IL MESTIERE DEI CAPPOTTI

L’ altra mattina ero nello spogliatoio della palestra a cercare di riprendere i sensi dopo un allenamento folle di crossfit. Ero zuppa di sudore, ansimavo

il_cappottoiperventilavo e ipoventilavo contemporaneamente, mi doleva ogni parte del corpo e non avevo la forza di muovere un muscolo. Me ne stavo immobile, seduta sulla panca di mattonelle grigie,  e praticavo uno dei miei hobbies preferiti: spiare e immaginare la vita degli altri.   Avevo indossato la mia nuova felpa verde hulk (odio il verde, in generale,  ma la tonalitá hulk mi da forza)e calzavo il cappuccio tirato giù fino alle sopracciglia.

Sembravo il resto di un budino alla menta abbandonato su un ripiano del frigo.

Una delle ragazze del mio corso,  una bella donna con

un fisico spettacolare che si lamentava di avere assunto troppi grassi nel corso delle festivitá (mah!), é entrata negli spogliatoi per prendere la borsa. Ho pensato ‘Deve essere un avvocato’e ho avviato le psico indagini. Mentre pensavo,  ho,  inavvertitamente, alzato lo sguardo, e ho visto il suo cappotto,  appeso,  triste,  tutto solo,  oddio…era color cammello. Avevo ragione. Scommetto forte che la riccia magra é un avvocato.

E poi lo sguardo ha cominciato a vagare,  da una giacca all’altra, da una felpa a un cardigan. C’era il minuscolo giubotto della ragazza col ciuffo, quella che se lo pettina poco prima di entrare in sala per allenarsi (Mah!).

Io, quando vado in palestra,  sembra che abbia rubato un nido di rondini e lo stia indossando al posto dei capelli.

Ma torniamo ai cappotti.  Ho osservato a lungo una giacca sintetica a fiori stampati da maestro d’asilo,  credo. Poi ho visto una felpa blu scuro,  severa,  di una donna inglese,  severa anche lei…che sia una prof?  Non eravamo in molte,  eppure l’osservazione é durata un bel pezzo. Ho viaggiato nei mestieri ipotetici di quella donne e, immaginando,  mi sono infilata nei loro cappotti, ho visitato le loro case,  cavalcato i loro motorini, combattuto il loro capufficio, pettinato le loro bambine, discusso le loro separazioni

…svegliaaaaa. Son solo quattro giacche appese nello spogliatoio femminile di una palestra…e che sarà mai!

Ho persino discusso con il parcheggiatore abusivo che sta di fronte al tribunale, perché mi voleva far mettere la macchina fuori dalle strisce e lui, risentito, mi ha gridato ‘Avvocata, così non si fa’ e si è allontanato con passo veloce. Ho umiliato uno studente perché la sua tesina era illeggibile e ho parlato lingue sconosciute perchè oramai stavo nel cappotto di un’altra e la cosa mi divertiva moltissimo.

Quando sono uscita son passata di fronte al tavolo della segreteria e ‘Tutto bene,  Robertí? ‘, mi chiede uno dei titolari. Dico di si e sorrido e saluto e corro come al solito trafitta dalla realtà,

ma vorrei dirgli del mio viaggio e dei cappotti che lavorano e vorrei fermare tutto e raccontare quante cose ci sono nella mia testa…ma dai…scherzavo… non son mica matta,  io. Sssshhhh,  non lo diciamo a nessuno!

NERE A META’

Buongiorno,  mondo. Stamattina abbiamo fatto un pó tardi. Lei non aveva voglia di abbandonare il suo lettino in memory foam (e te credo) e si era appallottolata perfettamente chiudendo la palla di pelo con la folta coda sovrapposta agli occhi. Un chiaro esempio di non vedo non sento non parlo e non se ne parla proprio di passeggiare vacci da sola a passeggio che é pure pericoloso. Io non mi son fatta pregare. Ho grugnito alla sveglia e le ho detto ‘Dai ancora dieciiiiiii minuti’. La sveglia ha obbedito,  ma i minuti son diventati sessanta e anche un pó di più.  Insomma, siamo uscite che erano le 8.40 che lusso! E abbiamo una mare di cose da fare. Lei deve  mangiare,  dormire,  scodinzolare, combattere con la palla per estrarre i premi incastrati nei buchi, leccare e abbaiare alla bisogna. Che fatica.  E io di più!

