Dei due lati voglio guardare il migliore

Melissa
Questa bellissima foto l’ha ‘acchiappata’ Riccardo Marziali nei camerini di Orlando Furioso

Ci sono periodi della vita, anche piuttosto lunghi, nei quali sembra andare tutto per il verso sbagliato. Sembra che i Numi si siano accordati per metterti costantemente i bastoni tra le ruote e gli esseri umani si facciano complici perfetti di questo assurdo dispetto. Le bestie e le persone si ammalano, gli inghippi sul lavoro si moltiplicano, i brutti incontri diventano l’ordine del giorno e…una serie virtualmente infinita di cosiddette sfighe si abbatte sul tuo capo senza nessuna pietà. Ovunque tu vada, qualunque cosa tu faccia, sembra tutto destinato ad andare per il verso opposto a quello che tu desideravi.

Ecco. Questo è il lato peggiore, quella parte della medaglia nella quale non arriva la luce. Questo è ciò che vedrei se rimanessi ferma da questo versante delle mie sfighe a contemplare il lato buio della questione. Ma io son molto fortunata. Ho un cuore ipersensibile che si dilata e si restringe alla velocità della luce e ho sempre una enorme voglia di andare a trovare il punto in cui batte l’unico o l’ultimo raggio di sole che il mondo aveva a disposizione. Sono doppiamente fortunata perché sono indomabile. Non ci sono ostacoli che mi possano separare troppo a lungo dalla mia gioia. Certo, il fatto che la cana, the best gift ever, stia molto meglio, aiuta ogni ragionamento a essere orientato al meglio piuttosto che al peggio. Lei è il mio amuleto, la mia speranza, la compagna di una consistente fetta di vita; lei è la magia della pazienza e il miracolo della cura.

Ma non divaghiamo. Sta meglio e il resto lo vedremo cammin facendo. Quello che, invece, era urgentissimo dire riguarda questa cosa del bicchiere che può essere mezzo vuoto o mezzo pieno. Il pensiero mi ha avvolta qualche giorno fa quando, tornando dal supermercato alla fine di una di quelle mie infinite giornatine che ben conoscete, mi si è rotta la busta e tutta la spesa è finita rovinosamente per terra, sul marciapiedi, in mezzo a una folla di gente che non vi dico. Il latte di riso al cocco è praticamente esploso schizzando tutto intorno, la cioccolata fondente con le nocciole intere si è ridotta in poltiglia e così via. Era una di quelle scene che si possono solo commentare con un: “Ma sei davvero una sfigata, dai!”. Eppure…

Guardiamo da vicino la scena. La busta della spesa cade e il contenuto si rovescia rovinosamente, un ragazzo molto carino (e purtroppo accompagnato dalla fidanzata) si precipita a raccogliere la roba da terra, salvando anche buona parte del mio latte di cocco e dicendo: “Noooooooooo, mi dispiace, dai. E’ così brutto quando capita!”. Ragazzi, compassione di un estraneo? Ho vinto alla lotteria, e non è finita. Dopo che il prode cavaliere ha riposto tutto sulla panchina di fronte al bar nei pressi di casa nostra, io sto cercando di organizzare il trasporto di tutti quegli oggetti senza l’ausilio di un adeguato contenitore ma ecco che…una ragazza carinissima che stava distribuendo volantini pubblicitari, si offre di darmi la sua busta della spesa e insiste perché la tenga. Non c’è bisogno che la restituisca, mi ripete mentre mi porge la sacca di tela gialla, e sorride con un sorriso che mi apre il cuore. La rassicuro che gliela restituirò in brevissimo tempo perché abito al palazzo accanto e devo  solo salire un paio di piani. “Non si preoccupi, davvero”. “Torno subito con la sua busta. Ancora grazie. Lei è gentilissima”.

Ancora tu?
Una tipica Roberta che predica e pontifica, un pò pesantona. Sempre grazie a Riccardo Marziali.

Vado a casa. Ripongo la spesa sopravvissuta in cucina. Ripiego la busta giallo fosforescente. Scarto la cana che sta chiedendo cibo, ovviamente. La munisco di pettorina e guinzaglio e scendo a restituire il prestito. La ragazza è ferma sulla panchina e chiacchiera con una signora. Appena mi avvicino con l’accrocco canino al guinzaglio, mi sorridono come se vederci fosse una gran bella cosa. E, insomma, non si viene a scoprire che la ragazza è matta per i cani e che dopo aver perso il suo adorato bestiolino, ne ha adottata una con un sacco di guai perché malmenata brutalmente e…si…la busta si è rotta, il latte di riso al cocco è praticamente andato (ma non tutto), ma io son qui a chiacchierare e a sorridere e a compiacermi dell’esistenza di tanta bella gente e…non importa se ultimamente ho preso tante badilate sulla schiena…cioè…si che importa…ma conta di più il fatto che riesco a vivere dal lato luminoso delle mie tenebre.

Quando hai conosciuto il nero, la disperazione, la trappola, la via senza uscita, hai due alternative: puoi scegliere la via della luce o quella del lamento. Io ho scelto di stare affacciata alle finestre delle mie tempeste. E funziona. Sempre!

Stamattina usciamo, io e Cana, a fare la nostra ennesima passeggiata. C’è il sole, la gente ci sorride. Chiacchieriamo con le amiche di quartiere. Ci intratteniamo a raccontarci le reciproche sventure, ma con la forza di chi sa che stiamo sulla stessa barca e con la solidarietà e l’umanità di chi è capace di compassione anche verso degli sconosciuti. Qualcuna dice il mio nome ad alta voce. Non pensavo neanche lo sapesse. “Roberta, con il lavoro come va?”. Questa umanità esiste ed è questa la gente che voglio frequentare. Questo è il lato dal quale ho deciso di abitare.

E…sapete che vi dico? Se ce l’ho fatta io, siete tutti a cavallo!

Arabe fenici

Questa povera creatura, il mio amato flop, langue o languisce (come vi piace: son corretti entrambi) in un angolo remoto del web e della mia anima, da troppo tempo. Questo mio fogliolino bianco inesistente e prezioso, mi sta chiamando a sussurri e a grida perché torni a nutrirlo. Non bisognerebbe smettere di allattare ciò che è prezioso, ma come si fa? La vita è complessa, vorace, indomabile…almeno la mia. Se il ragionier Rossi o la signora Wanda, ammesso che esistano, non fossero d’accordo parlino ora o tacciano per sempre.

“E così si è rimessa a scrivere, dico, Floppartista. Non prima di avere resuscitato Cana per l’ennesima volta. Ah, la cana, hai saputo che è stata malissimo? Le scommesse la davano per spacciata eppure…quelle due ci devono avere un segreto. Ogni volta che sembrano finite si giocano l’effetto araba fenice. Mi sa che quando scompaiono per un pò è segno che sono andate a studiare a Hogworth”.

