L’ orizzonte

Il mare mi circonda. Abito in una torre sospesa sul mondo, giusto in faccia al mare. Odio l’ora di filosofia, non odio la filosofia. Al prof di matematica dico “Non ho capito, ripetiamo?”. Sempre. Odio la scuola, ma adoro i libri e sono curiosa come una scimmia curiosa. Ho un sacco di segreti. Nessuno sa veramente chi sono.

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Lo sguardo non ha ostacoli, nessun limite.

I miei superpoteri vengono dal mare, quello viola di casa mia, quello dove c’è uno scoglio sul quale cresce un albero d’olivo, quello aspro di rocce e scomodo, quello che mi ha insegnato a saltare da una pietra all’altra come fossi una capra di montagna. Non riesco a credere che ci siano posti del mondo dove non si vede l’orizzonte, non credo si possa vivere senza mare. Solo quando non l’ho più avuto, ho capito veramente cosa vuol dire avere o non avere orizzonte. Lo sguardo si perde e insegue immagini migliori di quelle reali; puoi immaginare e immaginare da forma alla realtà.

Io immaginavo palcoscenici e riflettori, pubblici plaudenti, viaggi con lo zaino sulle spalle, amori, danze tribali, arrampicate, libertà; libertà è il nome complessivo di tutti i miei sogni. Per farmi diventare matta e lanciare tutto all’aria e gridare come un’ossessa e minacciare provvedimenti definitivi, bastava darmi un limite, dirmi che quella tal cosa non potevo farla. Mi trasfiguravo. Sembravo il mostro dello schema finale dei videogiochi, quello che non bastano tutte le armi assieme a distruggerlo, quello che gli devi sparare dritto nell’occhio con una cerbottana. A me dovevi spararmi il permesso di fare ciò che mi saltava in mente. Nient’altro poteva placare il mostro.

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Zaino sulle spalle e via. Lei preferisce il divano di casa, ma fa sempre ciò che vuole, mai ciò che le viene chiesto. Somiglianze?

Patologicamente libera, mi disse la mia amica del cuore. Quando suo padre ci beccò in due sul motorino senza permesso, beh, la libertà dovette giustificarsi con tutte le meravigliose parole che la mia fantasia mi suggeriva. E quante riuscivamo a inventarne quando il prezzo era la libertà.  L’unica realtà virtuale cui potevamo accedere era quella che ci inventavamo e io ero talmente convincente con me stessa da crederci ciecamente ai parti della mia immaginazione. “Sai, è stata un’emergenza, perché la tale amica stava malissimo e la nonna aveva un’urgenza e il nonno …”. E lui, il papà simpatico e intelligente della mia amica, fa; “Pensi che sono cretino? Non lo fate mai più altrimenti la chiudo in casa per sempre”. Io mi rassegnavo? No, insistevo a raccontare l’improbabile storia e chiedevo di credere alla mia buona fede, inutilmente. Ho una inventiva smisurata, ma non sono in grado di mentire efficacemente, cioè…sembra ci sia qualcosa nel mio sguardo, nelle posture, che dice sempre la verità, a dispetto dell’utilità o del danno che questo mi possa creare. Sincera e libera? Alert!!! Pericolo pericolo pericolo!!!

Nessuno sapeva chi ero veramente. Avevo un sacco di segreti. Mi piacevano le persone. Guardarle, ascoltarle: soprattutto gli anziani.

Il paese sta a metà tra il mare e la collina, sospeso sull’infinito (chiedete a Leonida Repaci), è una torre al centro del mondo. Salita, discesa, salita, discesa e nuovamente salita: ci vuole il fisico giusto per muoversi a piedi e il ciclismo non è per niente adatto al territorio. Mi infilo tra i vicoli della vecchia Cittadella di Palmi

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Palmi vista dall’alto agli inizi del Novecento.

perché mi piace fermarmi a chiacchierare con le signore sedute sull’uscio a prendere il fresco, a sgranare fagiolini, a grattugiare pane raffermo. Hanno delle grosse ceste di vimini sulle gambe, strofinacci consunti. Spesso son vestite di nero, in un lutto ostentato perché sarebbe vergogna spostarsi da quel nero e accedere al futuro. Ci diamo del voi, ne del tu, ne del lei. “Che fate, signora?”, “Scorciuliu nu pocu i fagiolina, bella mia (sto sgranando un pò di fagiolini, tesoro)”. Bella mia, quello era un suono! In fondo lo sapevo che quello che aspettavo con ansia era il ‘bella mia’ alla fine delle frasi. Era l’appartenenza a una grande famiglia di sconosciuti, ma presenti, solidi, accudenti. Era una sorta di maternità globale dove tutti eravamo figli di tutte. Era un abbraccio aperto, sempre a disposizione. Era sentirsi al sicuro.

C’era l’orizzonte che prometteva un futuro e c’erano tanti ‘bella mia’ alla fine delle frasi che ti facevano sentire a casa, al sicuro.

Come per la cartella di mia sorella, non sono certa del motivo per cui mi vengono in mente questi ricordi. Faccio ipotesi. Ricordare come mi sentivo di fronte al mare, protetta, ma libera, mi fa sentire ancora quella sensazione di potere che danno amore e libertà. Lo avevo dimenticato. In fondo, devo ammettere che negli ultimi tempi ho perso un pò di smalto, ho lasciato andare quei sani slanci che mi hanno regalato tutte le mie conquiste. Devo avere pensato che volare basso fosse meno rischioso, ma è solo meno divertente. A quelle signore avrei voluto domandare cosa sognavano e se sono mai state libere di sognare da bambine, se lo vedevano anche loro quanta meraviglia ci circondava, se stavano bene lì a far da mamme e nonne a tutti noi oppure desideravano altro, se avevano mai messo in dubbio l’esistenza di Dio. A quella che faceva l’uncinetto, invece, domandavo: “Signora, mi insegnate?”, “Come no, bella mia. Venite quà che vi faccio vedere”.

Ognuno ha recitato il suo ruolo, anche se non ha pensato che avrebbe potuto sceglierne un altro. Forse è stato meglio così, perché c’era bisogno nel mondo delle mie signore Bella Mia. Io ne avevo bisogno!

 

 

 

 

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