Facciamo colazione con la radio. Non ho voglia di fare la spremuta,  stamattina. Avenachok e cereali e caffé a fiumi. E la radio passa i ricordi di Pino Daniele.  Son passati tre anni. Me lo ricordo bene quel giorno. Passeggiavo con Cana; la radio che mi accompagnava con l’inseparabile auricolare e,  improvvisamente,  sento la notizia della morte di Pino Daniele. Me lo ricordo benissimo. Suoni,  accenti,  note che mi riportavano a casa,  in riva al mare, ondate di ricordi ascoltando musicassette nelle radio delle vecchie fiat requisite a genitori distratti, rumori di mercati la domenica mattina a contrattare per il prezzo delle zucchine,  nonni,  paste alla crema, primi amori, gite in barche da pescatori,  amici milanesi da educare alla ‘sudità’. Pino era un parente,  un amico,  uno zio che mi cantava nell’orecchio per farmi stare sempre a casa,  era l’amico di Massimo Troisi che avevo conosciuto e amato immensamente.  

Oggi,  se passate da Napoli,  andatevi a mangiare un nero a metà, il dolce dedicato a lui,  e pensate che anche io e la cana ce lo stiamo gustando,  appollaiate sul terrazzo di fronte al mare della nostra adolescenza,  con le cuffie del walkman nelle orecchie e il tasto rewind mezzo rotto per via dell’uso eccessivo. 

Buona giornata!

FRAGOLE E GIN 1987/2018

26ANNI

Se torno tardi è un casino. Mi fanno la pelle. Accompagnami. Si, si, ti amo eccetera, ma devi portarmi a casa. Sono una ragazzina e vado ancora a scuola. Non posso far tardi senza avvertire. Si, sono strana e forse quest’anno non ce la faccio. Mi sento strana, non serve che tu me lo dica. Sei più vecchio e sei brutto e allora perché sto dicendo che ti amo? Mi tocchi sempre: non puoi smettere? Perché ti va di prendermi è un mistero. Io piango sempre. Non ho voglia. Si, ti dico che ne ho. Ma ne dico io di bugie. Ne dico da sempre. Guarda laggiù che mare d’olio. Domani notte ci saranno le lampare. Da casa mia si vedono le lampare. Mi ubriaco di nascosto e vai con le lampare sul mare d’olio. No, non so perché lo’ho fatto. Forse solitudine. Ho visto la lama e poi non ricordo. Vabbè, adesso andiamo. Se tardo mi uccidono. O mi uccido da sola. Sono una professionista dei sensi di colpa io, che credi?

Guarda, guarda, laggiù. Sono le Eolie, quelle? Sembri così deciso tu. Ci sarà qualcosa che non sai al mondo. Una cosa che ti fa vacillare, così io ne approfitto per assestare un colpo a mio favore. Ho diciassette anni e tu? Lo so che ne hai ventisei. Chissà che farei adesso se non ti avessi incontrato. Forse sarei felice.

