Ragazze senza casco

Io sono nata libera, con lunghi capelli scuri, incredibilmente lisci fino a che non ho compiuto i quattordici anni. Sono nata per avere il vento nei capelli fino all’ultimo alito di vita. Eppure, ho dovuto lottare come una tigre(e ancora lotto) per stabilire che non è racchiuso nell’essere maschio o femmina della specie il diritto di far fiorire le proprie vite secondo giustizia e libertà. ‘Con il vento nei capelli’ è il titolo di un libro nel quale Salwa Salem racconta la sua storia di palestinese nata in quella terra meravigliosa e costretta a un lungo esilio. Salwa ha lottato per vivere con il vento nei capelli perché alle femmine non è concesso. Dico non è, indicativo presente, e so di cosa parlo. Non parlo di paesi arabi, di terre lontane, di strane e sconosciute etnie, no. Parlo di noi, occidentali benestanti, con tutto il mondo ai nostri piedi e le idee molto confuse sui maschietti e le femminucce.

La mia storia è dettata, delimitata, descritta da questa ribellione; una ribellione che non è definibile come femminista, ma che si può chiamare personale, individuale. Parlo della guerra di una bambina che ha scoperto quanto fosse poco conveniente diventare una donna.

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Roberta di ritorno dal mare ai tempi in cui il casco non era obbligatorio.

‘Con il vento nei capelli’ è la frase che descrive una femmina ribelle, perché le femmine non possono farsi scompigliare le chiome. Sono allergica alla mimosa, lo sono sempre stata. Mio padre voleva che aiutassi mamma nelle faccende domestiche perché le femmine di casa devono farlo. Si può diventare qualcosa di diverso, allora? Non volevo fare il soldato o la poliziotta: la guerra non mi piace e neanche le divise. Non volevo essere uguale a nessuno. Volevo semplicemente svegliarmi la mattina ed essere libera di decidere dove andare, cosa fare. Qualcuno mi disse che ero morbosamente attaccata alla mia libertà. ‘Guidi come un maschio!’. Guido come guido, fattene una ragione. Le donne non bevono dalla bottiglia. Sarà! Non puoi avere una famiglia se fai l’attrice. I figli hanno bisogno della mamma.

Dovresti curare le mani, limarti le unghie. Non sei andata dal parrucchiere? Viaggi da sola? Tu si che sei coraggiosa. La sola cosa che mi importava era la libertà e poter cambiare o pulire la candela della moto. Non si può fare con le unghie laccate. Sei proprio un maschiaccio. No!!! Sono io e di me ne esiste un esemplare solo, anzi sola.

Ho provato a prendere tutte le forme possibili: sono stata enorme, invisibile, capelli lunghi, capelli corti, seducente, silenziosa, quasi morta, rivoluzionaria…dove era la donna che qualcuno aveva supposto diventassi? Tutto sbagliato, tutto da rifare, sperando che rimanga il tempo necessario per un decisissimo editing della storia. Negli anni che ho trascorso a ispezionare l’enorme buco che si è prodotto al centro esatto della mia anima, ho scoperto di essermi ammalata il giorno stesso in cui ho capito cosa dovevo diventare: una donna come le donne che conoscevo, come le pretese alle quali già da tempo resistevo. Non volevo essere una moglie, ne un numero due, ne un secondo pilota; non avevo intenzione di essere una mamma come le mamme che sapevo già, non avrei fatto la prof di lettere, ne mi sarei fatta regalare gioielli o altre cose preziose da un uomo, non avrei stirato le camicie di nessuno, neanche le mie(odio stirare!!!), no donna manager, zero tailleur, no personale di servizio; non avrei rinunciato a niente, non sarei stata infermiera e…ci credereste??? sono caduta in qualunque trappola mentre scappavo da questi fantasmi. Ho vissuto mille vite, molte delle quali davvero bruttine.

Adesso son passata ai capitoli del libro nei quali si narra di ciò che voglio, che quello contro cui ho lottato ha già mangiato fin troppo tempo e gioia.

‘Roberta, giochiamo che eravamo principesse?’

‘No, è così noioso! Giochiamo che eravamo libere e avevamo rubato il cavallo al principe azzurro, così, per scherzo, e correvamo a piedi nudi sulla spiaggia con il cavallo bianco che ci seguiva, libero’.

‘Uffa e allora io chi ero???’

‘Eri la regina della libertà, che non deve neanche portare la corona perché è scomoda. Eri una fortissima a tutti i giochi e sapevi guidare macchine volanti e vivevi ovunque perché ogni luogo era casa tua e avevi amici su tutti i pianeti…’

‘Ve bene, basta, ci gioco, ma la prossima volta facciamo che io ero la principessa e che mi sposavo il principe azzurro’.

Non tutte le ciambelle riescono col buco, a dispetto della forza e della determinazione che ci mettiamo nel prepararle. In ogni caso…che la vita di ognuno sia una festa di libertà tutti i giorni!

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