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15 Natali fa

Non ce li portiamo tanto male tutti questi natali spesi assieme, che dite? Lei ha la stessa faccia impertinente di quando, stamattina, rediviva da poche ore, ha svuotato il secchio dell’immondizia per andare a leccare il sale rimasto appiccicato sul sacchetto delle patatine. Il sale, capite? Praticamente un suicidio per una quadrupede che si è giocata ai dadi entrambi i reni! Eppure, stasera è passata dalla flebo al bordo della ciotola in 11 secondi. Siamo fatte così: siamo femmine inossidabili. Andiamo dritte alla meta: no perdite di tempo.

Mi mancate moltissimo e neanche vi conosco. Mi manca il tempo speso a riordinare i pensieri, le pause usate per dipingere meglio un’immagine a colpi di parole, le serate sorseggiando latte d’oro a scrivere e cancellare, cancellare e scrivere. Mi manca un pezzo. Mi manco. Ho nostalgia di me stessa, di quella parte di me che sa prendersi il giusto spazio e il proprio tempo. Ma sto facendo grandi cose, come al solito. Sposto montagne, riallineo pianeti e resuscito bestie. Ho due spettacoli all’attivo, allievi sparsi per la città, prove, video da montare, qualche danza, musiche da tagliare e cucire…treni, tram, automobile, piedi dolenti e kilometri macinati.

E chi l’avrebbe mai detto che, per dritto o per storto, mi sto prendendo tutto quello che voglio, dico, dalla vita. Ogni desiderio sta facendo il giro largo e io aspetto, non ho fretta e, pian piano, i premi scendono come una pioggia sottile e piacevole che cada sul viso inaspettata. Ho sempre un sottilissimo strato di calma e di fiducia a fare da cuscinetto alle mille traversie che siamo costrette ad affrontare. Stasera, poi, me la son cantata alla grande mentre lei, con le sue elegantissime mutandine fucsia, chiedeva dell’altro cibo. Mi son concessa un tango con il cesto dei panni puliti, mi son fermata a incantarmi di fronte alla luna sulla strada del ritorno, ho chiacchierato con amici incontrati per le vie del quartiere e con loro ho sorriso dei nostri guai. La luna stasera? Un incanto che non mi son persa. Ragazze/i, son davvero fortunata: non mi scappa nessuna meraviglia!

Tutto sommato bene, no? Volevo imparare ad andare a vela e son diventata la regina dei venti. Ho dovuto mollare tanta zavorra e mi è spiaciuto, ma credo che dio, la mia amica celeste, non voglia che perdiamo noi stessi per la salvezza altrui. Lei vuole che ruotiamo ognuno attorno al nostro asse senza mai perdere il centro. Vuole che siamo felici, tutto quà. Perché complicare sempre tutto, dai.

Adesso devo proprio andare. Gli occhi non ne vogliono sapere di rimanere aperti, ma mi ha fatto un gran piacere risentirvi. Prometto che torneremo presto. Abbiamo un sacco di cose da raccontarvi e mille novità all’orizzonte. Voi, intanto, fate sogni stupendi e realizzateli: non c’è alternativa!

Sarà mio questo tempo?

Queen Cana
La regina del tempo mai perduto!

Mi domando se il tempo, almeno il tempo, sia mio, anche se provvisoriamente, anche in prestito. Mi rimane del tempo per me? E per chi altri dovrebbe essere il mio tempo? A chi appartiene lo scorrere di atomi che mi ha scolpito le zampe di gallina attorno agli occhi, che mi disincanta? Di chi è questo fluire che ha ingrigito i peli di Cana e ha reso il suo sguardo più remissivo?

Mi domando se posso o potrò allungare un braccio, estenderlo al punto di acchiappare uno straccio di questo tempo che dicono sia mio, ma mi sembra rubato. Guardo la tazza di caffè, lo schermo del pc pieno di lavoro da fare da fare da fare e…da vivere quando? Ascolto il russare della bestia che vive con me e la lotta di quella che vive dentro di me. Guardo la tazza di caffè e desidero farci una nuotata, nel mio caffè caldo macchiato con bevanda di farro.

Mi tuffo nella tazza, ma lo schermo del pc, i promemoria, le agende, le bollette, i progetti, i sogni, il doveredoveredovere mi inseguono.They are very well trained. I’m not! Nuoto con poca convinzione nella tazza semivuota o semipiena, nella bevanda marrone chiaro. La cana fa un giro su se stessa, mi guarda, si appallottola e riprova a russare. La radio va, quella va sempre.

Mi domando, sempre più spesso, quando arriverà la pausa. Dove  si trova quel posto del mondo o di me stessa, meglio, nel quale non c’è più niente da fare, solo stare. La portiera chiede se voglio fare l’albero di Natale, ne ha uno in più, me lo da volentieri. Voglio? Son tentata di trovare un pezzetto di tempo per decorare un albero finto per…stare, guardare, annusare, essere inutilmente essere. Si, son tentata dall’albero, my own Christmas tree, ma non ho tempo. Potrei rubarlo o prenderlo in prestito? Non so.

Dottore, ricetta, analisi, memoria, teatro, lezione, telefono, mail, traduco, appuntamento, risposta, risposta, risposta…troppe domande e niente tempo. Che faccio, scendo? Lascio stare bollette e spese e doveri e vet e doc e mi metto a impastare una pagnotta enorme, fragrante, profumata, croccante e morbida, la inforno in un forno che non esiste e poi vado a dare le fette per strada a quelli che corrono per fare i regali, vado a dirgli che non serve niente a niente se ti prendono il tempo…

Chi ha tempo non aspetti tempo, ma io di tempo non ne ho disse la lumaca. Tra dieci minuti la cana deve uscire e ho una lezione, poi cerco parcheggio e la cana deve uscire ancora poi ancora lezione e così via. Troppo. E lei sta sognando. Corre. Chissà a che gusto sarà il biscotto che ha trovato, che stragi di polli e di salmoni sarà libera di fare nei suoi sogni.

Questo tempo, quello che mi è servito per far scorrere qualche parola fuori da me, questo tempo utile per decomprimere la mente e il cuore carichi di concetti inutili e assetati di ‘bene’, questo tempo l’ho rubato e la follia è che era mio. Ho rubato a me stessa.

Esco dalla tazza di caffè macchiato, raggiunta dai mangiatempo, e vado a fare una doccia perché non ho avuto il coraggio di prendere per me un pò di tempo che era mio, ma, nessuno sa come, non è mai riuscito ad appartenermi davvero.

Lei russa.