Chissà come eri tu alla mia età. Devo studiare. Quest’anno ho la maturità e il professore di storia mi odia. Mi ucciderà, vedrai. Non lo so perché l’ho fatto. Ho visto la lama e mi è sembrata una buona idea. Tutto qua. Non fa più male. A dire il vero non ho mai sentito dolore. Che ore sono? Vedi. Abbiamo fatto tardi. So che è una bella giornata e che mi ami e che il sole e che ci vediamo poco e che l’università e che il liceo classico forse non faceva per me e che la vita forse non faceva per me. Lo so. Lo so. Lo so. Ma ti prego portami a casa. Non ti voglio toccare. Perché ti sto toccando allora? Morirò per qualcosa che non ho mai voluto. Me lo sentivo anche da bambina che sarebbe andata così. Non leggo più da quando sei arrivato tu. Mi ricordo che ti seguivo. Eri così affascinante. Eppure adesso che ti sto tra le braccia e osservo il tuo orecchio non posso far altro che pensare che è mostruoso. Le tue orecchie sono orribili. Mentre ti accarezzo il viso non sono qui. Faccio finta che. Da sempre faccio come se e vado avanti. Grido molto, si. Protesto e mi uccidono. Il professore di storia mi odia, i miei genitori sono delusi, quindi se non mi riporti a casa io mi butto di sotto. Non te lo dico, no. Diresti che sono troppo tragica. Chissà quali materie usciranno per la prova d’esame? Tanto andrà male me lo sento. Come una come te che è sempre stata così brillante e intelligente? Embè. Che credi che anche noi brillanti non moriamo prima o poi? Io sono già finita, me lo sento. Ho diciassette anni. E allora? Quanti ne muoiono di diciassettenni al mondo senza che nessuno se ne accorga. Succederà così anche per me. Andrò all’inferno e arrostirò per sempre lì perché ho fatto sesso prima del matrimonio. E non mi è neanche piaciuto. Devo dirti che il sesso con te fa davvero schifo. Non sono sicura che sia colpa tua. Probabilmente il sesso fa schifo in assoluto. Perhè ti sto accarezzando se hai le orecchie più brutte che si siano mai viste? Sai, vorrei respirare. Solo un po’. Ecco adesso è davvero finita e a qualunque ora mi riporterai a casa sarà sempre troppo tardi. Pensa che delirio quando mamma mi insulterà con quelle storie della delusione. Ci ho guardato sul vocabolario. Ho visto la definizione di delusione. La delusione è la vanificazione di speranze, aspettative e simili. Ciò vuol dire che prevede le aspettative. Sono matti. Che cosa mai dovevano aspettarsi da una come me? Non c’erano le basi. Peggio per loro. Per fortuna all’ospedale non hanno chiamato la polizia. Pensa che fatica dover fare una deposizione sulle autolesioni.

“Signorina, lei assume droghe?” No che non ne assumo sono già abbastanza drogata di mio. “Signorina, sa che è un reato mentire…”.

