché io non sono mica come certa gente che è nata morta, come quei brodini di pollo (povero pollo), tiepidini, che non hanno la determinazione per acchiappare la vita e metterla al tappeto, quei moderati, molli, indifferenti, che pur di non affrontare i venti non hanno mai spiegato le vele; se ne sono stati buoni buoni in porto a riguardare le sorti di una nave che non saprà mai il mare. Whaaaaaatttttttttt??? Io sto costruendo la nave più bella e più grande del mondo (del mio mondo) e veleggerò fino all’ultimo respiro e fallirò progetti megalomani con quel vago terrore di perdere tutto e tutti (terrore fondato visto che ho subito molte perdite) che mi chiude la bocca dello stomaco, ma che porto a passeggio pazientemente come fosse un cucciolo da educare. Io mi dico: “E se andasse tutto bene?”. L’elenco delle cose che possono andare male è infinito, ma perché non fare una bella lista di tutte le cose che potrebbero andare bene? Per proteggersi dal fallimento, dalla perdita? Beh, ho una sorpresa per voi: siamo nati per perdere tutto. Siamo al mondo per perdere gli amori, le forze, la salute, i soldi, la vita stessa. Allora…giochiamo forte.

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La paura diventa meraviglia e rispetto di fronte alle onde del mare.

La vita, questa ‘cosa’ potente e prepotente, me lo sta ricordando di continuo che il precariato non è solo una condizione lavorativa. E ricomincio a fare battute sulla chemio di qualcuno che amo profondamente, a ingoiare il rospo facendo un gran sorriso, a pettinare parrucche e rasare teste. Ma ci sono anche spaghetti al pomodoro e passeggiate sulla spiaggia e musi di cana che spuntano dagli angoli a strapparmi risate enormi, di quelle che riposano nel fondo della pancia. Non dico che mi stia bene, ma il gioco non l’ho inventato io. Eppure, quando riesco a mettere il guinzaglio al terrore e a lasciare il porto, appena sento il vento sulla faccia, il senso dell’avventura mi sussurra all’orecchio frasi che voglion dire che andrà tutto bene, che devo scommettere ancora, che devo progettare in grande e … io sono una marinaia: il vento è il mio DNA. Potrei proteggere  o salvare me stessa e i miei cari nascondendoci tutti in un bunker antiatomico? E dunque, poiché la risposta è scontata, mi faccio prendere a schiaffi dagli spruzzi d’acqua di mare mentre la nave attraversa le tempeste per arrivare al mio prossimo castello!

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Eldorado, the Lost City Painting by Patrick Bornemann

Negli ultimi mesi la voglia e la necessità di vivere sono state più forti del bisogno di raccontare. Ho fatto l’ape operaia. Giorno per giorno, attimo per attimo, mattoncino su mattoncino, sto fondando il mio regno. Ho aperto il vaso di Pandora dei desideri e non mi sono rassegnata: mi son rimboccata le maniche e vado a fare grandi cose, sempre più grandi. Son cose di lavoro, son cose di vita, son cose di rapporti, son cose di soldi, son cose belle, son cose importanti. Spesso si pretende che il mondo si conformi ai nostri desideri, che le persone riempiano i nostri vuoti di loro spontanea volontà, che le acque del Mar Rosso si aprano solo per farci passare. Non è possibile, questo non si può. Ma c’è qualcosa di molto più potente che possiamo fare: avere fede. Non parlo di credere in una divinità estranea a noi, ma di diventare divini e creare ciò che amiamo, dare vita, farsi ampi per ottenere spazio e far crescere semi buoni. Alla fine, quando ho davvero tanta paura, faccio un elenco di tutto ciò che può andar bene e risulto sempre vincente. In testa alla lista campeggia una frase: “Avrò vissuto, avrò giocato tutte le mie carte!”.

La bambina con le braccia larghe

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Ero una capellona fin dall’inizio!

Pensavo che nessuno dovrebbe morire in un ospedale, con la puzza di disinfettante, il bip delle macchine, i rantoli della gente che si confondono. Pensavo che dovremmo morire al mare o in montagna oppure in mezzo al bosco. Pensavo che la solitudine nei corridoi degli ospedali diventa un lago scuro, profondo, e non hai altra scelta che fare il morto a galla. Pensavo che proprio oggi ho ritirato i risultati delle analisi e volevo parlarne con te che sei il mio medico e zio e padrino, ma tu eri impegnato a morire e deve essere stata una gran fatica. Sei sempre stato paziente e l’Universo ti ha messo alla prova fino alla fine, ma tu hai obbedito. Non ti sei ribellato. Non eri furibondo come me, adesso. Pensavo che il mio cuore è talmente martoriato da non riuscire a sentire più niente. Pensavo che sembravi minuscolo quando ti ho intravisto nel letto d’ospedale mentre tua figlia ti teneva la mano.