 

 

 

In diretta da Casilina

Non sono mai in anticipo, quasi mai in ritardo. Oggi sono in anticipo di quasi venti minuti. E ho fatto già tutto: mail, farmacia, benzina, non fumo più quindi non posso passare dal tabaccaio…

Ho un curry di verdure con basmati wild seduto al mio fianco qui sulla panda Camilla parcheggiata di fronte a una fermata del bus, La radio del tablet é sintonizzata su deejay. Era ora di Pinocchio e che fai te lo perdi? Anche se Pina sta in Giappone in vacanza, beata lei, Pinocchio é sempre Pinocchio. Non posso affrontare il traffico delle sei e trenta senza la gang di Pinocchio.

Abbiamo una riunione con Artisti innocenti per organizzare le prossime performance. Chissà che ci inventeremo. Sto cercando di farmi tornare la voglia di… la voglia e basta! Mi sono, peró, ricordata che da parecchio non “butto” un pó di tempo, non perdo più tempo.

E siamo impazziti? Marcel Proust ne ha fatto un capolavoro del tempo perduto. Perder tempo… che meraviglia. Intanto comincia il programma dei Vitiello e sento le storie buffe che raccontano gli ascoltatori. Ora mi metto comoda. Si sono appena accese le luci della sera e… non faccio niente. Ascolto, guardo, sto!

Ma lo sai che sta cosa é stupenda? La cana? A posto: uscita e cenata. Robe di lavoro? Fatto! Lavatrice? Rotta! Lavare a mano? Neanche per sogno! Premio fedeltá alla radio e rumori di auto e motorini che passano accanto a me. A volte biciclette zitte zitte quasi si attaccano allo sportello, qualche passante, qualche temeraria dello smog jogging, Beata lei, che coraggio! Lo schermo di un locale videolottery con i rimbalzi di Luci colorate che si intravedono dietro alberi di città…

Si, é stupendo. Posso non fare niente, ascoltare la radio, smettere di contrarre i muscoli o di digrignare i denti. Posso??? Siiiiii!!! Devo solo parcheggiare qualche decina di metri più avanti, ricordarmi di mettere il bullock non si sa mai con quelli che girano, caricare il mio mega curry, citofonare, ed é fatta. Sono arrivata. Non sono neanche costretta a pensare che al rientro non troveró parcheggio sotto casa. Se poi lo trovassi? E se non lo trovassi potrei prenotarlo in anticipo? No! Posso – davvero – rilassarmi??? Ebbene si. Tanto nessuno dei flop che mi cascano puntualmente sul cranio puó essere prevenuto. Non ci sono vaccini!

E allora godiamoci le pause!!! E adesso sono ufficialmente in ritardo!!!

Domeniche

Da bambina le domeniche erano calabresi: giornate di nonni, di crostatine alla fragola, di enormi paste ricoperte e imbottite di creme al burro, di torte moka, di cotolette, di frittelle, di patatine tagliate a mano, di messa delle dieci (consuetudine che papà non ha mai amato ne praticato: si andava con mamma e guai a fare arrabbiare Dio che si sarebbe accorto della nostra assenza);

fragole e panna
Ci tuffavo la faccia dentro. Non ero vegana, allora.

erano giornate di ‘bella mia’, di figurine da attaccare sull’album di Holly Hobbie, di passeggiate sul Corso Garibaldi (perché i Corsi si chiamano spesso Garibaldi?). A volte si andava in montagna, sull’Aspromonte, a mangiare il minestrone e a camminare nell’aria buona. Se c’era la neve io ero come un leone in gabbia: odio la neve. Soffro pure il mal d’auto. Figurarsi che tormento per una bambina stare sul sedile posteriore dell’auto che va in montagna…sulla neve! Ci sono cose che rendono patologico l’amore per la libertà!!!

Domenica scorsa era giornata di performance. Artisti Innocenti performavano per Short Theatre 2018, al museo Macro di Testaccio, nella Pelanda. Si tratta di un ex mattatoio, adibito a museo e ad università e con sale teatrali e spazi super cool di ogni genere. Prima di entrare nello Studio Uno, nel quale avremmo allestito per la performance della sera, mi son voluta perdere, per l’ennesima volta, in quel luogo carico di antiche sofferenze. Mentre mi guardavo attorno ho notato una insegna: spazio adibito alle ‘bestie domite’, non ho trovato quello per le bestie indomite: mi ci sarei infilata volentieri per vedere come lo avevano pensato.

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E’ uno spazio suggestivo e terrificante al tempo stesso.

Gli enormi ganci metallici,ormai arrugginiti, montati su carrucole, pendono su tutti gli spazi esterni e interni. Non credo che per il pubblico che affollava la manifestazione, questi ‘particolari’ fossero significativi. Io sono una rarità: ipersensibile e esagerata. Sento la sofferenza delle altre creature in modo eccessivo. A dire il vero, ultimamente, non sento più molto. Sono stanca di sentire, ma sto solo in pausa. Aspetto qualcuno degno di riabbracciare il mio sistema immunitario.

Quando ero bambina le domeniche avevano il profumo della perfezione. Se era inverno potevo guardare i film di Shirley Temple a ripetizione, sulla piccola tv in bianco e nero. Se era estate poteva succedere di andare con nonno alla casa al mare e di zappare l’orto, magari seminare qualche nuova pianta. In ogni caso, al mio paese, si vede il mare da tutti i lati. Non puoi perderlo.

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Vedevo la Sicilia e le Eolie: sembrava di poterle toccare.

Il mare delle domeniche d’inverno era il più diretto contatto con il sublime. La schiuma delle onde, vista in lontananza, non sembrava poi così minacciosa. Quelle domeniche avevano la farina sulla faccia dei bambini ammessi a pasticciare nelle cucine, odore di pane di montagna, integrale, di melanzane sott’olio tagliate a filetti sottili; erano domeniche per crescere forti, per fare scorta di amore e cibo buono. Poi qualcosa si è rotto: l’albero di Natale, la furia degli adulti, l’ignoranza, chissà. Ma quelle domeniche da bambina son rimaste di scorta per quando il buio si avvicina.

Queste domeniche quà, di performance, di prove, di pranzi al volo e di stanchezza, di corse a casa a far fare pipì alla cana, queste domeniche quà…non so…sanno di lotta prolungata troppo a lungo, di un entusiasmo sopito dalla fatica, con una me sempre onesta, per carità, ma che non da più a piene mani. Sembra che il tempo abbia gettato un velo, una sorta di opacità, sulla visione e sul desiderio. Performare, recitare, stare ‘con’ un pubblico, prevede onestà, nudità, generosità, apertura, desiderio di dare senza riserve. C’è stata tanta gioia, per carità, non lo nego, mentre ci aggiravamo con un sipario portatile a fare entrare e uscire la gente dalla tenda rossa, e mentre applaudivamo noi il pubblico che entrava in sala (vedeste che facce meravigliose che avevano), e mentre facevo sfilare un improbabile cappello che rappresentava i pini di Roma, e in moltissime altre occasioni della giornata.