Forse direbbero così. Comunque il medico è stato carino a ricucirmi per bene. Pensa che mi hanno detto che sono stata fortunata. Solo quattordici punti. Vabbè. Poteva andare peggio. Poteva piovere. Che fai, non ridi? Ah, già, non parlo da ore. Ci baciamo. Mi tocchi. Ti tocco. Non ti preoccupare tanto non sono qua. Sono andata via nel secolo scorso. Non c’ero ancora prima di nascere. Ecco che ti alzi. Hai capito che l’abbiamo fatta grossa. Guardi l’orologio e mi carichi in macchina. Recapiti il pacco e chi s’è visto s’è visto. Eccola. Mi attende al varco. Paura, delusione, terrore, ospedali eccetera. Si, mi rendo conto. O non mi rendo conto. E’ uguale. Fa più male a me che a te. Si, mamma. No, mamma. Passerà. Quando questo coso che mi attraversa il cervello andrà via vedrai che passerà. Non sarai più delusa. Potremo farci quattro risate. Non lo so cos’è che mi attravera il cervello. Però si è aperto un buco proprio al centro della mia testa e tutto scivola via. Non c’è né pieno né vuoto. Non c’è. Se corri non fai tardi, mamma. Le colleghe ti aspettano per la riunione. No, non ho fame e anche se ne avessi sono grassa e il digiuno potrà solo giovarmi. Va pure. Si, me la cavo con gli insulti che ti lasci dietro. Ho già deciso dove metterli. Me li bevo. Se fai presto a chiuderti dietro quella porta io mi bevo tutto. Ce l’hai fatta a uscire finalmente. Certo sei bella tu. Almeno avessi preso da te questo. Invece no. Dicevano che ero molto intelligente, ma a me non sembra. A sette anni ho letto Il Capitale, quello di Karl Marx. Non l’ho capito. Poi mi son data ai russi. Cechov, Tolstoj, Dostoievskj e compagnia. Mi è piaciuto Cechov. Ma ho ricordi molto vaghi di quelle letture. A otto anni ho scoperto Poe. Fenomenale. Era nella lista dei libri proibiti, ma io ero una bambina talmente buona che nessuno avrebbe sospettato i miei furti di libri all’Indice. Del resto a quattro anni scrivevo, a cinque ero già a scuola, a sei mi annoiavo in seconda elementare. Che altro potevo fare se non rubare libri proibiti. Alle elementari avevo un maestro. Ero il suo orgoglio. Tutti avevano una maestra. Una signora accogliente, grassa, calda, da scambiare per la mamma. Io avevo il maestro. La punizione per i disobbedienti erano le vergate. In tutta la mia carriera scolastica ne ho prese solo due. E’ capitato quando ho provato a fare quello che facevano gli altri. Insomma anche io volevo dare un po’ fastidio. Così un giorno non rispetto gli ordini militari che il maestro impartisce di ritorno dalla ricreazione in cortile. Prima che abbia urlato “Rompete le righe” io mollo le mani dietro la schiena e mi rilasso. Ridacchio. Sono una vera cattiva adesso. Vergata sul braccio destro e pubblica umiliazione. Tanto con me l’umiliazione sostiuiva benissimo qualunque tipo di violenza fisica. Invidiavo quel compagno massacrato di vergate per cinque anni di seguito. Non le sentiva. Continuava per la sua strada imperterrito. Cosa farà adesso? Uno si è fatto prete. Ma lui di botte ne aveva prese poche. Poi mi toccava l’arduo compito di scrivere alla lavagna i buoni e i cattivi. Usavo questo potere in maniera ignobile. Il maestro non faceva altro che dire lodi di me e del mio rendimento scolastico. In qualche modo dovevo pur compensare la frustrazione di essere additata come bambina intelligente e studiosa. E giù una severissima lista dei cattivi. Puntualmente venivano puniti e con altrettanta puntualità mi ritrovavo ancora più sola. Cominciai allora a seguire mio fratello nelle sue pericolosissime spedizioni.

Ci arrampicavamo per sentieri stretti su dirupi infiniti. Ai nostri piedi il mare. Immenso. La vera libertà era nelle nostre mani. Quando incontravo una difficoltà nell’arrampicata piangevo disperatamente. Fu allora che capì quanto era conveniente essere maschio. I maschi non hanno voglia di piangere.

Avevamo una grotta segreta da raggiungere. Lui si vergognava di me perché non ero brava negli sport, tantomeno in arrampicata. Per compensare facevo a botte con tutti i suoi amici e lui si vergognava ancora di più. Volevo piacere a qualcuno. Mi battevo solo per questo. Non funzionava. Poco dopo smisi di arrampicarmi. Ma non di dare fastidio. Una volta appiccai un incendio. Avevo un complice e il nostro piano era perfetto. Non ci scoprirono. Il personaggio che abitava la casa il cui giardino aveva preso improvvisamente fuoco era una persona di spicco nel paese. Non so se furono fatte delle indagini. Mi piace immaginare di si. Mi diede una soddisfazione indescrivibile quel fuoco che diventava sempre più alto e la fuga con il cuore in gola. Momenti indimenticabili. Ero proprio cattiva. Però a scuola continuavo ad essere brava. I miei scritti giravano l’Italia per essere letti e raccomandati da zii e parenti vari. “Quelli di Roma hanno letto i tuoi temi”. Embè. Io non glieli ho spediti. Li avete rubati. Sono i miei temi e poi non sono così belli. Sono prolissa e inconcludente. Sentite che belle parole dice la bambina. Papà si era fatto un gran bel film del mio futuro. Lui si che aveva lottato per diventare qualcuno. Chissà quante me sono morte nelle sue fantasie. Sarò stata avvocato, medico, top manager, farmacista di successo. Poi son diventata un’attrice di successo. Adesso è meglio non dire il resto. Non voglio rovinarvi la sorpresa.

