E SE ANDASSE TUTTO BENE?

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Di solito era serio serio, ma qui aveva un mezzo sorriso. Adorabile!

Phlip Roth, che con le parole se la cavava discretamente bene, smise di scrivere molti anni prima di morire. Chiuse la sua carriera con questa dichiarazione «Alla fine della sua vita il pugile Joe Louis disse: “Ho fatto del mio meglio con i mezzi a mia disposizione”. È esattamente quello che direi oggi del mio lavoro. Ho deciso che ho chiuso con la narrativa. Non voglio leggerla, non voglio scriverla, e non voglio nemmeno parlarne». Era stanco, perché raccontare stanca. Ma è inevitabile. Raccontare, per alcuni di noi, è un’ emergenza della quale non possono occuparsi i vigili del fuoco (dio li benedica!), una causa di forza maggiore che va affrontata personalmente. Con John Steinbeck e Virginia Woolf sul comodino, il ventilatore che gira e stride sul perno che lo supporta da vent’anni, la cana lavata e tolettata (da me medesima, che lei dagli estranei non si fa toccare, la signora!) che ansima per il calore, il pc sulle gambe a brasarmi la pelle, mi piego al mio destino, entro obbediente nella mia forma naturale. Io non ho ancora fatto del mio meglio. Ho appena cominciato!

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Vorreste davvero avere questo aspetto?

Buongioooooornooooooooo, mondo! Quante storie mi frullano per la testa. A dire il vero non devo neanche inventarle. Mi accadono. Perché io non sono mica come certa gente che è nata morta, come quei brodini di pollo (povero pollo), tiepidini, che non hanno la determinazione per acchiappare la vita e metterla al tappeto, quei moderati, molli, indifferenti, che pur di non affrontare i venti non hanno mai spiegato le vele; se ne sono stati buoni buoni in porto a riguardare le sorti di una nave che non saprà mai il mare. Whaaaaaatttttttttt??? Io sto costruendo la nave più bella e più grande del mondo (del mio mondo) e veleggerò fino all’ultimo respiro e fallirò progetti megalomani con quel vago terrore di perdere tutto e tutti (terrore fondato visto che ho subito molte perdite) che mi chiude la bocca dello stomaco, ma che porto a passeggio pazientemente come fosse un cucciolo da educare. Io mi dico: “E se andasse tutto bene?”. L’elenco delle cose che possono andare male è infinito, ma perché non fare una bella lista di tutte le cose che potrebbero andare bene? Per proteggersi dal fallimento, dalla perdita? Beh, ho una sorpresa per voi: siamo nati per perdere tutto. Siamo al mondo per perdere gli amori, le forze, la salute, i soldi, la vita stessa. Allora…giochiamo forte.

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La paura diventa meraviglia e rispetto di fronte alle onde del mare.

La vita, questa ‘cosa’ potente e prepotente, me lo sta ricordando di continuo che il precariato non è solo una condizione lavorativa. E ricomincio a fare battute sulla chemio di qualcuno che amo profondamente, a ingoiare il rospo facendo un gran sorriso, a pettinare parrucche e rasare teste. Ma ci sono anche spaghetti al pomodoro e passeggiate sulla spiaggia e musi di cana che spuntano dagli angoli a strapparmi risate enormi, di quelle che riposano nel fondo della pancia. Non dico che mi stia bene, ma il gioco non l’ho inventato io. Eppure, quando riesco a mettere il guinzaglio al terrore e a lasciare il porto, appena sento il vento sulla faccia, il senso dell’avventura mi sussurra all’orecchio frasi che voglion dire che andrà tutto bene, che devo scommettere ancora, che devo progettare in grande e … io sono una marinaia: il vento è il mio DNA. Potrei proteggere  o salvare me stessa e i miei cari nascondendoci tutti in un bunker antiatomico? E dunque, poiché la risposta è scontata, mi faccio prendere a schiaffi dagli spruzzi d’acqua di mare mentre la nave attraversa le tempeste per arrivare al mio prossimo castello!

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Eldorado, the Lost City Painting by Patrick Bornemann

Negli ultimi mesi la voglia e la necessità di vivere sono state più forti del bisogno di raccontare. Ho fatto l’ape operaia. Giorno per giorno, attimo per attimo, mattoncino su mattoncino, sto fondando il mio regno. Ho aperto il vaso di Pandora dei desideri e non mi sono rassegnata: mi son rimboccata le maniche e vado a fare grandi cose, sempre più grandi. Son cose di lavoro, son cose di vita, son cose di rapporti, son cose di soldi, son cose belle, son cose importanti. Spesso si pretende che il mondo si conformi ai nostri desideri, che le persone riempiano i nostri vuoti di loro spontanea volontà, che le acque del Mar Rosso si aprano solo per farci passare. Non è possibile, questo non si può. Ma c’è qualcosa di molto più potente che possiamo fare: avere fede. Non parlo di credere in una divinità estranea a noi, ma di diventare divini e creare ciò che amiamo, dare vita, farsi ampi per ottenere spazio e far crescere semi buoni. Alla fine, quando ho davvero tanta paura, faccio un elenco di tutto ciò che può andar bene e risulto sempre vincente. In testa alla lista campeggia una frase: “Avrò vissuto, avrò giocato tutte le mie carte!”.

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