Floppartista, l’idiota

idiota
NO COMMENT

Di solito parto dal titolo. So sempre come si chiamerà il bambino che sto per partorire. I miei parti sono lunghi, meditati, quasi fermentati, direi. Il post cova sotto la cenere della mia vita caotica e la prima cosa che vien fuori è un titolo. Oggi no. Non si può dare un titolo a tanto caos o, anche, non si può titolare una chiarezza di idee così cristallina.

Forse dovrei parlare di karma, ascoltando Follow the sun; dovrei canticchiare pensando che oggi c’è il sole e non può davvero andare tutto storto, che ho imparato un’altra lezione, che sono grata perché Cana ansima ancora nel mio orecchio, spazzolata, sfamata, allegra e isterica come solo lei sa essere. Forse dovrei nascondermi sotto le coperte e aspettare che piova e rimandare tutto a domani. Follow the sun suona e io non ho voglia di canticchiare. Mi lascio cullare. Lascio cullare la mia malinconia e il mio stupore. Certi dolori penetrano nella carne, la fanno crescere, rendono il corpo pesante e vischioso, come fosse di burro. Ti atterrano perché devi, devi, devi avere l’umiltà di riprendere le forze, di bruciare nella rabbia, di covare risentimento, di guarire il cuore troppo offeso. Ascoltando Spirit bird, con un coro di voci di sottofondo, immagino i prati di una Woodstock che non c’è mai stata. Sto.

Ho lavorato un anno, in condizioni proibitive, per una manciata di spicci, per mettere assieme il pranzo con la cena, per principio, per necessità, per amore, per un malato senso di giustizia, per l’urgenza di mettere tutto a posto, di guarire le ferite del mondo. Idiota, io, fosse la prima o la seconda volta che mi capita, capirei. Solo un’imbecille può passare per la stessa gola mortale e non cambiare strada. Me lo merito, dai, ammettiamolo. Ho accettato condizioni inaccettabili. Forse non l’ho neanche fatto per bontà d’animo o generosità: forse era solo il terrore di quel frigorifero vuoto che ho visto tante volte, dei conti del veterinario da pagare se qualcosa va storto, il terrore di non poterci proteggere, me e Cana. E il patetico tentativo di correggere i torti subiti facendo la paladina dei diritti altrui. Forse era solo questo. Era l’orgoglio di dimostrare a quelli che dal castello guardano immobili che io ce l’ho fatta e ce la faccio, alla faccia loro e nonostante loro.

Fa agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te.

Sono un’imbecille, ci sta, ma questa era la mia stella. la strada che avevo scelto. Come avrei potuto prevedere l’ennesima coltellata? Si, avrei, ma non l’ho fatto. Imparerò? Imparerò!

Subito dopo la lezione, lunga il doppio del pattuito, pagata la metà del giusto; subito dopo la lezione del sabato mattina, l’egiziano mi mette i soldi in mano e mi fa: ‘Le verifiche son finite, oggi comincia il Ramadan, non abbiamo più bisogno di te’. Lo guardo e non lo vedo, eppure è enorme. La minuscola stanza, caotica, disordinata, piena dei suoi bambini, mi schiaccia. Forse ho sentito male. Mi siedo sulla poltrona rattoppata. Tutto è assurdo, lo so, ma l’assurdità è il mio pane quotidiano. Ma come? Mi aveva assicurato che il bambino non avrebbe fatto il Ramadan, che avrebbe mangiato per poter continuare a studiare…ma come?

Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te.

Mi tornano in mente le battaglie per non far picchiare i bambini, i libri regalati o prestati ad Abeir, le notti passate a preparare le verifiche per Karim, le ore nella sala d’attesa del medico per spiegare alla mamma le cure che doveva fare, i giochi inventati per far capire un concetto, una regola, una parola; mi torna in mente un anno di lotte, lavoro duro, credendoci, imparando l’arabo per capire come funzionava il suo ragionamento, le riunioni con i professori…mi scoppia la testa. I salti mortali che ho fatto! Avevo promesso a Karim che l’avrei fatto promuovere. Otto in quasi tutte le verifiche, ha preso, e i prof a dire che sono un genio, che dovrebbero essercene altre come me a lavorare con i bambini di scuola, che sono speciale. ‘Voglio che tu dimentichi il mio nome’, dico. ‘Voglio non ricordarmi di avervi incontrati. Non nominare mai più il mio nome’. Chiama la moglie e lei, con il velo, con il bambino attaccato al seno, con la bambina che traduce, vuole spiegare la solita solfa da vampiri che ho già sentito e fatto finta di non capire. Basta.

Cammino fissando un punto all’orizzonte, quasi corro. Il cuore è pieno di una rabbia antica. Non c’è compassione, se non per me stessa. I polmoni sono bloccati, le costole sembrano di ferro.Voglio tornare a casa, voglio odiare, disprezzare, voglio essere umana, tanto umana da augurare il male a tutti coloro che mi hanno ferita. Sto imparando a disprezzare. Che fatica. Sto imparando ad accettare il male. Sto imparando a fare recinti. Deve essere questo.

Arriveranno le bollette e la tachicardia e l’insonnia fino al prossimo lavoro, al prossimo viaggio, ma questa volta, ci sarà qualcosa di nuovo. Ci sarà Roberta con il coltello tra i denti a proteggere se stessa molto prima di chiunque altro al mondo (Cana a parte, ovvio). Il mio karma mi insegna e io spero di tornare a respirare e a sorridere come tanto tempo fa, che quel sorriso mi manca. Mi manca il sorriso di chi ha diritti. E so di essere in ottima compagnia.

Sto riposando, non mi son fermata. Ho trovato un titolo.

N.B.: L’ assoluta disonestà di certi comportamenti e la scarsa qualità umana di certa gente, non hanno nulla a che fare con la loro razza, religione e simili. Ci sono stronzi ovunque e di ogni colore!

 

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