Mamma è andata via e io ispeziono mobile bar e affini. Una bottiglia di gin. Bene. Amaretto di Saronno. Bene. In frigo trovo le fragole. Mi sembra molto romantica l’idea di preparare cocktail di gin e fragole e amaretto di Saronno. Rivoltante. Adesso. Allora era romantico e liberatorio. Dopo un paio di bicchieri la situazione si complica. Provo a pensare ma mi è impossibile. Sento che sto perdendo i sensi o qualcosa del genere. Non capisco più molto. Forse non erano un paio di bicchieri. Del resto ho solo diciassette anni e il metabolismo degli alcolici a stomaco vuoto non è uno scherzo per il mio fisico. Anche se sono grassa. Riesco a chiamare un’amica. Di ciò che è accaduto dopo la telefonata ricordo quasi niente. Scandalo in paese. Il mio fidanzato viene a salvarmi in compagnia dell’amica del cuore. Scandalo doppio. Mi ero barricata in casa. Non riescono ad entrare. Gridano. Io sono quasi svenuta dietro la porta d’ingresso. Con un ultimo barlume di lucidità apro e li lascio entrare. Poi buio. Mi racconteranno che sputavo come la protagonista dell’esorcista. Papà ne sarebbe orgoglioso. Anni trascorsi a insegnarmi le buone maniere per il fatidico debutto in società, e adesso guarda che spettacolo patetico. Un’ adolescente cicciona imbrattata del suo vomito e semincosciente che si fa vedere seduta sul water dal suo fidanzato inaffidabile e pericolosissimo. Bel quadretto, bambina mia. Eccovi serviti. Oggi è il mio debutto in socirtà.

Mi sveglio sul letto della mia camera con un’ala di corvi che mi fissano preoccupati. Forse incazzati. C’è un medico. Ovviamente è uno zio, così la vergogna sarà completa. Un’ arma a doppio taglio l’appartenere ad una enorme famiglia nella quale il tasso di medici è dell’ ottanta per cento. Ci sono i miei genitori. Credo di aver sussurrato: – Mi spiace. Non lo faccio più. Forse. Patetica.

Nella mia mente caotica e bucata niente è lineare e faccio fatica a fermare le immagini che la bombardano. Da quel debutto in poi niente è più stato come prima. Avevo acquisito una forma di cecità ai colori. Vedevo solo in bianco e nero.

Ricordo la piccola tv in bianco e nero che tenevamo sul marmo della cucina. Mio fratello ci guardava i cartoni animati dell’uomo tigre. Mi domandavo per quale motivo le immagini in tv non fossero colorate come quelle di fuori. L’anno in cui vi fu l’attentato a Giovanni Polo II furono interrotte le trasmissioni e il tg diede la notizia in una edizione straordinaria. Io guardavo il grande uomo vestito di bianco accasciarsi dentro l’automobile e mi domandavo se fosse realmente bianco il suo abito. Avrebbe potuto essere giallo o rosa pallido.  Di fronte a quel minuscolo apparecchio televisivo di plastica rossa mio fratello, maggiore di me di due anni e magrissimo, si ipernutriva con latte e biscotti. Per farlo utilizzava un boccale da birra, di quelli da quattrocentocinquanta. Lo riempiva di latte e cacao fino all’orlo e vi lasciava sciogliere etti ed etti di biscotti dolci. Lo invidiavo come non ho mai invidiato nessuno in vita mia. A me il piecere dei sensi era negato. Ero troppo grassa e lui troppo magro. I magri possono affondare dentro il latte e biscotti e sanno arrampicare. I grassi piangono e non sono bravi ad arrampicare. Eppure entrambi desiderano salire sulla cima del monte a mani nude e godersi lo spettacolo del mare d’olio dove la notte galleggiano le lampare. Scivolavo invidiando quell’orgia di biscotti. Da adolescente, dopo il debutto in società di cui sopra, mi imposi di smettere di mangiare. Ma una cosa me la concessi. Mi alimentavo solo di latte e biscotti. Quando fui sazia di quella perversione palatale smisi completamente di accedere al cibo. Lui ha continuato per anni a godere e a rimanere magro. Io dovevo soffrire per arrampicarmi finalmente sulla mia vetta.