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E poi…te la puoi tirare e andare a dire in giro che eri al Macro a fare la performer e che hai fatto il tutto esaurito…chi sa la verità? 🙂

Alla fine, però, rimango io, io che faccio mille lavori, io che ho mal di schiena per via del computer, e mal di gambe per via dei chilometri che percorro per passare da un lavoro all’altro e mal di testa perché mi sento in trappola e vorrei tornare a dire no e montare sulla vecchia Panda assieme a Cana e andare dove non so, ma andare…ché mi sento come se mi avessero messo le catene ai piedi e non mi riconosco nell’incatenata. Che noiaaaaaa!!! Mi sono annoiata da me stessa!!!

E allora torniamo a quelle domeniche da bambina, quando si faceva sera ed era ora di tornare a casa, quando si accendevano le luci della Sicilia e un fil di fumo si alzava all’orizzonte: era Stromboli che ci salutava dall’altra parte del mare. Quelle domeniche che son diventate anche le domeniche per andare al cimitero di Sinopoli a trovare nonno Mimì, a passeggiare tra le tombe di pietra e marmo e a chiacchierare con la presenza costante di chi c’era stato e adesso, semplicemente, aleggiava. Erano giornate nelle quali poteva capitare di andare a Cosoleto a trovare zio Stefano e zia Rosetta e lì c’erano le galline e i conigli e una grande casa nella quale la mia fantasia irrefrenabile ambientava storie di mistero e di amore. Lì c’era l’odore inconfondibile, dolce, del dopobarba di zio, lo zio Stefano con i grossi baffi a punta che pungevano quando ti dava il bacetto; lo zio con un sorriso magico. Erano domeniche di Paolo Valenti e Novantesimo minuto.

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Non ci sono stata negli anni Trenta, non fate gli spiritosi!

Tutti i bambini dovrebbero fare scorta di domeniche per i tempi bui, per quando avranno problemi sul lavoro; per quando, adulti, dovranno difendere i propri progetti dalla ferocia del mondo.

Queste domeniche, queste di performance e di procedere lento, son giornate per regalare sorrisi, per alleviare qualcuno in attesa di alleviare se stessi, per comprare la verdura al mercato bio, per fare la maschera idratante ai capelli, per chiamare un’amica che non senti da tempo, per fare quattro salti con Dolores, la bambola ballerina. Son giorni in cui sollevare il morale a persone amate solleva anche il mio, di morale. Son domeniche per tornare a godere le piccole cose, quelle minacciate dal tempo, dalla fatica e dalla ferocia di certa gente. Sono mattine che ti puoi concedere il cornetto vegano e al diavolo la dieta, frangenti per chiacchierare con gli sconosciuti e scoprire storie, per chiacchierare con vecchi amici che si ritrovano in occasione delle performance. Sono domeniche per spupazzare la cana e litigarci ancora più ferocemente quando si sdraia sul marciapiede e non sente ragioni: non camminerà, vuole tornare a casa. E tu, che eri uscita pensando che una passeggiata avrebbe fatto bene a entrambe, proprio tu, ti ritrovi a fare i conti con quello sprofondo che c’è tra il desiderio e la realtà. E…fatti i conti…in quel burrone c’è ancora abbastanza amore e ci siamo noi così come siamo e va bene così!

 

Natali

Questo raccontino non è nuovo o originale. Lo avevo pubblicato qualche anno fa sul vecchio blog e poi sulla mia pagina facebook. Ritrovandolo mi sono accorta del suo potere evocativo. Mi sono immersa nel profumo di chiodi di garofano e cannella, ho ricordato la mansuetudine che ti regalano l’amore e il tempo. Da ragazzi si danno per scontate tante cose, per fortuna.

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Chi la vede vince un premio : )

Da adulti e un pò vintage si apprezzano quelle cose scontate e si coltiva maggiormente la gratitudine, per fortuna. La nostalgia può essere un’ancora che ti lascia ferma in porto, oppure un propulsore che ti lancia verso il futuro, garantendoti il rifugio degli amori passati. Oggi che tanti esseri umani mi hanno delusa e tradita, ritrovo questi echi antichi come consapevolezza dell’amore ricevuto e della sua immancabile imperfezione. 

L’albero di mia nonna aveva palline di ogni colore, addobbi lanciati sui rami finti senza nessuna logica o gusto. L’albero di mia nonna era vecchio perché era lo stesso albero da vite addietro. L’albero di Natale di mia nonna aveva una lunghissima storia. Quell’albero prometteva moltissimo, tutti gli anni. Generalmente veniva addobbato nel ‘salotto buono’, quello che si apriva una volta l’anno per riunire tutta la famiglia. Era semplice la vita secondo mia nonna. La vita si doveva friggerla o, al massimo, farcirla. Io son così d’accordo con lei!

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Non posso mettere immagini natalizie: troppo banale. Lei è più bella. Sempre!

Il Natale a casa di mia nonna era pieno di promesse e di speranze. Non sono mai disattese le speranze quando puoi addentare le crocette di fichi secchi imbottite di noci.

Non sono mai disattese le speranze finché qualcuno ti prepara da mangiare e ti racconta una storia.

Dio veniva a trovarci mentre giocavamo a tombola con le cartelle di cartoncino. Purtroppo ci trovava distratti perché segnavamo i numeri con i fagioli secchi che cadevano rotolando sul pavimento e bisognava richiamare gli stessi numeri daccapo più e più volte. Mia nonna non perdeva mai la pazienza. La faceva perdere agli altri.

Mia nonna era terrena, forse la divinità della materia. Questo la rendeva divina nel nutrirci. Trascorreva intere giornate in cucina per assicurarsi di aver fritto davvero tutto il cibo che ci avrebbe servito. Il menù natalizio tipico comprendeva broccoletti, cotolette, crocchette, pasta al forno, polpette, patate fritte (ovvio), peperonata, salsicce, frittelle di carciofi, fagioli, tortellini anche e poi fritture miste e altri ‘contorni’ fritti. Seguivano dolci e spumante dolce. I miei zii e mio padre si lamentavano perché lo spumante dolce non è una roba seria. Lei rideva perché lo stress non era di sua competenza, aveva fatto il suo dovere, mantenuto tutte le promesse.

Non sai mai quanto ti mancheranno certe ‘stranezze’.