Penso che sarò furibonda, per un pò!

Sono scomposta quando soffro e scomposta quando amo e scomposta quando mi arrabbio e io mi arrabbio spesso. Sono un fiume in piena e, pensa che fatica, mentre tu morivi, essere estranea alla compostezza, al garbo, all’unità, all’immobilità che ti circondava. Pensavo che mi sentivo estranea e che volevo tornare a casa, dalla cana. Pensavo che proprio ieri ho rimesso i piedi sulla terra, sul prato, e pensavo che non voglio più passare tanti giorni senza terra, senza vento e senza l’ombra degli alberi che cambia mentre il sole si affaccia tra un ramo e l’altro. Pensavo che l’amore ha una forma precisa e tu hai amato, che la cura ha un protocollo preciso e tu ti sei preso cura. Pensavo a quanta gente ti ha amato, quanti pazienti che ti staranno piangendo adesso. Pensavo al giuramento di Ippocrate che hai onorato e che bella parola era stata, nella mia vita di bambina, la parola dottore. Perché eri tu, erano i nonni, erano quelli che ci tenevano al sicuro, che ci guarivano.

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Mi sembra una bella immagine per salutarti!

Penso che andrò al mare, a spiegare alla bambina seduta sul bagnasciuga, che può anche essere arrabbiata, che ha il diritto di essere scomposta e penso che presto danzerò ancora.

Sabato sera ballavo il mio fiume in piena. Ho visto un giovane uomo, che ti somigliava tanto, ed era così sorridente mentre danzava, libero. Ho pensato che volevo dirglielo. Avrei voluto dirgli che somigliava a una persona che amavo tanto e che stava morendo mentre noi ballavamo. No, non sono così matta. Non l’ho fatto. Ma volevo solo che sapesse che per me era un gran conforto poter sperare che la tua anima, o il tuo spirito, o quello che vuoi tu, insomma quella cosa che mi ha fatta sentire amata, quella cosa lì, stava ballando leggera, ed era felice.

Pensavo ‘Devo essere davvero orribile’ mentre barcollavo verso l’auto e le lacrime scendevano e singhiozzavo come una bambina e me ne vergognavo tanto. E che si fa quando quelli che ami muoiono? Non si barcolla neanche un pò? Pensavo che volevo tornare nel mio appartamento e buttarmi tra le zampe di Cana e pensavo che questa bestia meravigliosa ha riempito la mia vita d’amore alla faccia di chi spara stronzate del genere ‘è solo un cane’. Pensavo che questa bestiona anziana, che mi sto godendo ogni attimo, ha trasformato un appartamento in casa e una casa in famiglia.

Poi, alla fermata dell’autobus, c’era un gruppo di bambini con i maestri, e ridevano, urlavano, si chiamavano. Erano stupendi. Ho sorriso. Una di loro mi ha guardata con sospetto, ovviamente. Sul cartello della fermata avevano attaccato un foglio con una scritta colorata: “disegni-prendeteli-sono gratis”. Erano fogli arrotolati e chiusi con un nastrino dorato. Ho pensato che fosse un segno del cielo che voleva dirmi qualcosa di buono, che fosse un tuo messaggio, ma sono andata oltre perché non volevo più credere ai messaggi di dio. Volevo essere disperata.

Dopo pochi passi ho fatto inversione a U e ho preso uno dei fogli arrotolati. Non so cosa voglia dire, ma mi ha aperto il cuore; una bambina con le braccia grandissime mi sorrideva dal foglio. Sono felice di averti detto tutto quello che provo per te. Anche tu ne sei stato felice. Sono scomposta e indiscreta quando amo. Non voglio andar via senza aver detto tutte le mie parole d’amore.

Padrino e madrina,tu e zia Pina, avete fatto un buon lavoro con me. La vostra mancanza avrà la stessa intensità che ha avuto la vostra presenza. E, se puoi, zio, quando ti sarai messo a tuo agio, dai un’occhiata alle analisi e fammi sapere che ne pensi.

 

 

Facaldo

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Dallo spot tv di” Antò, fa caldo!”.