Da bambini, quando ancora mia sorella era una lontana idea non realizzata, trascorrevamo parte dell’estate nella casa al mare dei nonni. Dovevamo dividerla con gli altri fratelli di mia madre. Il nostro turno capitava in luglio o sgosto, credo. Perdonate le imprecisioni narrative, ma da quel grosso buco apertosi nel cervello ho perso molte cronologie. Non credo sia fondamentale scandire il tempo con precisione. A chi può importare se fosse luglio o sgosto? Fatto sta che la nonna veniva da noi, al mare, per occuparsi della nutrizione del fratello troppo magro. La mattina, appena svegli, lui aveva diritto ad un uovo sbattutto con tanto tanto zucchero. La nonna lo rigirava per minuti interminabili quell’uovo con zucchero. Diventava una spuma morbida giallo pallido. Io non potevo averne. Guardavo mio fratello così come oggi il mio cane mi osserva all’ora del pranzo o della cena. Avida, implorante, triste. La parte migliore di quei soggiorni era l’odore che si spandeva nell’aria giorno e notte: un misto di salsedini, oleandro e conifere di mare. Nella parte posteriore della casa c’era un pezzo di terra piuttosto trascurato. Sabbia, la stradina di cemento, un breve pergolato per accedervi. Quello era il regno della fantasia. Lì avevo veleggiato sulla Freccia dei mari, la nave di traverse di binario finite lì in una occasione non meglio specificata. Lì avevo avuto una casa tutta mia. Il divanetto due posti l’avevamo prelevato, io e i miei cugini, da una vecchia seicento fiat: era il sedile posteriore. Con mattoni forati avevamo fatto le fondamenta. Le canne che lì si trovavano a decine erano la struttura delle pareti. Un’opera di alta ingegneria infantile. La casa era la sede del club segretissimo denominato La freccia dei mari, così come la nostra nave. Ognuno di noi aveva la sua tessera di membro del club, che specificava anche in quale carica era detto membro al momento dell’emissione del lasciapassare. Io avevo assunto uno dei ruoli dirigenziali. Non ricordo quale. Le mancanze di precisione, mi scuso ancora, sono da imputare sempre allo stesso buco aperosi al centro del nio cranio, probabilemente per la massiccia assunzione di fragole e gin della quale già sapete molto.

Di fronte alla casa, attraversata la strada, era la spiaggia che, nella mia lingua madre, veniva denomita del grongo o dello scogliazzo. Ora io non ho la benchè minima idea del significato della parola “grongo”. Mi informerò. Scogliazzo, invece, è più facile: indica uno scoglio molto grande. La spiaggia era così denominata per la presenza di quello scoglio. A dire il vero gli scogli erano due, uno più piccolo e uno più grande e prima della grande mareggiata dell’ ottanta della quale parlerò più dettagliatamente in seguito, avevano entrambi i piedi coperti dall’acqua del mare. Tra i due scogli si formava una gola che i più temerari attraversavano a nuoto. Sfidando le mie paure l’ho fatto un paio di volte. Galleggiando in quel centro dell’universo, quando il mare era calmo, sembrava di essere inghiottita dal tutto. Non saprei come meglio descrivere quella sensazione. C’ero solo io al mondo. Si cancellavano i bambini urlanti sulla spiaggia e le famiglie pic-nic con frigo al seguito e bottiglie immerse nell’acqua. Se, invece, il mare si agitava, lì era l’inferno. Grande rischio attraversare la gola. Adeesso lo scoglio più piccolo è diventato un sasso sulla spiaggia. La casa l’ha comprata qualcuno. Il porto è diventato una mostruosità architettonica. Non ci vado da qualche anno e mai più tornerò.