Casa di mia nonna a Natale profumava di spezie, chiodi di garofano e cannella, di pandoro appena scartato e di torrone di mandorle. Il torrone di mandorle lo faceva nonno. Lui con la materia non aveva attinenza, era filosofo, poeta, matto e medico. Il suo torrone, infatti, era divino e filosofico. Sapeva quanto zucchero, quante mandorle, per quanto tempo mescolare nel calderone di rame. Se eri fortunata lo trovavi all’ opera nei giorni che precedevano il Natale. Era intento a compiere la magia, con la testa china sulla pentola enorme, ma non negava mai una parola d’accoglienza alla bimba viandante che aspettava di addentare i minuscoli pezzi di paradiso croccante.

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Qui la si può ammirare in una versione molto natalizia.

Mia nonna aveva talento con i soldi. Si giocava a bestia e sette e mezzo nel pomeriggio di Natale. La nonna ripuliva tutti, figli e nipoti e non graziava nessuno. Poi, però, ci consolavamo con le zeppole.

Che Natale è senza le zeppole?

Ripiene di olive, pomodoro e acciughe. Io le preferivo senza le acciughe. Le zeppole fritte erano un’altra meravigliosa promessa mantenuta. Poi c’erano quelle vuote, modellate a ciambella, che indurivano presto, ma che goduria affaticarsi a morderle anche quando erano diventate un pò gommose. Il Natale era una promessa mantenuta, una bella storia raccontata a bassa voce, ci si poteva illudere che tutto sarebbe andato bene. L’odore di frutta secca, le spezie, il caffè già zuccherato erano ingredienti di una storia che solo noi sapevamo raccontare.

Per questo dovremmo conservarle le storie, per inventare un pò di gioia quando il tempo rischia di indurirci e la fatica ci maltratta il cuore.

L’ orizzonte

Il mare mi circonda. Abito in una torre sospesa sul mondo, giusto in faccia al mare. Odio l’ora di filosofia, non odio la filosofia. Al prof di matematica dico “Non ho capito, ripetiamo?”. Sempre. Odio la scuola, ma adoro i libri e sono curiosa come una scimmia curiosa. Ho un sacco di segreti. Nessuno sa veramente chi sono.

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Lo sguardo non ha ostacoli, nessun limite.

I miei superpoteri vengono dal mare, quello viola di casa mia, quello dove c’è uno scoglio sul quale cresce un albero d’olivo, quello aspro di rocce e scomodo, quello che mi ha insegnato a saltare da una pietra all’altra come fossi una capra di montagna. Non riesco a credere che ci siano posti del mondo dove non si vede l’orizzonte, non credo si possa vivere senza mare. Solo quando non l’ho più avuto, ho capito veramente cosa vuol dire avere o non avere orizzonte. Lo sguardo si perde e insegue immagini migliori di quelle reali; puoi immaginare e immaginare da forma alla realtà.

Io immaginavo palcoscenici e riflettori, pubblici plaudenti, viaggi con lo zaino sulle spalle, amori, danze tribali, arrampicate, libertà; libertà è il nome complessivo di tutti i miei sogni. Per farmi diventare matta e lanciare tutto all’aria e gridare come un’ossessa e minacciare provvedimenti definitivi, bastava darmi un limite, dirmi che quella tal cosa non potevo farla. Mi trasfiguravo. Sembravo il mostro dello schema finale dei videogiochi, quello che non bastano tutte le armi assieme a distruggerlo, quello che gli devi sparare dritto nell’occhio con una cerbottana. A me dovevi spararmi il permesso di fare ciò che mi saltava in mente. Nient’altro poteva placare il mostro.

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Zaino sulle spalle e via. Lei preferisce il divano di casa, ma fa sempre ciò che vuole, mai ciò che le viene chiesto. Somiglianze?

Patologicamente libera, mi disse la mia amica del cuore. Quando suo padre ci beccò in due sul motorino senza permesso, beh, la libertà dovette giustificarsi con tutte le meravigliose parole che la mia fantasia mi suggeriva. E quante riuscivamo a inventarne quando il prezzo era la libertà.  L’unica realtà virtuale cui potevamo accedere era quella che ci inventavamo e io ero talmente convincente con me stessa da crederci ciecamente ai parti della mia immaginazione. “Sai, è stata un’emergenza, perché la tale amica stava malissimo e la nonna aveva un’urgenza e il nonno …”. E lui, il papà simpatico e intelligente della mia amica, fa; “Pensi che sono cretino? Non lo fate mai più altrimenti la chiudo in casa per sempre”. Io mi rassegnavo? No, insistevo a raccontare l’improbabile storia e chiedevo di credere alla mia buona fede, inutilmente. Ho una inventiva smisurata, ma non sono in grado di mentire efficacemente, cioè…sembra ci sia qualcosa nel mio sguardo, nelle posture, che dice sempre la verità, a dispetto dell’utilità o del danno che questo mi possa creare. Sincera e libera? Alert!!! Pericolo pericolo pericolo!!!

Nessuno sapeva chi ero veramente. Avevo un sacco di segreti. Mi piacevano le persone. Guardarle, ascoltarle: soprattutto gli anziani.

Il paese sta a metà tra il mare e la collina, sospeso sull’infinito (chiedete a Leonida Repaci), è una torre al centro del mondo. Salita, discesa, salita, discesa e nuovamente salita: ci vuole il fisico giusto per muoversi a piedi e il ciclismo non è per niente adatto al territorio. Mi infilo tra i vicoli della vecchia Cittadella di Palmi

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Palmi vista dall’alto agli inizi del Novecento.

perché mi piace fermarmi a chiacchierare con le signore sedute sull’uscio a prendere il fresco, a sgranare fagiolini, a grattugiare pane raffermo. Hanno delle grosse ceste di vimini sulle gambe, strofinacci consunti. Spesso son vestite di nero, in un lutto ostentato perché sarebbe vergogna spostarsi da quel nero e accedere al futuro. Ci diamo del voi, ne del tu, ne del lei. “Che fate, signora?”, “Scorciuliu nu pocu i fagiolina, bella mia (sto sgranando un pò di fagiolini, tesoro)”. Bella mia, quello era un suono! In fondo lo sapevo che quello che aspettavo con ansia era il ‘bella mia’ alla fine delle frasi. Era l’appartenenza a una grande famiglia di sconosciuti, ma presenti, solidi, accudenti. Era una sorta di maternità globale dove tutti eravamo figli di tutte. Era un abbraccio aperto, sempre a disposizione. Era sentirsi al sicuro.

C’era l’orizzonte che prometteva un futuro e c’erano tanti ‘bella mia’ alla fine delle frasi che ti facevano sentire a casa, al sicuro.

