Ho fatto l’uovo

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Foto di Srdja Mirkovic

Sto performando. Sono in acqua. Ho un buco nel cuore eppure non lo sento. Un fotografo di grande talento riesce a pescare ciò che in milioni di parole io non saprei dire. Da domenica scorsa ci penso; penso a quanta magia ci sia nell’Arte. Penso al sollievo e alla pienezza che provo durante una performance, uno spettacolo; nel tempo che trascorro a scrivere o a disegnare oppure a dipingere o anche a costruire strani oggetti, a lavorare a una scenografia, a incollare pupazzetti su un’ isola galleggiante. Penso, con fierezza, alla strada percorsa per poterli avere, questi momenti, per poterla vivere come voglio, la mia vita. Una giornata dura mesi per quante cose riesco a infilarci e non mi arrendo, non mollo. Eppure, quando sono ‘fuori scena’, sento dolore dappertutto e non è solo un dolore fisico. E’ dolore puro. Si sospende nei momenti in cui posso stare con Cana, affondare la faccia nei suoi peli, farmi leccare ostinatamente, raccontarle certi fatti che sappiamo solo noi e gridarle che la amo e sentirmi al sicuro, perché è un essere che non potrà mai tradire il mio amore: non sa come si fa. Avevo proprio bisogno di lei, la Signora Dio (Signora D per gli amici) lo sapeva e ha provveduto.

Si, so cosa state pensando: pensate che questa descrizione non si connetta affatto con l’espressione della foto. Siete certi che il dolore abbia un’ altra faccia. Vi sbagliate. Le strade tortuose e accidentate regalano amore per la vita e la capacità di scavare gioia ovunque.

Le scatole stanno vomitando tutta la mia vita passata. Io sono paziente. Prendo diligentemente il ribes nigrum tutte le mattine (polvere più pollini uguale allergia assicurata!) e spolvero e riordino e, talvolta, butto. Tengo gli oggetti in mano, ci penso e ci ripenso; questa è la mia casa, rimarrà solo ciò che mi ama, rimarranno gli oggetti che mi sono utili e quelli che mi scaldano il cuore. Metto i libri sugli scaffali, riscopro i miei amati fumetti, le graphic novels, i saggi barbosi e quelli appassionanti, i libri in inglese e quelli in spagnolo, le guide dei luoghi visitati e di quelli che desideravo visitare, gli appunti e le cartoline nascoste praticamente in ogni volume, le dediche sui frontespizi, i libri ancora avvolti dal cellophane. Passano le ore e mi accorgo che ho una lezione da preparare, fogli da stampare, mail alle quali rispondere e lo faccio, e lavoro, e ancora mi accorgo che è pausa pranzo e vado a spenderla in palestra e sfido i miei limiti, i miei dolori, e vinco. Vedo i miei compagni sorridere ai miei progressi. Oggi mi sembrava di volare mentre mi sollevavo sulla sbarra, per la prima volta in modo dignitoso da quando ho ripreso ad allenarmi. Non conosco nessuno più ostinato di me. Sudata, stravolta, barcollante, torno a casa e so che avrò poco più di quaranta minuti per una pipì di Cana, un pasto veloce, una doccia e (non sempre ci rientra) un caffè. Ci sono. Sono nuovamente all’opera. Lezione di inglese con A., poi di nuovo in auto e via verso nuove lezioni. Intanto si risponde alle mail, alle chat di lavoro, si organizza di fare delle riprese di domenica altrimenti quando? Altra meta. Prima di entrare faccio scorta di cibo e premietti per la bestiona nel mio negozio di fiducia, quello di Casetta Mattei del venerdì.

Due bambine di seconda elementare mi attendono, nascoste nell’armadio nel quale si nascondono per farmi ‘lo’ scherzo, sempre nello stesso armadio, sempre per farmi lo stesso scherzo. Io cambio il tipo di spavento tutte le volte. C’è il venerdì in cui fingo uno svenimento e quello in cui scappo via tirandomi i capelli. Santo Teatro è buono per tutto!

Alle 20.20 ho finito di lavorare e so che la cana starà rosicchiando la sua copertina dalla fame. Mi rimetto in auto e corro da lei. Anche io sto morendo di fame, ma devo aspettare. Lei è stata paziente con me. La ricompenserò: se lo merita. Le preparo la cena…abbondante, va! Intanto, ripenso alla foto di me con un uovo in mano, dentro a una piscina di Monteverde, sorridente, trionfante; ripenso a una foto che ho intravisto sul tablet, mentre mi barcamenavo tra un impegno e l’altro. Mi propongo di guardarla meglio, di caderci dentro per un pò. Ed eccomi quà. Sto facendo l’uovo. Tutto il mio corpo è in armonia con ciò che lo avvolge. La gente ride. Niente fuori posto: come fossi un orologio di ottima fattura, il mio ticchettio è preciso e fluido. Mi sento potente. Tutti i muscoli sono tesi, ma non dolgono. Sono viva, attraversata da qualcosa che neanche conosco, come fosse un flusso di energia che mi fa essere perfettamente ME e, allo stesso tempo,  perfettamente TUTTI. Leggo il futuro nei fondi che ho toccato. Butto i pesi, e sono. Non faccio nessuno sforzo.

Questo è un mestiere da supereroi, oppure da Barbapapà, che ti fa cambiare forma e affrontare ogni avversità e vincere ogni resistenza e sciogliere il cuore della gente e prendere le loro risate e le loro lacrime e farle diventare un mantello magico, che ti proteggerà quando, finito lo show, il dolore sarà tornato e avrai bisogno di tanto aiuto per poterlo accogliere con gioia.

E poi c’è lei, lei che russa e si appollottola meglio. Lei che adesso dobbiamo uscire e non mi va e non le va. Lei che, contrariamente a quanto ho sentito dire oggi in radio da qualcuno che non stimo affatto, non amo più di quanto amerei un figlio, nè meno di quanto amerei un figlio, nè ugualmente a quanto amerei un figlio: c’è lei che amo immensamente. C’è lei come c’è l’amore che non sa la matematica. Chissà perché certa gente abbia così bisogno di scale e di numeri per stabilire che i loro amori, i loro principi, le loro convinzioni, siano meglio delle mie o delle tue. Mah!

Io, intanto, faccio l’uovo perché le galline mi piacciono moltissimo e non in brodo, perché sono vegana e credo che l’amore sia una coperta estensibile all’infinito e perché voglio liberamente dire alla cana ‘vieni qui, a mamma’ con buona pace di coloro che provano orrore di fronte alle mie preoccupazioni e occupazioni canesche.

 

 

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