Nel 1980 vi fu la mareggiata.

I pescatori rifiutavano di abbandonare le loro case invase dal fango. La protezione civile e i vigili del fuoco dovettero sudare sette e più camice per convincerli. Le donne si abbarbicano alle loro casette di nulla. Era la notte di capodanno. Un vento indescrivibile spazzava il paese. Ricordo che nonno mi venne a prendere parcheggiando l’automobile sul marciapiedi così potevo passare direttamente dal portone di casa al sedile senza rischiare di ammalarmi. Avevo dieci anni. Mio fratello era malato e stava dai nonni paterni. Il vento portò via il tetto della loro casa. Era un tetto di lamiere.

 

ADORATA BABELE

E cantavo, passeggiando per il mercato di Porta Portese e ascoltavo, osservavo.  -Bubba scinn a basc…Bubba taggio ditt scinn abbasc…Bubbaaaaaaaa…- E facevo i miei soliti pensieri, quelli che mi fanno annegare in oceani di solitudine. Siamo a Roma, in zona Piazzale della Radio, al mercato di Porta Portese, e qualcuno sta gridando, in un dialetto campano, a un uomo di pelle piuttosto scura che parla un’altra strana lingua ibrida. Io son felice di avere avuto un abbecedario arabo in prestito dalla mia famiglia egiziana adottiva e, ancor più felice, di avere acquistato un libro di albanese per me e uno di italiano per Karim. Le lingue, i suoni, sono il viatico per il mondo del cuore. Penso a Bubba, all’uomo scuro che ha trovato una casa qui, che ha imparato a capire una lingua strana, che non ha mai imparato la vera lingua italiana. Penso a come sia facile sentirsi a casa quando qualcuno chiama il tuo nome e lo fa con affetto e ci mette dentro un pezzetto di risata e qualche sottinteso. Penso a quante volte ho desiderato sentire un suono amico, un fruscio di mare, una risata del sud, un ‘bella mia’, che è il modo comune per chiamare quelli ai quali vuoi bene dalle mie parti. Penso al ticchettìo dei passi di Cana, a quanto mi consoli, a quanto mi manchi quando non c’è, penso alle risate di mio nonno di fronte ai film di Totò, penso a zia Pina che ci chiamava ‘vita mia’…’vita mia’…che bel nome! Io penso che il minestrone è già fatto da un pezzo. Hai voglia a dire che non ti piacciono le verdure. C’è Bubba che sale la scala di metallo per prendere le maglie in alto, sul banco di Gennaro, che viene da lontano per guadagnarsi da vivere. Ci sono io, affacciata alla finestra, la domenica all’ora di pranzo, per sentire il tintinnio dei piatti che viene dalle case circostanti, per immaginare un pranzo in famiglia con i nonni avvolti negli scialli di lana e le paste traboccanti di crema; per immaginare finanche l’odore di fritto e il profumo di frittelle di carciofo (‘fici i carciofi ndorati e fritti’) che faceva nonna per i pranzi domenicali. Ci sono io,intenta a guardarmi attorno, io che cado nelle vite degli altri e che mi faccio prigioniera di altri accenti, di altre storie. Ci sono le strade affollate di gente di tutti i colori e ci sono i suoni di ogni parte del mondo: davvero non è più possibile non vederli, non sentirli. Finalmente, Babele cammina con le sue gambe e non la possono fermare. Penso a quanta nostalgia ho sentito e ancora sento, a quante volte ho desiderato ardentemente poter parlare la mia lingua, che non è quella che si usa in questa città.

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