Come per la cartella di mia sorella, non sono certa del motivo per cui mi vengono in mente questi ricordi. Faccio ipotesi. Ricordare come mi sentivo di fronte al mare, protetta, ma libera, mi fa sentire ancora quella sensazione di potere che danno amore e libertà. Lo avevo dimenticato. In fondo, devo ammettere che negli ultimi tempi ho perso un pò di smalto, ho lasciato andare quei sani slanci che mi hanno regalato tutte le mie conquiste. Devo avere pensato che volare basso fosse meno rischioso, ma è solo meno divertente. A quelle signore avrei voluto domandare cosa sognavano e se sono mai state libere di sognare da bambine, se lo vedevano anche loro quanta meraviglia ci circondava, se stavano bene lì a far da mamme e nonne a tutti noi oppure desideravano altro, se avevano mai messo in dubbio l’esistenza di Dio. A quella che faceva l’uncinetto, invece, domandavo: “Signora, mi insegnate?”, “Come no, bella mia. Venite quà che vi faccio vedere”.

Ognuno ha recitato il suo ruolo, anche se non ha pensato che avrebbe potuto sceglierne un altro. Forse è stato meglio così, perché c’era bisogno nel mondo delle mie signore Bella Mia. Io ne avevo bisogno!

 

 

 

 

Barcelonando (che si legge barseloneando)

Le città sono persone: hanno caratteri, colori, misure, stili, punti deboli e capelli differenti. Barcellona è una ragazza con l’ombelico scoperto, le scarpe da ginnastica, il bikini sotto agli short di jeans. Barcellona è un ragazzo con la barba lunga, le occhiaie e il piercing sulla lingua, lo skateboard sotto l’ascella e una bottiglia di birra in mano. Barcellona è una signora di origini asiatiche che parla un improbabile spagnolo, misto a catalano e ad accenti della sua lingua madre, che ti apre la porta di una camera d’albergo e finge di capire quello che le stai chiedendo.

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Mi ero persa nella calura della città e l’ho trovata lì, dietro l’angolo, ad aspettarmi: la cattedrale.

Barcellona è un signore dallo stomaco grande che fuma, ride e beve birra con gli amici, facendo proclami sul mondo e sulla vita in lingua catalana. Barcellona è di tutti e non è di nessuno. Alla fine della giornata ti lascia addosso un odore,un odore terribile eppure, in qualche modo, attraente. E’ odore di smog e mare, di promesse che non è riuscita a mantenere, di cucine internazionali e di scarpe da ginnastica. Orgogliosa del mio minuscolo bagaglio a mano, ci casco sempre: non bastano tre magliette per quarantotto ore a Barcellona. Quell’odore rimane attaccato ai tessuti in modo irreversibile. Ne servono sei di magliette.

Camminando per la città mi accorgo che sono costantemente in pericolo.  Sembra di stare nel remake di Blade Runner dove i replicanti del nuovo millennio non hanno più i piedi, ma si muovono solo su ruote.

Sento il rumore che si avvicina, ma non riesco a indovinare la provenienza e la traiettoria esatta. Sono pattini, monopattini, biciclette, skateboard, risciò. Sono ovunque, ti prendono alle spalle, non avvisano, non suonano, non rallentano, Arrivano a tutta velocità e devi stare attenta, sempre molto attenta. Tra il rumore dell’avvicinamento e il piombarti addosso l’intervallo è molto breve. Se non ti sposti in tempo è finita. E se non riesci a morire sotto le ruote di un replicante, puoi sempre provare a sederti a una fermata della metro, una qualunque e aspettare che la temperatura inumana ti finisca. Neanche un filo d’aria e la gente sembra assolutamente a proprio agio. Perché non circola un filo d’aria nella metro di Barcellona? Eppure la città si fa amare.

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Ah, quante promesse non mantenute, ragazza mia. Eppure non son riuscita a odiarti.

Perché le città son persone. Qualunque difetto abbiano, c’è qualcuno disposto ad amarle e questo è il bello. Ah, quante promesse avevi fatto, ragazza mia, ma non riesco a dimenticarti: non posso odiarti.  Basta il mare al tramonto, in un tramonto tardo che fa sguazzare i bagnanti alle nove di sera. E’ bastato mettere i piedi nelle acque di una spiaggia a Barceloneta, in mezzo a un vociare di gente differente, di ragazzi con e senza canna in bocca, con e senza jambè, con e senza radio a tutto volume, con e senza ciabatte; è bastato vedere la decadenza e la speranza fare il bagno assieme nelle stesse acque, per amare quella gioventù reale o immaginaria, quella speranza di futuro.

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Spiaggia di Barceloneta al tramonto e sto.

Una giovane famiglia si avvicina all’acqua: lui, lei, un tappeto di tatuaggi sulla pelle di entrambi, un bambino biondino con un taglio di capelli da moicano e un cane lupo che morde il freno per fare il bagno, un carrello pieno di roba da mare.  Voglio mangiare vegano. Ho fame e son sicura che troverò il ristorante che cerco senza l’ausilio del web, del navigatore, della connessione. Sono sconnessa, volontariamente persa,  non ho punti d’appoggio. Mi tuffo con il solo ausilio della mia mappa vintage, quella di quando scelsi la Spagna per scappare da una storia orribile, non una delle tante, ma la più brutta. Allora Barcellona mantenne la promessa. Mi rimandò indietro con un’altro cuore.

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La mappa vintage è diventata la mia guida per la Barcellona vegana.

Ho evidenziato tutti i posti nei quali voglio provare a mangiare. Ho percorso chilometri a piedi cercando certi ristoranti che poi non ho trovato e altri che non mi hanno delusa. né a pranzo, né a cena. Al Bar Celoneta ho mangiato il miglior tiramisù, row and vegan, della storia. Questa tappa aveva il vantaggio di trovarsi in riva al mare. La cosa buffa è stata domandare la strada ai gestori indiani dei negozietti di alimentari che stanno ovunque in quella zona e sentirsi dire che proprio non lo sapevano. E il posto era li, a pochi metri da loro. Alla fine ho trovato quello con senso dell’orientamento e consapevolezza della propria posizione nello spazio.

Ho mangiato un meraviglioso ed enorme cous cous con verdure e insalata di quinoa da Humus con il menù del pranzo a soli undici euro, compreso dolce o caffè.

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Menu a prezzo fisso di Humus. Grazie di aver cucinato piatti senza aglio: sono allergica!

Per caso mi sono imbattuta in un bioristorante con angolo veg, cenando con pizza  e dolce di cioccolato e mandorle superstrepitoso. Una soddisfazione unica, girare per questa assurda città e potersi strafare di cibo in versione vegetale. La prossima volta devo assolutamente assaggiare la paella e la tortilla vegane. Nel frattempo me le cucino da me!

Se le città son persone, Barcellona è una di quelle care amiche che vedi ogni tot di anni e ti vien da dire “Sei sempre uguale”, ma, nel frattempo lei, ferita e offesa, si è attrezzata con un nuovo taglio di capelli, un nuovo stile più appropriato ai tempi, una prospettiva di un’accoglienza ancora più grande.