Ve lo ricordate quello spot dove una ragazza strafiga ripeteva con voce monotona ‘Antó fa caldo’. Le due parole fa e caldo si fondevano in un solo suono, tanto facevacaldo. Come fossero di burro. Avrei troppe cose serie da dire, cose importanti, ma non mi sopporto più con tutte le mie battaglie per la verità e la giustizia e la libertà e tatarata; battaglie che mi tolgono la voglia di una risata…aaaahhhh…ci avevo una risata, io, un tempo, ci avevo una risata che resuscitava i morti. Così, per ritrovare questa ricchezza smarrita, scelgo giorni dove non possono abitare le battaglie, le armature, i cavalieri e le lance. Scelgo mattine in cui non devo niente di importante. Mi limito a fare una cronachella di una mattinata torrida in città nella quale vado a vedere il saggio dei ragazzi di seconda media (Turandot), nella quale ho deciso di far cadere ogni intoppo cosí si fa male lui e non io, nella quale sto sul bus che è passato presto e le parole si sciolgono l”una dentro  l’altra per diventare suoni monotoni tanto facaldo.

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Ho ingoiato un rospo di troppo. Adesso lo sputo!

Nel bus, che era arrivato sorprendentemente presto, c’era l’aria condizionata, l’autista era gentile con tutti, c’era posto a sedere e avevo addirittura temuto che sarebbero passate le hostess con i quotidiani e il carrellino delle bibite. E se per il caldo il mondo si fosse sciolto e ricomposto in una forma migliore? Seperilkcaldo…??? Questo stavo pensando un paio di giorni fa cercando di sopportare ancora per un pò i continui disagi di una vita buffa.

Sul palco erano saliti 22 ragazzi di seconda media: una babele di lingue, religioni, abilità, che fanno venire la pelle d’oca quando li vedi funzionare assieme come fossero un meccanismo perfetto. Avevo già dato una mano il giorno precedente. Dovevo solo sedermi e godermi lo spettacolo. Invece…il pc non partiva, i collegamenti erano sballati, il nervosismo saliva assieme al profumo di cento adolescenti seduti in platea. Mi son seduta alla consolle a mettere le musiche assieme alla prof. Forse proprio perché facevacaldo le consolle si scioglievano e mi costringevano a darmi da fare anche quando noneavevovogliaffatto.

Guardavo il copione traccia 1 traccia 2 traccia 3 sfuma a zero tieni sottofondo; guardavo il palco, le magliette bianche dei piccoli attori e il passato si scioglieva nel presente. Sarà che facevacaldoassai: ho rivisto la scenografia di t-tshirt che avevo ideato millenni fa (le stesse che indossavano i ragazzi), il volo per New York con la mia amatissima compagnia di matti, le ore trascorse a provare nei pomeriggi roventi di giugno, i soldi che non arrivavano, le lezioni di LIS, la lingua dei segni, per poter comunicare con Elisa, i soldi negati, i genitori dei ragazzi a fumare nei cortili, la mamma di Andrea beccarsi l’ictus il giorno dopo avermi confessato “Andrea ha solo me al mondo. Se mi succede qualcosa lui che fine farà?”. Che fine ha fatto Andrea?

Non funziona. La cronachella si complica e torna ad essere pesssaaaanteeee. Uffff. Quando facaldo i pensieri si sciolgono e le delusioni diventano un solo grande boomerang colloso. “Antò, facaldo”. A questo punto bisogna saccheggiare la borsa dei bei ricordi, oppure andare in palestra, ma…facaldo. Holapressionebassa. Scartata l’opzione palestra penso alle domeniche d’estate quando si faceva colazione con la granita di fragole prima di correre al mare a cavallo di un motorino rosso. Allora si che facevacaldo, ma avevo più pazienza, più fede, più sogni. E c’era Eros che cantava…”forse perché i pugni presi a nessuno li ha mai resi e dentro fanno male ancor di più…” Non mi piaceva, ma ci cascavo e sognavo di rendere quei pugni, prima o poi.

La magica cana
Posso avere un altro mirtillo?

Facaldo e le parole si sciolgono una nell’altra, i problemi si dilatano e rallentano il passo, i pensieri buoni frenano e quelli cattivi ne approfittano. Che si fa? Magia!

Arriva la mia cana amorevole, implora fragole e mirtilli. Al terzo mirtillo sembra drogata. Corre per casa inseguendo la palla viola, abbaia, va a prendere il papero travestito da poliziotto inglese, abbaia. Facaldo, ma lei vuole un altro mirtillo.

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