ADORATA BABELE

E cantavo, passeggiando per il mercato di Porta Portese e ascoltavo, osservavo.  -Bubba scinn a basc…Bubba taggio ditt scinn abbasc…Bubbaaaaaaaa…- E facevo i miei soliti pensieri, quelli che mi fanno annegare in oceani di solitudine. Siamo a Roma, in zona Piazzale della Radio, al mercato di Porta Portese, e qualcuno sta gridando, in un dialetto campano, a un uomo di pelle piuttosto scura che parla un’altra strana lingua ibrida. Io son felice di avere avuto un abbecedario arabo in prestito dalla mia famiglia egiziana adottiva e, ancor più felice, di avere acquistato un libro di albanese per me e uno di italiano per Karim. Le lingue, i suoni, sono il viatico per il mondo del cuore. Penso a Bubba, all’uomo scuro che ha trovato una casa qui, che ha imparato a capire una lingua strana, che non ha mai imparato la vera lingua italiana. Penso a come sia facile sentirsi a casa quando qualcuno chiama il tuo nome e lo fa con affetto e ci mette dentro un pezzetto di risata e qualche sottinteso. Penso a quante volte ho desiderato sentire un suono amico, un fruscio di mare, una risata del sud, un ‘bella mia’, che è il modo comune per chiamare quelli ai quali vuoi bene dalle mie parti. Penso al ticchettìo dei passi di Cana, a quanto mi consoli, a quanto mi manchi quando non c’è, penso alle risate di mio nonno di fronte ai film di Totò, penso a zia Pina che ci chiamava ‘vita mia’…’vita mia’…che bel nome! Io penso che il minestrone è già fatto da un pezzo. Hai voglia a dire che non ti piacciono le verdure. C’è Bubba che sale la scala di metallo per prendere le maglie in alto, sul banco di Gennaro, che viene da lontano per guadagnarsi da vivere. Ci sono io, affacciata alla finestra, la domenica all’ora di pranzo, per sentire il tintinnio dei piatti che viene dalle case circostanti, per immaginare un pranzo in famiglia con i nonni avvolti negli scialli di lana e le paste traboccanti di crema; per immaginare finanche l’odore di fritto e il profumo di frittelle di carciofo (‘fici i carciofi ndorati e fritti’) che faceva nonna per i pranzi domenicali. Ci sono io,intenta a guardarmi attorno, io che cado nelle vite degli altri e che mi faccio prigioniera di altri accenti, di altre storie. Ci sono le strade affollate di gente di tutti i colori e ci sono i suoni di ogni parte del mondo: davvero non è più possibile non vederli, non sentirli. Finalmente, Babele cammina con le sue gambe e non la possono fermare. Penso a quanta nostalgia ho sentito e ancora sento, a quante volte ho desiderato ardentemente poter parlare la mia lingua, che non è quella che si usa in questa città.

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