Ma quella testa dura, incrostata di sale marino e di smog, quella chiusura, quella presunzione, le ha mantenute: fanno parte del suo fascino.

 

 

Dear moms and dads

Carissime mamme e carissimi papà di una creatura che soffre di Disturbo Borderline di Personalità (DBP), vi scrivo per raccontarvi una storia che potrebbe aiutarvi a navigare questo mare in tempesta. Non è facile parlarvi a cuore aperto: aprire questo argomento comporta il rischio di giudizi sommari, di incomprensioni e di frustrazione reiterata, ma non farlo sarebbe un’occasione sprecata. Mettermi nei vostri panni equivale a spogliarmi dei miei, anche solo per un breve periodo di tempo; è  una sorta di triplo salto mortale con un retrogusto di tradimento della categoria.

So che molti (o, speriamo, solo alcuni) di voi penseranno che non sono genitore, che non ne so niente della vostra condizione (quante volte ho sentito ripetere questo genere di frasi?), che è facile parlare quando non ci sei passata.

Bene. Avete torto. Per comprendere una condizione umana, se la si vuole comprendere con tutto il cuore, non serve averla vissuta: serve la volontà di sentire sulla propria pelle ciò che è accaduto sulla pelle dell’altro e chi meglio di una persona che ha sofferto di un disturbo come questo, sa mettersi nei panni di chiunque? Il tempo e la lotta quotidiana ti fanno da maestri e, se sei fortunata come lo sono stata io, invece di farti avvizzire, ti allargano il cuore al punto che, anche se fa male, esso riesce a comprendere persino i nemici.

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Diciannove anni e la ferma convinzione di essere un mostro. Quasi trent’anni dopo, parlo con quella ragazzina e la vedo in tutta la sua bellezza.

Oramai son diventata grande: userò anche queste sensazioni per farne qualcosa di costruttivo, come quel signore che riuscì a fare un’ottima torta usando le bucce di patate visto che si era in guerra e quello era l’unico ingrediente disponibile.

Io non avevo ancora compiuto diciotto anni quando mi son svegliata una mattina e il mondo era finito, il senso era finito, non avevo più futuro, possibilità, desideri, gioia. La cosa agghiacciante era proprio questa mancanza di gioia. Niente e nessuno riusciva ad accendere una fiammella nel mio cuore. Era tutto dolore, grigio, vuoto. Oggi, in mezzo a qualunque tempesta, pur essendo sfinita dal maneggiare una realtà complessa come quella del mondo in cui viviamo, non mi manca mai una scintilla di gioia. Come diceva la famosa nonna Gioia, appunto, tienine sempre un po’ di riposto; fatelo anche voi: ci sarà sempre il momento giusto per tirarla fuori.

Dicono che certi disturbi mentali (la definizione mi fa orrore, ma la uso per facilitare la comprensione), siano frutto della predisposizione genetica, sulla quale l’ambiente lascia un’impronta indelebile. In parole povere, noi tutti nasciamo con determinate inclinazioni che vengono favorite o bloccate dall’ambiente nel quale cresciamo. Fino a qualche anno fa mi battevo con tutte le mie forze contro questa visione che dava tanta importanza alla genetica, perché ci vedevo una condanna; la interpretavo come un’etichetta incollata sulla mia vita: sei nata malata. Oggi, che ho capito il vero senso di questa interpretazione, posso dire che è proprio il contrario.

Sei nata meravigliosa, unica e bellissima: ti servivano il terreno e le cure giuste per fiorire e dare frutto.

Anche voi, mamme e papà, una mattina vi svegliate e vi trovate di fronte a un’estranea che non sapete maneggiare, a un nodo di sofferenza che rifiuta ogni contatto e vi fa sentire impotenti. Lo capisco. Il senso di impotenza vi accomuna. Voi non sapete cosa fare per questi figli e loro non sanno che fare per se stessi. E si vergognano: sono malati, sbagliati, storti, deludenti, brutti. Credetemi: vorrebbero potersi sentire amati da se stessi e dagli altri, ma non possono. Non sentono il bene, non sentono i mali: sentono un dolore informe e costante. Tutto quà. Immaginate cosa voglia dire svegliarsi tutti i giorni nel dolore e andare a dormire nello stesso grigio, pregando che passi, che l’indomani ci si possa svegliare come prima, con la gioia di un nuovo giorno che sta per cominciare. Se odiassi qualcuno, potrei augurargli questo inferno.

C’è, però, una differenza fondamentale tra voi e i vostri figli: voi siete il giardiniere e loro il giardino. Le piante danno segnali più o meno chiari per orientarvi sui loro bisogni, ma non possono innaffiarsi, potarsi, curarsi da sole.Non possono prendersi responsabilità che sono vostre.

orchidee e querce
Ci sono le orchidee e ci son le querce: l’ una non può essere l’altra,ma sono entrambe belle nella loro specifica forma.

Ci ho pensato a lungo, per anni, mentre combattevo la mia battaglia e i miei giardinieri si lasciavano sopraffare senza ascoltare i bisogni della loro pianta più fragile. Diventare genitori (E si, lo so, ma che ne capisco io: l’avete già detto!) vuol dire accogliere ciò che arriva, farsi veicolo, navicella spaziale, per un’altra vita che farà il suo corso, prima o poi, indipendentemente dal punto di partenza. Vuol dire accettare che qualcuno dipenderà totalmente da te per alcuni anni e non puoi chiedere che sia di una marca o di un modello particolare. Sarà quel che sarà. Così ci saranno figli quercia e figli orchidea, piantine fragili dai fiori stupendi e alberi enormi e solidi dall’aspetto meraviglioso. I figli quercia avranno bisogno di molto poco, non vi faranno troppa fatica. Vi daranno grandi soddisfazioni. I figli orchidea vi metteranno alla prova ogni momento e potrete prenderli come una condanna o come una ricchezza: sta a voi. La fatica, la difficoltà, gli ostacoli non sono una punizione: sono il mezzo attraverso cui la vita insegna la strada verso se stessi e le piantine fragili danno frutti e fiori meravigliosi, ma a caro prezzo.

Ascoltare è la prima cosa. Imparare a sentire i bisogni nascosti dalle grida, dalle proteste, dai silenzi, dalle chiusure. Amare quello che c’è, così come è e stare a guardare senza manomettere niente, cambiare niente, forzare niente. Non pretendere che un figlio sia uguale all’altro: nessun essere umano si somiglia e, solitamente, i più complessi e difficili sono anche i più ricchi. Imparare dai figli senza l’arroganza, che è certamente desiderio di proteggerli, di indicare loro una strada unica e buona per tutti.I figli vi mostrano mondi che senza di loro non avreste mai visto e queste preziose visioni non sono gratis. O studi o lavori, questa è casa mia si fa come dico io, mi devi rispettare…no, non va. Rispettiamoci tutti, reciprocamente. Un giovane con un disturbo di personalità ha una disperata voglia di guarire, ma ha la testa talmente piena e talmente vuota allo stesso tempo, che non potete dargli degli aut aut. Niente dipende dalla sua volontà.

