Barcelonando (che si legge barseloneando)

Le città sono persone: hanno caratteri, colori, misure, stili, punti deboli e capelli differenti. Barcellona è una ragazza con l’ombelico scoperto, le scarpe da ginnastica, il bikini sotto agli short di jeans. Barcellona è un ragazzo con la barba lunga, le occhiaie e il piercing sulla lingua, lo skateboard sotto l’ascella e una bottiglia di birra in mano. Barcellona è una signora di origini asiatiche che parla un improbabile spagnolo, misto a catalano e ad accenti della sua lingua madre, che ti apre la porta di una camera d’albergo e finge di capire quello che le stai chiedendo.

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Mi ero persa nella calura della città e l’ho trovata lì, dietro l’angolo, ad aspettarmi: la cattedrale.

Barcellona è un signore dallo stomaco grande che fuma, ride e beve birra con gli amici, facendo proclami sul mondo e sulla vita in lingua catalana. Barcellona è di tutti e non è di nessuno. Alla fine della giornata ti lascia addosso un odore,un odore terribile eppure, in qualche modo, attraente. E’ odore di smog e mare, di promesse che non è riuscita a mantenere, di cucine internazionali e di scarpe da ginnastica. Orgogliosa del mio minuscolo bagaglio a mano, ci casco sempre: non bastano tre magliette per quarantotto ore a Barcellona. Quell’odore rimane attaccato ai tessuti in modo irreversibile. Ne servono sei di magliette.

Camminando per la città mi accorgo che sono costantemente in pericolo.  Sembra di stare nel remake di Blade Runner dove i replicanti del nuovo millennio non hanno più i piedi, ma si muovono solo su ruote.

Sento il rumore che si avvicina, ma non riesco a indovinare la provenienza e la traiettoria esatta. Sono pattini, monopattini, biciclette, skateboard, risciò. Sono ovunque, ti prendono alle spalle, non avvisano, non suonano, non rallentano, Arrivano a tutta velocità e devi stare attenta, sempre molto attenta. Tra il rumore dell’avvicinamento e il piombarti addosso l’intervallo è molto breve. Se non ti sposti in tempo è finita. E se non riesci a morire sotto le ruote di un replicante, puoi sempre provare a sederti a una fermata della metro, una qualunque e aspettare che la temperatura inumana ti finisca. Neanche un filo d’aria e la gente sembra assolutamente a proprio agio. Perché non circola un filo d’aria nella metro di Barcellona? Eppure la città si fa amare.

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Ah, quante promesse non mantenute, ragazza mia. Eppure non son riuscita a odiarti.

Perché le città son persone. Qualunque difetto abbiano, c’è qualcuno disposto ad amarle e questo è il bello. Ah, quante promesse avevi fatto, ragazza mia, ma non riesco a dimenticarti: non posso odiarti.  Basta il mare al tramonto, in un tramonto tardo che fa sguazzare i bagnanti alle nove di sera. E’ bastato mettere i piedi nelle acque di una spiaggia a Barceloneta, in mezzo a un vociare di gente differente, di ragazzi con e senza canna in bocca, con e senza jambè, con e senza radio a tutto volume, con e senza ciabatte; è bastato vedere la decadenza e la speranza fare il bagno assieme nelle stesse acque, per amare quella gioventù reale o immaginaria, quella speranza di futuro.

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Spiaggia di Barceloneta al tramonto e sto.

Una giovane famiglia si avvicina all’acqua: lui, lei, un tappeto di tatuaggi sulla pelle di entrambi, un bambino biondino con un taglio di capelli da moicano e un cane lupo che morde il freno per fare il bagno, un carrello pieno di roba da mare.  Voglio mangiare vegano. Ho fame e son sicura che troverò il ristorante che cerco senza l’ausilio del web, del navigatore, della connessione. Sono sconnessa, volontariamente persa,  non ho punti d’appoggio. Mi tuffo con il solo ausilio della mia mappa vintage, quella di quando scelsi la Spagna per scappare da una storia orribile, non una delle tante, ma la più brutta. Allora Barcellona mantenne la promessa. Mi rimandò indietro con un’altro cuore.

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La mappa vintage è diventata la mia guida per la Barcellona vegana.

Ho evidenziato tutti i posti nei quali voglio provare a mangiare. Ho percorso chilometri a piedi cercando certi ristoranti che poi non ho trovato e altri che non mi hanno delusa. né a pranzo, né a cena. Al Bar Celoneta ho mangiato il miglior tiramisù, row and vegan, della storia. Questa tappa aveva il vantaggio di trovarsi in riva al mare. La cosa buffa è stata domandare la strada ai gestori indiani dei negozietti di alimentari che stanno ovunque in quella zona e sentirsi dire che proprio non lo sapevano. E il posto era li, a pochi metri da loro. Alla fine ho trovato quello con senso dell’orientamento e consapevolezza della propria posizione nello spazio.

Ho mangiato un meraviglioso ed enorme cous cous con verdure e insalata di quinoa da Humus con il menù del pranzo a soli undici euro, compreso dolce o caffè.

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Menu a prezzo fisso di Humus. Grazie di aver cucinato piatti senza aglio: sono allergica!

Per caso mi sono imbattuta in un bioristorante con angolo veg, cenando con pizza  e dolce di cioccolato e mandorle superstrepitoso. Una soddisfazione unica, girare per questa assurda città e potersi strafare di cibo in versione vegetale. La prossima volta devo assolutamente assaggiare la paella e la tortilla vegane. Nel frattempo me le cucino da me!

Se le città son persone, Barcellona è una di quelle care amiche che vedi ogni tot di anni e ti vien da dire “Sei sempre uguale”, ma, nel frattempo lei, ferita e offesa, si è attrezzata con un nuovo taglio di capelli, un nuovo stile più appropriato ai tempi, una prospettiva di un’accoglienza ancora più grande.

Ma quella testa dura, incrostata di sale marino e di smog, quella chiusura, quella presunzione, le ha mantenute: fanno parte del suo fascino.

 

 

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