Ditegli col cuore: “Voglio solo che tu stia bene e, ti prometto, che assieme, prima o poi, troveremo una strada, un posto di questo giardino dove potrai fiorire come è giusto che sia. Sono qua per te così come sei e non mi sposterò fino a che servirà. Sarai tu a prendere il volo quando i tempi saranno maturi”.

Secondo voi non ne so niente dell’essere mamma, ma io credo di saperne moltissimo e anche dell’essere papà, compagna, infermiera, confessore, medico, terapeuta, migliore amica di me stessa. La bambina cicciottella, l’adolescente addolorata, la giovane confusa, la donna in tempesta, per tutte le me stessa possibili mi sono fatta famiglia sana e presente che se ne prende cura e che fa sì che io, così come sono e non migliore o peggiore di così, possa fiorire, compiere il mio viaggio, dispiegare il mio talento, amare ed essere amata.

cicciottella
Cara Loretta Goggi, non ti saprò mai dire quanto grata ti sono per avermi segnato l’infanzia con…’Cicciottella è una bambinaaaa, fatta a forma di bignéééééé…C’era davvero bisogno???

“Quando la sofferenza diventa un seme di speranza: allora non è stata inutile e puoi dirla benvenuta”.

 

 

 

 

Il cassetto delle cose di riposto

Nonna Gioia era pronta a tutto. Forse perché aveva attraversato la guerra con la forza di un orso che protegge i suoi cuccioli. La nonna sapeva sempre dove, sapeva come, sapeva cosa. La cucina della casa di nonna era la sala macchine di un’astronave verso il paradiso. La cucina della nonna bolliva, friggeva, impastava sogni. Vi ho mai raccontato di quella volta che voleva telefonare a Maurizio Costanzo per intimargli di farmi lavorare perché io ne avevo diritto più di ogni altro e lui aveva il dovere di fare giustizia? No? Beh, per fortuna sono riuscita a fermarla, ma non è stato facile. Nonna Gioia era così: la versione umana della cana. Niente e nessuno poteva farle cambiare idea. Credo che la canide ospiti tutto o parte dello spirito di mia nonna.

nonna papera
Nonna Gioia non le somigliava affatto, ma cucinava bene quanto lei. Forse meglio, ma chi mai potrà dimostrarlo?

Ogni stanza della casa aveva un odore differente e tutte, dico tutte le stanze, avevano scomparti e ripostigli segreti dai quali tirava fuori ogni bendidìo. Scatole di latta, scatole di legno, barattoli, contenitori di tutte le fogge al cui interno aveva ‘nascosto’ la soluzione a ogni problema. Si, credo proprio sia stato per via della guerra che la nonna non volesse farsi prendere mai alla sprovvista, mai. E’ lo stesso motivo per il quale domandava di continuo “Cosa ti faccio da mangiare?”. Il sacro compito delle nonne di tenerti in carne e al sicuro dal perire di fame e stenti, era brillantemente assolto dalla mia, che, però, badate bene, non era la Nonna Papera: era una signora elegante e bellissima che in cucina diventava la supereroina dei fornelli, in salone era la regina del te delle cinque, in paese era La Signora moglie deIl Dottore (nei paesi i personaggi hanno titoli che diventano nomi propri) e quando entrava in chiesa neanche Dio poteva resisterle, perché non pregava, ordinava. Che spasso di donna.

Nonno Mimì era tutto l’opposto. Voleva stare tranquillo. Pure lui era bello come il sole.

gialli
Nonno leggeva questa roba, roba buona, e ne aveva lo studio pieno. Queste copertine le ho sempre adorate.

Aveva i suoi rituali, le sue abitudini, faceva le stesse cose allo stesso orario, si divertiva a zappare l’orto della casa al mare, a piantare le rose, a interrare bulbi, a fare la settimana enigmistica da cima a fondo, a leggere i gialli (quelli tutti gialli davvero) di Mondadori.  Aveva la sua poltrona, la sua tazzina, il suo bicchiere. Insomma, era un po’ abitudinario. Lui, però, di risorse ne aveva altrettante, perché era un dottore e salvava la vita della gente. Era stato il medico della nonna…galeotta fu la medicina! Quando arrivava, biondo, occhi azzurro verde, macchina cabrio (così raccontava la nonna) a fare la visita, beh,la nonna si è innamorata del dottore ed eccomi quà: pensa che giro ha fatto l’Universo per arrivare a Floppartista.

Ma il cassetto delle cose di riposto era una diarchìa (forma di governo nella quale due persone esercitano lo stesso potere con pari dignità). Se la cucina era un’ astronave, quel cassetto rappresentava la porta verso ultramondi infiniti. A me piaceva moltissimo sentire pronunciare la parola ‘riposto’ dalla nonna. Era una parola strana, antica, con un accento dialettale. Si trovava nello ‘stipo’ (altra parola meravigliosa della nonna) di legno scuro con gli intarsi legno su legno che pagherei non so che per rivedere anche solo un’altra volta. Era un cassettino, non molto grande, di plastica scura, montato su guide di metallo. Roba di altri tempi perché scorreva benissimo, non si inceppava se non quando ci rimanevano incastrati gli oggetti che erano diventati troppi. C’era di tutto,roba da maschio e roba da femmina mescolate in un minestrone colorato e disordinato nel quale affondavo la faccia e le mani per trovare La soluzione.

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Le cose belle e inaspettate ci piacciono. Io, ad esempio, ho il letto con sorpresa.

Un martello la cui testa si staccava sempre, un aggeggio per bucare la cinture, nastrini colorati, chiodi, viti, carta da regalo, puntine da disegno e un sacco di oggetti apparentemente inutili, dalle strane fogge, che alla fine riuscivano a risolvere qualunque problema. Non c’era niente che avesse neanche un minimo valore. Erano tutti oggetti che non valevano nulla, spesso vecchi o vecchissimi, buttati li a caso. Erano tesori di valore inestimabile. Dove sarebbe potuta andare a finire la mia fantasia patologicamente prolifica se non si fosse immersa nel caos primordiale del cassetto delle cose di riposto. E quanti problemi sarebbero rimasti irrisolti senza questo fidato amico.

Nonna mi diceva: “Tienine sempre una di riposto”. “Una di cosa, nonna?”. “Una di tutto, così non ti trovi mai senza!”. Se sapesse (o forse sa) nonna Gioia quante volte l’ho ringraziata di avermi trasmesso la mania di comprare due di tutto così…non rimango mai sprovvista.

 

 

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